Le Parole Strepitose – un tempo anche dette universali: l´Amore, la Libertà, lla Democrazia, la Bellezza, l´Economia, la Tecnologia, la Democrazia, ecc. – non esistono. Non c´è un posto nel mondo dove si va e si trovano i Grandi Temi che stanno lì a recitare monologhi e a firmare autografi e a rispondere alle lettere del pubblico. Non sono entità fisiche, autonome, oggettive, tangibili. Sono fenomeni sociali collettivi, sempre confusamente definiti. A dispetto della banalità di questa osservazione, è difficilissimo e importante esserne veramente coscienti, fino in fondo, mentre si discute nella vita di tutti i giorni, guidata da altre urgenze e semplificazioni. Nella mia esperienza di osservatore, è un evento ben raro.
A dare senso e storia alle parole ci sono sempre gli uomini che fanno e adoperano: i soggetti che sognano e patiscono, che ce la fanno o pèrdono. A loro vanno il merito e le responsabilità, il premio o la condanna. Tra i campi del loro agire non esiste reale distinzione. «La Natura non ha confini, l´Immaginazione sì»: è una delle frasi che più mi hanno colpito sulla mia strada, ed è di William Blake. La Natura di cui parla è anche quella umana.

Pensiamo ad esempio alla complessità di una cosa di cui si parla ossessivamente oggi: l’innovazione. Presenza e utilizzo di nuovi prodotti e nuove tecnologie sono determinati da una infinità di fattori concomitanti e interconnessi: ricerca e sviluppo, investimenti, prodotti esistenti, pubblicità e comunicazione, iniziative politiche e istituzionali, giurisprudenza e tutela, carisma e potere, psicologia individuale e sociale, consapevolezza dei consumatori, cultura, visione, fortuna… In questo quadro, le circostanze socioculturali – una serie di abitudini, una certa scala di valori – esistono sempre come sfondo obbligato: sono la tela stessa, il basso continuo del perenne concerto. Sono loro a dare il colore reale alle azioni e alle passioni. Di più: sono loro a dare il senso. Tuttavia stanno sommerse nella coscienza collettiva, perché per definizione a ciò che è d’abitudine non si fa caso; e per giunta l’intreccio è troppo complesso da tener presente di continuo. Così ben viene ogni invito a restare in superficie. E’ su questa superficie che si formano le facili etichette: Parole Strepitose prendono il sopravvento, diventano abitudini esse stesse, e finiscono per regnare anche sopra buone intelligenze.
Il linguaggio aiuta il declino. Si presta alla formulazione inesauribile di domande senza senso e di false risposte, quando non di menzogne. Sciolto l´ormeggio, ci soffia negli spazi aperti della poesia e della metafisica, delle parole costruite sulle parole costruite sulle parole: «mille sipari e dietro un accidente» secondo una felice formula che Franco Marcoaldi modestamente riservava a sé. In questo modo, col favore di un´istruzione mal formulata e dispiegata, tutti disimpariamo a distinguere tra l´irrealtà dei concetti e il mondo percepito. Quest´ultimo ne esce annientato.
La condizione umana presenta questa straordinaria frattura: riuscire a distinguere la sfera dei sensi, dove si compiono i piccolissimi infiniti miracoli silenziosi della fisiologia, da quello mentale del pensiero e dell´intenzionalità, dove domina il linguaggio. La tipica dinamica che ne risulta è la seguente: mentre divorzia dalla percezione e dall´emozione (vale a dire l´estrema verità) il linguaggio tenta affannosamente di ricreare (o ricamare) una immagine di questa verità perduta costruendo fiabeschi reami di concetti. Per compensare il distacco, il linguaggio deve mettere a punto strumenti sempre più complessi, castelli fossati e ponti levatoi di parole per ricongiungersi a una verità che invece è la sua antitesi: l’immediatezza.
E’ una questione spinosa. Ha conseguenze ubique, a lungo termine, difficili da misurare. Molti di noi arrivano a confondere la mappa con il territorio, le asserzioni fattuali con i giudizi di valore, le linee della mano con il proprio destino. Alcuni lo fanno nell´esercizio del potere, diventando terribilmente nocivi per tutti.

Al contrario, noi nutriamo una passione inesauribile per l´azione: un’azione positiva e ponderata, consapevole, sensibile e sensata. Un´azione sostenuta da idee senza doppi fondi e percezioni presenti, non da sciocche etichette stampate col Dymo.
Ci sarebbe un modo per ridare senso alle etichette: ricostruirne il senso dal basso, intervistando ogni persona e sommando le definizioni singolari in una enciclopedia universale che supera le fantasie di Borges. Forse la Rete lo permetterà, e siamo sulla buona strada.
Per ora, nei confronti di questo problema una posizione politica concreta può essere la proposta di allenarsi a un uso scientifico delle parole. Che vuol dire? Eccone le semplici linee guida nelle parole di uno studioso di semantica, Hayakawa:
1) il proposito di trovare basi di accordo e il grado concomitante di flessibilità intellettuale ed emotiva;
2) la buona volontà di sottoporre le asserzioni a test;
3) la coscienza che c´è sempre qualcosa di nuovo da apprendere su ogni cosa: così si resta sempre capaci di ascoltare.
L´antidoto alle Parole Strepitose, alla loro maliziosa vacuità, esiste ed ha questa formula.

Per questo nei momenti in cui, nel seguito, parlerò di economia e di tecnologia, imputando a queste il maggior peso sulla deformazione della realtà contemporanea, non voglio essere preso alla lettera. Non sto attaccando briga con l’economia o la tecnologia come se fossero degli interlocutori, né intendo che entità con quei nomi abbiano preso il genere umano in ostaggio e dettino legge col piede sul loro capo, come in un b-movie di fantascienza. No, io parlo di economia e tecnologia come le fanno gli uomini e le istituzioni—responsabili di malversazioni, di abusi, di sconsideratezza e di stupidità nell’agire o nell’omettere, nel disporre o meno le condizioni del fare. A quelli bisogna sempre chiedere conto. Non a parole. Agli uomini può essere imputata una responsabilità, alle parole no.

Le Parole Strepitose infine sono un terribile ricettacolo di ottusità. Le parole sanno servire egregiamente la distanza e lo scisma, e quando diventano bandiere come le Parole Strepitose lo fanno in massimo grado. Le crociate sono sempre contro i concetti, in origine, e poi diventano macelli di bestie (cfr. il punto B del manifesto). I vecchi e nuovi pedanti che tuonano con prosopopea pro o contro la Tecnologia, l´Economia, la Democrazia e gli altri grandi titoli del catalogo, sono vecchi guitti inconsapevoli che ripetono per l´ennesima volta un frusto copione. Evitando di riflettere sulla peculiarità di ciascun fenomeno che la cronaca presenta, mai riducibile del tutto a una regola o a una storiografia, rinunciano alla formulazione dei problemi in chiave umanistica e così abiurano alla loro e alla nostra condizione umana. Questa è il motore, il resto sono alzacristalli elettrici.
Le prediche sulle Parole Strepitose, agiografie o anatemi, in malafede o meno, hanno almeno una colpa grave e certa: sviano l´attenzione pubblica su falsi obiettivi, specchietti per le allodole; depistano le indagini lontano dai veri colpevoli che – ripetiamo – sono sempre e solo uomini e istituzioni da essi create, non certo i prodotti della tecnica. Il risultato è che poi la gente se la prende coi coltelli, facendo un sol fascio di cuochi maghi e assassini, mentre non si accorge di entrare nella camera a gas.

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