Autoritratto sul filo

(daily life)

Cloe primaSto guardando la prima foto del volto alieno di una bimba. Me l’ha regalata l’ecografista. «Questa è per il papà», ha detto. Ho saputo ieri che è una femmina. Erano le otto e tre quarti di mattina.

Già sento che mi osserva, da quella immagine confusa. Il volto appena abbozzato emerge da un rumore di bianco e di nero. Il suo capo è un po’ reclino, sembra coricata in un lettino di semplice luce. Mi scruta silenziosa come se volesse capire.
È ancora nella pancia della mamma e già mi guarda con tenerezza, già vuole capire. Questa la dice lunga su di me, credo.

Musica consigliata: pavana per pianoforte di Aldo Finzi.

Le quattro camere del suo cuore sono le ali di una farfalla che battono ritmicamente aprendo e chiudendo.
I pensieri mi volano via in frotta confusi, sbattendo le ali alla cieca, come i gabbiani svegliati di notte da uno che corre sulla spiaggia. Non riesco a tenerli.

Non pensavo che si dovesse per forza dire queste cose.

Ma sì, lo sapevo. È che io vorrei essere sempre diverso. Forse perché vivo da scalatore e dormo su un’amaca appesa allo strapiombo. Fatto sta che non sono certo l’unico.

Mentre guardo quel volto composto di dolcezza senza tempo mi sento incamminare lentissimamente su un filo teso sopra una profondità abissale.
In mano ho un bilanciere. Lo tengo orizzontale con attenzione, come ogni equilibrista. Un piede dopo l’altro, piano, le estremità dell’asta nelle code degli occhi.
A sinistra c’è il volto incompleto di mia figlia, che solo per metà è entrata in questo mondo.
A destra c’è il volto immemore di mia madre, che già per metà lo ha lasciato.
Cerco di tenerle in equilibrio. In questo esatto momento. Con tutte le mie forze.
Nel cavo tirato che vibra e oscilla sotto di me c’è ancora mio padre, che mi teneva in collo scendendo le scale a due a due quando avevo tre anni.

Non pensavo che si dovesse per forza dire queste cose. Invece è così. Sarà sempre così.
Non c’è niente da fare.