Non credo che nella storia dell’uomo un evento sia stato universalmente atteso quanto The Moment. L’istante del giuramento di colui che rompeva ogni tradizione e quasi danzando saliva al ponte di comando degli Stati Uniti da Uomo del Destino in versione ecocompatibile, ultralight.

Quel giorno, come tanti in tutto il mondo, mi sono commosso più volte. Ci si sono messi anche Aretha Franklin e John Williams, come se non fossero bastati i volti. Mi sono riscoperto felice di invidiare gli Stati Uniti per la forza della partecipazione e per la stupefacente capacità di rinascere. Sono passati giorni e ogni volta che vedo President Obama nella sala ovale firmare con la mano sinistra qualche epocale trattato non sono tuttora certo che non sia un film con Will Smith. Per fortuna si assomigliano poco. E per fortuna stavolta la verità è di gran lunga migliore. Per ora quello vero la sostiene di ora in ora, rivendicando su ogni fronte quella misura che si temeva ormai fatalmente perduta.

La pacifica orda polarizzata da Washington e da quella splendida cerimonia covava da tempo un’effervescenza di passioni, di idee e di speranze. C’era bisogno di mezzi per raccogliere e rendere lettera viva tutta questa ricchezza: c’era bisogno di più mezzi. Tali mezzi esistono. E tali mezzi sono stati dati al popolo. Un motivo in più per invidiare l’America al suo giro di boa è il novissimo dialogo che il governo entrante fin dal principio ha instaurato con i cittadini attraverso le tecnologie più avanzate, coltivando questo dialogo come sua cifra stilistica, come essenza del suo modus operandi. Il medesimo motivo lascia sperare noialtri: ci lascia sperare che la democrazia scaduta possa tornare ad aver sapore, rinascendo dalle ceneri di un concetto sacro profanato, ridotto a maschera per coprire ignoranza e abusi di un ideale di potere arcaico, di politici arretrati che ostentano indifferenza alla berlina.

Lo staff di Obama ha iniziato sin dalla campagna presidenziale a mettere all’opera i media interattivi come si deve. Al sito web della Transizione change.gov – dominio-slogan, una volta tanto privo di retorica – era affidato il compito di rendere note le proposte politiche di Obama, stimolare la discussione in merito, raccogliere proposte, fornire alla gente comune una struttura operativa per organizzare in grande libertà gruppi di supporto e di raccolta fondi, e accompagnare l’interregno. Tutto intorno ad esso, come pietra nello stagno, si è levata un’onda di rinnovamento profondo. Espandendosi, questa cresta circolare ha incontrato l’istanza reciproca proveniente dal basso, dai Mr. e Mrs. Smith: e hanno sommato le altezze, creando un vortice virtuoso.

Questione di mentalità, prima che di prassi. Una mentalità che si sintetizza in un termine: apertura, uno dei pilastri del web 2.0 e parola chiave del futuro. È utile vedere come apertura, in politica come altrove, faccia rima con libertà e fiducia in questa breve storia che Jalali Hartman racconta nel suo opuscolo Obamanomics. «Pochi mesi prima delle elezioni ci fu chiesto di produrre un video musicale pro-Obama per una nota rock band che rappresentiamo. I membri della band volevano fare “tutto il possibile” per sostenere la sua campagna. Contattammo l’ufficio di Obama per avere i permessi. Non solo ci diedero immagini e foto: ci fornirono pure tutti i discorsi e le apparizioni pubbliche che avesse mai fatto, e ci diedero il permesso di farne quello che volevamo. Questo aneddoto è un buon esempio della generale politica di Obama di provvedere informazioni e accesso ai propri sostenitori, dando loro completa fiducia nel farne quello che ritengono più giusto.» L’apertura è il punto di arrivo di un pensiero politico ristrutturato dalle fondamenta.

È noto che la vittoria di Obama deve molto a una lungimirante e assidua strategia internet. McCain non ha trascurato la rete, niente affatto; l’ha solo male interpretata. Nel confronto tra le maniere dei due si svela la più efficace pubblicità comparativa tra due modi di intendere i media e il potere; ne consegue la migliore lezione per i posteri. Come mai McCain avendo speso molto più di Obama su internet ha tuttavia ottenuto soprattutto lì un successo di gran lunga inferiore? A causa di un equivoco ormai datato eppure ancora tentatore e traditore. Il vecchio reduce di ferro ha considerato il web come un altro medium su cui fare pubblicità a pagamento alle proprie idee; il giovane sveglio e abbronzato ha usato invece la rete in sé come idea, sfruttando la sua natura aperta e partecipativa, autenticamente democratica, in cui il passaparola disegna le architetture con un travolgente potere revulsivo, e con ciò ha ampliato la propria visione incontrando quella della base. Le ragioni dell’intrinseco carattere democratico della rete risalgono alla matrice appassionatamente progressista e non commerciale del progetto originario dell’internet, ancora ben immedesimato nella pratica della produzione open source, uno spirito puro che per fortuna ha resistito finora a dispetto dei tentativi periodici di imporvi questa o quella struttura di controllo. Argomento su cui molto ci sarebbe da raccontare e da apprendere; buon soggetto per una prossima puntata. Qui possiamo stupirci per i milioni di amici di Obama su Facebook, divertirci a fargli le congratulazioni e a diventare suoi fan, scartabellare tra le centinaia di migliaia di video piazzati per lui su YouTube. Ma non è questo il punto. Fermandoci ai nudi numeri resteremmo nel dominio del marketing tradizionale; con questo sguardo da spettatori, che ancora presuppone e replica l’inveterata passività del pubblico televisivo, saremmo ancora al potere di stampo gerarchico. Invece siamo ai loro antipodi.

Per capire quanto sia radicale la condotta di Obama e Biden basta ad esempio dare un’occhiata al progetto del Citizen’s Briefing Book. Allestito su change.gov, il CBB è rimasto per mesi a disposizione dei cittadini come agorà in cui essi potevano lasciare istruzioni e suggerimenti al futuro governo su qualsiasi tema di loro interesse. Intorno alle proposte si sviluppavano discussioni per negoziare e setacciare le migliori. Il CBB ha raccolto

70.000 partecipazioni, mezzo milione di voti, e decine di migliaia di idee meravigliose

come riassume Mr. Strautmanis, responsabile delle relazioni pubbliche per la Transizione, nel video di ringraziamento che suggella l’esperienza ormai conclusa e dopo l’insediamento passa la ricca mano a whitehouse.gov. Il Citizen’s Briefing Book avrebbe potuto essere una campagna di marketing dell’esecutivo, come si usa altrove: una narcisistica e vuota operazione di facciata, priva di un back-office, ovverosia di ascolto, cioè di cura. Ma chi è un minimo pratico dell’ambiente sa che la comunicazione e l’associazione sul web sono condannate alla trasparenza totale: la finzione viene smascherata in un batter d’occhio, l’inconsistenza si ritorce in breve contro l’arrogante e ne fa zimbello, affinché lui possa maledire il giorno che gli venne in mente di provarci. Sul web tutte le parole dette o scritte restano perennemente esposte sulla pubblica piazza; sono facili da ritrovare, e impossibili da cancellare. Non si possono di dimenticare, perché sono archiviate da altri (v. la Wayback Machine o la semplice cache di Google) e sempre a portata di mano, a differenza di quanto accade con gli altri media che si insabbiano con facilità grazie all’inerzia della materia. Beppe Grillo lo rammenta sempre: su internet le bugie hanno le gambe molto corte. Lo staff tecnico di Obama lo sa talmente bene che ha fatto della trasparenza la bandiera stessa del cambiamento: il governo si è messo a completa disposizione della gente per attività di controllo dal basso, al punto di lanciare programmi sperimentali che rappresentano salti fantascientifici nella cultura di potere. Ad esempio l’open source government che annuncia Andrew McLaughlin in questo video illuminante, a suo modo pazzesco: tutti i dati dell’amministrazione federale diventano dominio pubblico su web e chiunque potrà scaricarli, incrociarli liberamente, farne mash-up indipendenti (ad esempio proiettandoli su mappe, v. avanti) allo scopo di «conoscere meglio il mondo in cui viviamo», supponendo giustamente che questo comporti sempre e solo vantaggi per la vita sociale. Ovvero l’idea di fornire la capacità di calcolo come materia prima, come bene comune al pari dell’acqua o dell’energia, erogandola da impianti di cloud computing a disposizione del pubblico e delle imprese.

Il CBB è stato un immenso e concreto esercizio di upgrade della democrazia. Le raccomandazioni raccolte non sono oggi in un hard disk abbandonato in qualche oscuro deposito di un fornitore della Casa Bianca, bensì sul tavolo del Presidente. Fanno parte della sua agenda, e a questo punto ci sono milioni di persone attente a vigilare che non sia data loro una indegna sepoltura. Va notato che nessuno staff ristretto, per quanto illuminate le menti di cui fosse composto, avrebbe saputo indovinare le esigenze dei cittadini con tanta perspicacia quanto essi stessi: per questo la partecipazione è importante, non solo per poter affermare che essa esiste e dunque il metodo di governo che la prevede è astrattamente funzionante, non solo per convincersi contro l’evidenza che quel metodo è ancora valido. Con il suo impiego competente della tecnologia sul campo l’America sta procedendo con grande efficacia a modificare il profilo di questo metodo e a battere una possibile via d’uscita alla sua crisi. Diversi punti di non ritorno sono già stati superati, e chi è abituato ad usare il potere per nascondere e intorbidare sarà sempre più solo e senza scuse. Gli rimarrà un unico alleato, il solito: l’ignoranza.

Nelle prossime puntate: The Inauguration Report 2009, Twitter, (geo)tagging, Delicious, citizen journalism, mash-up, Commuter Feed, smart mobs, Photosynth, Twitter Vote Report, Techpresident.com, Personal Democracy Forum e molto altro.

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COMMENTS / 5 COMMENTS

Stefano..

..in tutta sincerita’ a me tutta questa smielosa retorica su Barack Obama mi ha stancato. Barack Obama e’ una sòla, come tutti i Presidenti degli Stati Uniti d’America (appena provano a fare qualcosa per conto proprio gli fanno fare la fine di JFK). Questa volta lo sforzo e’ stato grande (ma grande era pure il danno fatto al mondo con Bush) che, tutti i canali di “branding” sono stati percorsi in lungo in largo ed alla fine la gente c’e’ caduta con tutte le scarpe. Dopo l’improponibile Bush andava messo uno piu’ vendibile, ci voleva qualcosa di nuovo, qualcosa di rottura (anche se di rottura gattopardiana si tratta).. ed ecco la carta Obama (bello, giovane e pure abbronzato tanto per buttarla in caciara con la storia “anche i neri possono comandare finalmente”) spendibile anche a “quelli della rete” che hanno partecipato in massa. Ma tutto questo movimento di base (stimolato) era sufficiente alla vittoria? Siamo seri. Obama e’ stato finanziao dalle stesse mani che hanno finanziato McCain! Non c’e’ nulla di diverso in lui rispetto a qualsiasi altro Clinton o a qualsiasi altro repubblicano. Riporto un riassunto di una ricerca svolta da Paolo Barnard (giornalista di Report) sull’origine dei finanziamenti delle grandi lobbies ad Obama:

Da Goldman Sachs, J.P. Morgan, Citigroup e Morgan Stanley: 2.938.556 dollari;
Lobby Hedge Funds: 2.637.578 dollari;
Lobby farmaceutica: 1.662.280 dollari;
Comunicazioni ed Elettronica: 21.600.186 dollari! Le industrie legate alle Guerre Stellari, spionaggio ed intercettazioni. Che sia per questo che Obama votò al Congresso la legge F.I.S.A. (Foreign Intelligence Surveillance Act), che usa la scusante del terrorismo come pretesto per permettere lo spionaggio di massa. Spionaggio in particolare di immigrati o americani politicamente scomodi. Il neopresidente ha anche confermato, nonostante le finte polemiche mediatiche, la base missilistica in Polonia .
Lobby bellica: 870.165 dollari;
Lobby sanitario assicurativa: 49.408.792 dollari!
Lobbies professionali: 37.122.161 dollari! Non certo spiccioli.
In totale Obama Barack ha ricevuto la modica cifra di oltre 110 milioni di dollari da lobbies, corporation, banche, assicurazioni e lobbisti di ogni risma. Oltre ovviamente a tutti i soldi di privati cittadini illusi dal miraggio del sogno americano. Pensiamo ancora che un uomo “normale” possa ricevere così tanti soldi dai Padroni del Mondo ed entrare senza problemi alla casa Bianca?
Un uomo che ha trasmesso durante la campagna elettorale oltre 7.700 spot televisivi ogni giorno, il doppio rispetto all’altro candidato McCain e che ha acquistato inserzioni pubblicitarie per ben 180 milioni di dollari. In una sola settimana, dal 21 al 28 ottobre, ha speso 21,5 milioni di dollari, il triplo rispetto McCain. Ovviamente no: i Poteri Forti avevano già deciso.
Infatti gli uomini scelti da Obama per il suo governo democratico sembrano tutti “cresciuti” all’ombra dell’Impero (Rockefeller). Tanto per citarne un paio: Susan Rice (Consigliere per la Sicurezza Nazionale) è membro del C.F.R. (Consiglio per le Relazioni con l’Estero), della Commissione Trilaterale e dell’Aspen Institute; Paul Volcker (Consigliere Affari Finanziari e Monetari) è membro della Commissione Trilaterale e della Fondazione Rockefeller.

Buon Obama a tutti.

Fabio ha aggiunto queste parole il Feb 07 09 at 10:03 pm

Fabio potevi almeno aspettare tutte le 3 puntate… A parte gli scherzi, i dati di cui ci informi possono sorprendere solo gli zerbinotti. Ci sono fior di organizzazioni indipendenti di monitoraggio politico che non fanno cadere in terra uno spillo senza che la cosa sia pubblicata senza riserve sul web, visibile a chiunque. Tutti i dati di quel giornalista e ben altri ancora sull’influenza di finanziamenti lobbying raffronti ecc. si trovano senza difficoltà ad esempio qui. Sullo stesso sito si ricorda che “molti candidati presidenziali ricevono i loro fondi dalle medesime industrie e i medesimi gruppi di interesse a Washington che dominano le sovvenzioni a tutti i politici federali e ai partiti”. Insomma, niente di cui stupirsi. In altre parole la questione importante non è lì: chi avesse voglia di accreditare l’idea di una gigantesca turlupinatura al popolo americano, dovrebbe trovare altri argomenti. Ma senza entrare in una delle infinite possibili discussione sui Grandi Complotti delle Plutocrazie rispetto al quale saremmo comunque troppo poco muniti, piccoli e distanti dal cuore dei fatti, la questione importante ai miei occhi è un’altra. Ed è la stessa che conta per il popolo americano, l’unica che decide in realtà se fu vera sòla o no: cosa Obama fa con la fiducia e il potere che ha ricevuto. La politica rappresentativa si riduce sempre e solo a questo. Può darsi che ci sia in giro un eccesso infantile di entusiasmo riguardo al nuovo eletto (con Uomo del Destino che danza ovviamente prendevo un po’ in giro della mia stessa passione) ma l’entusiasmo non è mai un male, l’entusiasmo sincero è moltissimo, aiuta la gente a vivere e ad agire. E nel contempo rende enormemente più difficile il compito a chi volesse disilluderla. Da noi, dove l’entusiasmo non c’è, troneggia una assuefazione che raggela il cuore. Ora, a parte tutto, mi sembra che i primi atti pubblici di Obama vadano nella direzione giusta, e mi pare che i diretti interessati non si stiano lamentando; perché dovremmo farlo noialtri? Se mi salta in mente un paragone con i primi atti del nostro governo, o i primi di Bush, non posso che riscontrare con sollievo una differenza abissale. Per il resto si vedrà.
Comunque il mio reportage qui iniziato non è affatto un panegirico pro-Obama. A me serve il sistema Obama come esempio di uso concreto di certi strumenti su web ai fini di un migliore esercizio della democrazia, strumenti che da noi sono quasi sconosciuti anche presso gli intellettuali e sui quali invece c’è una certa urgenza di fare cultura.
Buon Obama a te, che ne hai più bisogno.

stef ha aggiunto queste parole il Feb 08 09 at 2:55 am

Da qualche giorno sento su diversi telegiornali notizie di cronaca e varie aneddotiche su pedofilia via web, truffe via web, pericoli su facebook, ecc. ecc. Altro che strumento di democrazia reale: da noi internet lo stanno demonizzando e si sta preparando la strada per qualche bella legge censoria. Sarà difficile contrastarla in questo paese con un bassissimo livello di alfabetizzazione informatica e di accesso alla rete…
ciao

acida dulcinea ha aggiunto queste parole il Feb 09 09 at 11:24 am

Ciao ad, pensa che su questi argomenti scrissi un libro intero nel lontano 1996, quando nessuno in Italia capiva un’acca di internet e tuttavia ne concionava, per sbugiardare i tanti illustrissimi ignoranti che ne dicevano di tutti i colori su stampa e tv. Era il mitico W.C.Net, edito da minimumfax e benedetto da Umberto Eco, che poco circolò e sarebbe il caso di rispolverare! E’ tanto che penso di metterlo online e poi… basta, lo faccio. Impegno preso.
Comunque il tentativo di legge censoria di cui parli esiste, è il DDL Levi-Prodi già colpito da tantissime proteste. Ci sono anche due miei commenti, qui e qui, alla prima versione, un po’ controcorrente per indurre a maggiore riflessione, in rete è troppo facile gonfiare bestialità.

stef ha aggiunto queste parole il Feb 09 09 at 3:54 pm

credo che non sarà difficile aggiungere alla lista dei media “da controllare” anche la rete, se un giorno lo si vorrà fare. Sono oggi allarmata però da come da noi vengano passati in tv solo gli aspetti “malefici” di internet. Il popolo della rete non troverà appoggio nel popolo della tv, se un giorno ci si troverà in piazza a manifestare contro una legge che solo “pochi” riterranno ingiusta.

acida dulcinea ha aggiunto queste parole il Feb 10 09 at 2:32 pm

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Obama, Twitter e il futuro della democrazia / 1



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