Alta Velocità e guai della scienza

(disillusionismo)

Sul penultimo numero dell’Economist (19-25 ottobre 2013) la cover story parla di scienza. Una volta tanto non si tratta di un’agiografia ma di un rapporto critico. E questo è un bene: conoscere il repentaglio in cui si trova questa umana attività a cui si aggrappa tanta speranza, è necessario.

Cosa è scienza e cosa non lo è? La nostra è un’epoca di finte scienze tenute in piedi da formulette vuote, e moltissimi – perfino i teologi – si professano orgogliosamente “scienziati” per il solo fatto che nella loro ricerca rispettano con il massimo scrupolo qualche metodologia strutturata. Più sono complicate le regole e penoso adempiere, più ci si sente “scienziati”, come se la scienza fosse un sofisticato masochismo. Ma fino a che punto può arrivare lo zelo meticoloso senza diventare onanismo? Uno che si lava le mani qualche volta al giorno è un tipo pulito; uno che se le lava cento volte è un nevrotico Prometeo eternamente roso dalla furia di una purificazione ideale, e qualunque fuoco ci regali la sua fuga disperata dal caos difficilmente porterà del bene. Mai fidarsi del «feticismo delle regole»; non dimentichiamo che le norme di accesso e di condotta nel lager costituivano un corpus articolato la cui puntigliosa complessità era pari solo alla sua tragica inutilità, un modello applicato dalla burocrazia in versione farsesca.

La scienza non si distingue nemmeno dal suo contenuto. L’immensità dell’ignoranza umana non può permettersi di escludere le ipotesi apparentemente più assurde, perché la storia dice che un giorno potrebbero rivelarsi sensate. L’atomismo di Democrito, rifiutato da Platone, propugnato da Lucrezio, bollato come eresia dal Cristianesimo, sopravvissuto nell’ombra attraverso il Medioevo, riabilitato da Gassendi e Boyle nel Seicento, ripreso da Dalton nel XIX secolo, passò sotto l’arco di trionfo all’inizio del secolo scorso con il modello di Bohr. La fisiognomica nata in Grecia, ammirata da Leonardo, popolarizzata da Lavater, fu liquidata come un’aberrazione, eppure ora pare non fosse del tutto infondata assodato che l’espressione facciale delle emozioni è effettivamente codificata nel cervello in forme universali. L’idea che le maree fossero provocate dall’attrazione della Luna, sostenuta dagli aristotelici, era una vera baggianata secondo Galileo, i copernicani e agli altri pensatori “razionali” dell’epoca, i quali la ridicolizzavano e la ostacolavano con ogni mezzo; poi arrivò la teoria della gravitazione di Newton e l’attrazione lunare si dimostrò la spiegazione più corretta.

No. Il vero quid della scienza è questo: la ripetibilità degli esperimenti e la socializzazione dei risultati. Lo scienziato formula ipotesi tecniche, costruisce gli esperimenti per provarle, poi mette ciò che ha fatto a disposizione del pubblico in modo che altri scienziati possano verificarle replicando i suoi esperimenti e ottenendo i medesimi effetti, oppure falsificarle con un controesempio. La teoria di Wilhelm Reich, secondo la quale si può generare la pioggia catturando e incanalando l’Energia Orgonica dell’etere con un Acchiappanuvole, appartiene alla scienza in quanto è falsificabile: si può costruire l’Acchiappanuvole e piazzarlo nel deserto per vedere se piove. Al contrario, la teoria che esista un decimo pianeta del Sistema Solare, vicino ma invisibile, non appartiene alla scienza: non esiste un modo per dimostrare che non c’è, e nemmeno che c’è. La socializzazione dei risultati è importante anche perché con una condivisione e convergenza abbastanza ampie si può conseguire qualcosa di vicino all’oggettività, aliena al dominio umano.

Quei due semplici criteri inscrivono il metodo scientifico nel più prezioso e autentico umanesimo; gli scienziati che li rispettano sono tra i migliori esemplari di Homo sapiens. In loro virtù la scienza ha fatto progredire l’umanità. Ora dobbiamo scoprire che la spirale virtuosa si sta arrestando, e la corrosione del mondo occidentale per superficialità interessata è giunta a intaccare profondamente anche questo baluardo. È sempre più diffusa un’assenza di verifica incrociata che disattiva il metodo scientifico, annulla i suoi vantaggi e rende ambigui, persino pericolosi i conseguimenti della scienza.

«Una regola semplice tra i venture capitalist dice che metà della ricerca pubblicata non può essere replicata. (…) L’anno scorso i ricercatori di una azienda biotech, Amgen, hanno scoperto che potevano riprodurre solo 6 dei 53 “fondamentali” studi nella ricerca sul cancro. Prima un gruppo alla Bayer è riuscito a ripetere solo un quarto dei 67 lavori di simile importanza. Un famoso scienziato dei computer teme che tre quarti dei lavori nel suo campo sono fasulli». Se rappresentanti dei National Institutes of Health statunitensi sostengono che tre quarti di tutte le scoperte biomediche sono difficili da riprodurre, vuol dire che la ricerca pubblica fallisce nel dare solide basi allo sviluppo dei farmaci, con conseguenze preoccupanti. Esempi che dicono quanto la scienza è in pericolo, e noi con lei.

Le cause della decadenza ci portano al cuore malato del nostro mondo. La principale è il vecchio cancro della competitività, caposaldo del grande illusionismo dei predatori dal volto umano. I tanti teorifìci accademici sono affollati di aspiranti scienziati immersi in una struttura di potere in cui per fare carriera si deve obbedire all’implacabile regola “publish or perish”, pubblica o muori. L’urgenza di pubblicare il più possibile allenta naturalmente l’attenzione alla qualità: dal punto di vista di un ricercatore costa più non essere pubblicati che pubblicare fandonie. E nemmeno si fa carriera verificando gli esperimenti di qualcun altro. Questo difetto di attenzione è potenziato di sponda dalla politica editoriale del settore. La spettacolarizzazione universale fa sì che anche le riviste scientifiche siano a caccia dei risultati più stravaganti e curiosi, o sugli argomenti più caldi. Quindi non c’è da stupirsi se «un ricercatore su tre afferma di sapere che qualche suo collega ha insaporito il suo studio escludendo i dati scomodi dai risultati sulla base di una sensazione di pancia». Ai tempi nostri bisogna essere sorprendenti, eccezionali, virali, a X-Factor come sul British Medical Journal, costi quello che costi. I lavori che controllano e smontano i risultati altrui, così essenziali al metodo scientifico, sono cestinati col visto “non interessante”: ammontano solo al 14% dei lavori pubblicati, mentre nel 1990 erano il 30%. La mancata pubblicazione delle ricerche fallite, fra l’altro, fa sì che altri ricercatori prima o poi si caccino in vicoli ciechi già percorsi, sprecando tempo, soldi e sogni.

Ci sono altre concause. C’è un cretinismo statistico, diffuso tra gli studiosi come tra le persone comuni: è facile prendere lucciole per lanterne quando si valutano probabilisticamente i pesi dei falsi positivi e dei falsi negativi, e interpretare male i dati registrando correlazioni spurie che sembrano dimostrare qualcosa che non è. C’è l’ostruzionismo: alcuni studiosi rendono difficile la riproduzione dei propri esperimenti, non identificando tutte le risorse impiegate o gli insiemi di dati su cui hanno lavorato o il software che hanno usato, complice la mancanza di politiche di data-sharing. C’è l’errore epistemologico: il bagaglio di tacita conoscenza e giudizio dei ricercatori originari ha un peso difficilmente misurabile ma presente negli esperimenti, e i peer reviewers talvolta scovano molti meno errori di quanto si vorrebbe ammettere. E alla fine succede che «tra il 2000 e il 2010 circa 80.000 pazienti hanno preso parte a trial clinici basati su ricerca che più tardi è stata ritrattata a causa di errori o improprietà»; ma si indovina che questa punta d’iceberg nasconde la maggior parte dell’azzardo, lasciato ignoto.

Il fenomeno mi ha turbato non solo perché mina il futuro a gran profondità. In ultima analisi, si tratta ancora e sempre del ricatto dell’Alta Velocità come categoria del pensiero: l’inerziale disegno del progresso come accelerazione costante e sfondamento eclatante, invece che prudente e dolce movimento condiviso alla ricerca di stablità. Fretta automotivata senza obiettivo, ricorsiva come un delirio, priva di attenzione, incurante degli effetti collaterali disastrosi, cieca alla figura complessiva. Se aggiungiamo la pruderie positivista che nasconde le malformazioni del sapere e della cultura che ne deriva, vi si vede per intero il marchingegno dello megashow antiuomo che paghiamo con denaro e salute tutti i giorni.