Bellezza che vieni, bellezza che vai

(daily life)

Ecco, mi sembra di scorgere una luce di benevolenza. Sento il soffio vitale di una parola sincera, di una carezza spontanea, di uno sguardo che emana comunione, protezione.

Dice: sono qui anch’io, come te; quello che ci distingue non è importante, conta solo che siamo sulla stessa barca ed esserci presenti l’un l’altro è la cosa più bella, l’unica indispensabile.

È qualcuno che non c’entra con il cosiddetto amore, non vuole averci niente a che fare, non fa nemmeno il minimo cenno a quel vecchio pappone. Troppe lingue biforcute l’hanno leccato, troppe battone se lo sono conteso. Quante ne ha viste. Se ne sta sdraiato su un sofà fatto delle sue infinite rassegne stampa, come uno stratosferico Hugh Heffner, con la pelle bruciata e cadente, lo sguardo nascosto da grandi occhiali fumé, un montarozzo di coca sul tavolino basso di cristallo ai suoi piedi.

No, quella luce di benevolenza che arriva come un bel mattino, destinato a non restare, è più avanti, più in alto. È roba buona, pulita, gratuita. Non spiega niente, non chiede niente. Viene così come un alito fresco che ti risolleva quando stai per soccombere al calore e alla pressione di un torrido giorno di fatica. È la meraviglia dell’incontro, un’opera d’arte. C’è perché tu sei tu e io sono io. Adamantino. Una di quelle semplicità di cui è difficile rendersi conto, così evidenti davanti al naso. Quando uno è abituato a costruzioni artificiali, a gallerie, a viadotti, un pianoro d’erba nella luce aperta del giorno è allarmante. Niente oggetti sfocati sullo sfondo. Niente cartelli e segnali. Niente sorrisi disegnati da clown, niente false ali né comici imbarazzi, niente spaventi annunciati e provocatorie sfide, niente difese e offese. Solo una cosa che entra perfettamente in un’altra cosa. Il dado che imbrocca la filettatura e scorre liscio fino alla testa del bullone. La molecola che incontra il suo recettore e si lega attivando una reazione chimica che ti salva la vita. Niente spazio per le parole, niente area chiarimenti, niente detti e contraddetti, niente filosofia. Solo vita, bios. Momenti di incanto divino. Di certo pensavano a questo incontro supremo di esseri umani, che è il più grande dei miracoli, i nostri avi che hanno descritto la discesa della grazia. Grazia. Gratitudine. È la parola che mi viene in mente di più. È la sensazione che mi occupa il cuore quando penso a te. Gratitudine quando ritorno dal viaggio e tocco terra, quando vedo la fiaccola nera dei tuoi capelli, l’acqua sul fondo dei tuoi occhi. Ma l’incanto dura poco. Il dubbio della diversità taglia il piano in tante porzioni prismatiche che si moltiplicano e si rifrangono. Forse ho capito male. Ho capito male io? Hai capito male tu? Che succede? Ehi, che succede? Cos’hai? Nulla? Come, nulla? Silenzio.

Ecco, è andato via. Il momento perfetto è andato via com’era venuto, tornando alla tana del destino. È una dimensione in cui non c’è differenza tra gli uomini e le forze naturali. Sono entrambi agenti senza ragione, propaggini del caos che lambisce la mia terra. In ogni regno il piccolo dolore di riscoprire che la bellezza è transitoria e inafferrabile. La vita si riserva sempre la facoltà di revoca. In un istante ti mostra il bene attraverso il gesto prestato inconsapevolmente da qualcuno: una donna, un amico, un fratello, una madre, un bambino. Qualcuno che è di passaggio, come tutti sono di passaggio. Qualcuno che non sa quello che fa, come me o te, come tutti. Qualcuno che l’istante dopo ti ha già tolto quello che ti aveva dato, così, senza motivo, senza spiegazioni. Cos’hai, cos’hai?! Silenzio. Dei passi, ormai lontani.

Questa è la dimensione della bellezza, sopra l’amore, sopra le parole. La migliore possibilità che ho è accettarlo. Inghiottire la gratitudine. Bellezza che nasci dal nulla e finisci in nulla, arrivederci. Il corridoio dove sono seduto in attesa torna nell’ombra normale. Lo svelamento della luce è un’eccezione. Il crepuscolo è la condizione normale. Per questo la preghiera è la nostra inseparabile compagna, che si creda o no.