Coop al cuore

(lideologo, miti d'oggi, pubblicità)

Nella sua nuova serie di spot tv, la Coop si presenta innocente ed ecologica come una pecorella di centomila anni fa:

«Alla Coop non abbiamo transgenici tra i nostri prodotti perché pensiamo che la natura se la cavi benissimo da sé».

Ah, che dolcezza. Sento la Pastorale in lontananza. Armenti muggiscono amabili.

La falsa indulgenza di questa pacca sulla schiena si commenta da sé. Con paternalismo aggravato, passa sotto silenzio parecchi secoli di cieco saccheggio, contaminazione e modifica profonda di quella stessa natura. La quale dopo tutto questo, come ormai sappiamo bene, non se la cava mica più tanto bene da sé.

Il richiamo sorridente e light alla semplicità della natura è diventato la maschera più venduta di un carnevale durato troppo, dove nessuno sa più chi è davvero: accanto all´anti-ogm à la Coop, gli spiritualismi new age, l´agricoltura biologica, le terapie alternative, la musica finto-etnica, l´ambientalismo pret-a-porter, e così via. Sganciati dal contesto storico in cui vivono, persi dietro l´illusione di un recupero a questo punto miracoloso dell´innocenza originaria, questi simulacri assomigliano ai vani tentativi di un adulto di dimenticare le violenze subite da bambino. Di curare la nevrosi con la nevrosi. E poiché viviamo in questo mondo, e non in un altro, a ciascuna di queste nevrotiche vie di fuga corrisponde puntualmente un´industria che sfrutta commercialmente il desiderio di dimenticare, di purificarsi di una colpa incomprensibile, complicata, forse ereditaria. Tutti condividono una non-sostenibilità in senso ampio.

Similmente appaiono ormai avviati alla prescrizione tradizioni, valori e liturgie che affondavano le radici in un ambiente dove l´uomo e la natura erano in un equilibrio perduto per sempre — penso ad esempio ai riti dello sposalizio o della sepoltura, alla funzione e ai ritmi della vita sociale, a caccia e pesca, alle parole stesse. Per noi, queste voci risuonano in fondo in fondo vuote di riferimenti. Link interrotti.
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Alla natura scombinata e destabilizzata, alla natura che non se la cava più bene da sé, non bastano le formule evocative. All´interno di questa vita, di questo mondo, non si può tornare indietro: bisogna procedere sulla strada di sempre, lungo la nostra speciale evoluzione, dando finalmente armonia all´artificiale. Si impone ora un utilizzo di sostegno della tecnologia, convertita da fattore di sfruttamento a strumento di compensazione dei danni inferti. Il che, come sempre, vuol dire anche un livello inaudito di attenzione da parte di tutti.

Ma lo spot Coop non incappa solo in questo vizio. Ce n´è un altro: il suo contributo diretto alla questione degli ogm.

L´anno scorso la Poster ha condotto un´inchiesta dai risultati stupefacenti: poco meno di un terzo degli Italiani intervistati sosteneva che (a) i pomodori naturali non contengono geni mentre quelli modificati sì; (b) l´ingestione di ogm può causare mutazioni al DNA. Se per caso siete dello stesso avviso, potrebbe interessarvi sapere che queste due asserzioni stanno alla genetica più o meno come le cicogne stanno alla ginecologia. Pensate come sarebbe l´Italia se un terzo dei suoi abitanti credessero imperterriti che i neonati li porta la cicogna… una specie di enorme succursale Disney. Dunque, tornando agli ogm, in un Paese dove la consapevolezza del problema, ed in generale di tutta la questione dell´ingegneria genetica, è talmente primitiva e campata in aria, e dove media e pubblicità sono spesso le uniche fonti di informazione, ecco che il messaggio Coop diviene un rinforzo importante quanto superficiale a quel surrogato di conoscenza che la gente crede di avere. E poiché, in democrazia, il fatto che la maggioranza creda di avere equivale ad avere, e per tutti, in caso di decisione pubblica sarà l´ignoranza a formare la legge; e su tutti noi si chiuderà il cerchio cupo dell´oscurantismo e dell´involuzione.

Ma allora, qual è la verità su questi malnati ogm? Invece di una risposta, per chiudere questo num3ro vi offro un caso, un piccolo caso da un domenicale del Sole24Ore che illumina un´altra metà della verità. Una delle sue tante metà. A voi il puzzle, divertitevi a ricomporlo.

«Luis Herrera Estrella, quarantenne di origine indigena, dirige un centro di ricerca in genetica vegetale nel Guanajuato, in Messico. Pluripremiato e corteggiato da università e società americane, è rimasto nel proprio paese per tentare di aiutare i contadini più miseri. Come nel resto dell´America tropicale, del sud-est asiatico e dell´Africa, il suolo nel Guanajuato è avaro, avvelenato dalla presenza di alluminio e i raccolti sono scarsi. Da ambientalista convinto, Estrella vorrebbe salvare la biodiversità, la foresta tropicale che i contadini disboscano in cerca di inesistenti terreni più fertili. Quindi ha trasferito a mais, papaya, fagioli la capacità di resistere all´alluminio con lo stesso meccanismo presente in altre piante locali. Intanto a Città del Messico, organizzazioni ambientaliste – “le nostre altre multinazionali”, dice – facevano campagna contro gli OGM. Hanno ottenuto una moratoria di 20 mesi dal governo e i ricercatori sono stati costretti a distruggere le proprie piante. Estrella mostra le diapositive della sua serra: gli alberi di papaya prima così rigogliosi rispetto a quelli del gruppo di controllo, e poi abbattuti. Racconta dei contadini che lo aspettavano, fieri di provare con lui il nuovo mais in un campo sperimentale: “Sono disperato”.»