Uno sguardo con la coda dell’occhio mentre slitto via: a un angolo di strada, tra le siepi del passaggio pedonale, un crocchio di immigrati dell’est.
Semplici e rozzi, i vestiti polverosi, grugni seri che all’improvviso scoppiano a ridere, qualcuno corre via, un uomo e una donna di colori diversi che si tengono per mano. Mani e piedi grossi, costole e vene a fior di pelle, accomodàti su niente, gioviali o terribili per un nonnulla. Immagino gelosie, onore animalesco, odori forti, pasti crudi.
Quanto somigliano ai popolani italiani del dopoguerra, quelli del neorealismo, quelli di Pasolini! Quei manovali e quegli scansafatiche con le fronti basse e le cicche bruciate all’angolo della bocca, che fischiavano alle femmine.
Sarei tentato di fermarmi a questa nostalgicheria. Ma sarebbe la sciocchezza vana di un poeta cieco. Oggi è così diverso. Intorno a questi nuovi italiani c’è una cultura straniera, sofisticata, pretenziosa, potente e insicura, ambiziosa e debole. Davanti a loro (e a noi) un mondo che ha perduto tutte le speranze di allora, un mondo che deve inventarsi di sana pianta un futuro ben più stretto e sobrio.
Ricostruzione, decostruzione, intossicazione, perorazione.
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