Dalla politica al marketing dell’esecutivo

(daily life, politica)

Da diversi anni osservo crescere in me la tendenza spontanea a immischiarmi poco nella politica tradizionale fatta dalle organizzazioni dette partiti e dai loro incaricati. Tendo ad abbandonare in fretta le discussioni su questi partiti e questi politici di professione, trascinato via da una noia inesorabile, da un disinteresse lievemente stomacato.

Con un certo allarme mi sono chiesto perché. Che io sappia, per un comune cittadino come me non sembra esserci alternativa alla partecipazione politica se non quella che passa per la veneranda via del voto a miei presunti rappresentanti scelti dai cataloghi dei partiti. Quindi dovrei sentirmi come chi desidera un figlio ma disprezza il sesso.

Uno scambio di idee a casa di amici, qualche sera fa; l’urgenza di capire spronata dalla vicinanza delle elezioni politiche, che rivela la sua contiguità con l’azione, un’azione qualsiasi, purché sia manifestamente politica e comunicabile: ho dovuto insistere con la riflessione. A qualche punto fermo sono arrivato, e chissà forse possono tornare utili anche qualcun altro oltre me. Per inciso, se ciò accade allora questa stessa testimonianza diventa azione politica autosufficiente, e pronta a generarne altre.

Ho capito che il mio disamore verso la riproduzione elettorale – al di là della fiducia e soprattutto sfiducia verso singoli individui/partner, che restano sentimenti soggettivi, opinabili, quindi meno interessanti – è causato da due motivi.

Primo motivo. L’avvento di un uomo della peculiare composizione di Silvio Berlusconi al centro della politica italiana come suo capo, primario, pacemaker, trendsetter, maitreapenser, o più propriamente dirigente, ha concluso il processo di mutazione della politica in qualcosa di radicalmente diverso. Il processo (chiedo venia per il termine ambiguo) era iniziato negli anni ’80 quando la pubblicità, attraverso i famigerati spot dell’amaro Ramazzotti, si era associata alla politica, attraverso quegli statisti di nuova formulazione che nella Milano da bere avevano preso quartiere giocondi e virili, finendo nello stesso letto della finanza e dell’alta moda. Dopo vent’anni, la nostra situazione è la chiara fine di quel principio.

Da una parte vivendo ho conosciuto come molti di voi la politica di una volta, quella in bianco e nero. Lambita e a volte erosa dalle eterne correnti del moralismo ipocrita, pure era visibile e salda la scala di certi ideali, gustabile il dibattito tra persone di cultura, tangibile l’esame dei problemi su un ricco livello umanistico, ascoltabile ed edificante il linguaggio (che era l’Italiano, quello che, come insegnava Sciascia, fa tutt’uno col ragionare). Questo è un mondo che non vedo più. D’altra parte lavorando ho conosciuto come molti di voi l’ambiente delle aziende, la loro antropologia. La forzosa socializzazione secondaria dei dipendenti e la loro omologazione; i riti apotropaici le superstizioni le previsioni i contratti le scadenze i collaboratori il markup il packaging le facilities i competitors; l’attenzione isterica per i titoli professionali – come mimo il «Gent.mo Dottor X» – che rivela, appena sotto il pelo della formale uguaglianza dei diritti civili, un duro mondo di rapporti gerarchici con il loro normale seguito di segregazioni, prevaricazioni, ricatti; il largo e falso sorriso del marketing che si sbraccia per far dimenticare l’indiscutibile e animalesca signoria del lucro; la razionalizzazione delle funzioni e l’egemonia indiscussa della tecnologia. Questo invece è un mondo che vedo sempre di più. Ad esempio, ne ritrovo i segni in ogni cosa che l’attuale premier fa e dice. Nel modo che ha di affrontare le questioni, di considerare il prossimo, di ricordare il passato e progettare il futuro. Nessuno stupore: egli si è formato a quella scuola, che sta alla politica di una volta come per un bambino la strada sta alla scuola. Se ne esce per forza pragmatici. E fieri di esserlo, come ben riassume la classica dichiarazione autoerotica: “io sono uno che si è fatto da solo”.

Basta accostare lo stile della politica retrò con il dilagante stile corporation per capire che cosa ha portato quel processo di mutazione iniziato negli anni ‘80: in Italia non si fa più politica, bensì marketing del potere esecutivo. Il contratto con gli Italiani, le lunghe liste di dati numerici e di fatti, le presentazioni e le mappe, gli spot pubblicitari e le affissioni, ma soprattutto i nomi e gli slogan che naturalmente sono la primissima espressione del marketing. A cominciare dall’identità del partito, elaborata come una tipica corporate identity, che mettendo da parte ogni tradizione ruba e colonizza il colore e la prima parola d’ordine del calcio nazionale. Come fa Microsoft quando registra come marchi propri frasi banali e comuni come “Dove vuoi andare oggi?”. Non a caso il partito di Berlusconi accusa quella ineffabile ma immediata somiglianza con un franchising immobiliare.

Il marketing dell’esecutivo è un fenomeno inedito. Non s’era mai visto prima, né qui né altrove a mia nozione. Perché accadesse dovevano realizzarsi tre condizioni complesse: che il marketing, come modo di fare e comunicare, fosse sufficientemente maturo e assodato; che trovasse un araldo abbastanza potente da portarlo fin dentro al cuore dello Stato; che il pubblico degli elettori fosse ricettivo, in quanto educato a usare l’idioma del marketing come madrelingua e i suoi concetti come filtro dei desideri. Da noi queste condizioni si sono verificate insieme negli ultimi anni; ed ecco che è accaduto.

Ora ci si può e deve chiedere se questa nuova strada piaccia o no, quali siano i suoi difetti o i suoi pregi, e ciascuno avrà le sue risposte. Tuttavia, quel che è certo che si può senz’altro smettere di parlare di politica. In Italia non si fa più politica, questo sia ben chiaro. Si fa marketing nelle istituzioni di ogni ordine e grado. La soggezione totale della politica all’economia e alla finanza. Gli obiettivi di rendimento per i dipendenti statali. La privatizzazione degli enti pubblici. La vendita dei beni culturali e del patrimonio artistico cui si è opposto fieramente Settis. La conversione dell’università in azienda fornitrice del ‘prodotto cultura’ ai clienti-studenti (crediti uniformati, ecc.) contro cui si sono scagliati Rovatti e Derrida nel libro L’università senza condizioni. In generale l’approccio a qualsiasi questione si fa quantitativo ed economico.

Per me che non vedo più fare politica in Italia, il capannello di ogni ordine e grado che si illude ancora di parlare di politica mi suscita quella tenerezza intrisa di tristezza e di stizza con cui mi immagino un genitore guardare il figlio ormai adulto vittima delle stesse debolezze che aveva da bambino. Sveglia! Siamo oltre la politica. Questa è politica-nonpolitica, come il tessuto-nontessuto – che poi è poliestere.

La costruzione del consenso è quasi del tutto sottratta al campo della discussione pubblica: avviene principalmente per il veicolo della televisione, come in qualsiasi altra normale operazione di marketing su vasta scala. Se il processo di mutazione è potuto avvenire è grazie alla presenza totale della sua particolare tecnologia passivante, che mentre emoziona omologa, mentre conforta svuota, mentre comunica non consente repliche ma tutt’al più un altro canale, piuttosto simile al precedente. La televisione è quindi un fattore importante del processo di mutazione, e non a caso chi governa ne possiede diverse. Tuttavia il compimento di questo epico processo ventennale sarebbe stato impossibile senza la condiscendenza di tutti gli attori in scena. Primi inter pares i centro-sinistri sono rimasti colpiti dai metodi neo-positivisti della nouvelle politique, frutti lucenti del funzionalismo e del razionalismo della potente macchina aziendale (Marinetti e Depero non sono mai morti, si sono solo rincoglioniti di brutto negli ultimi cent’anni); ne hanno ammirato la deliziosa familiarità con il miracolo tecnologico; hanno creduto anch’essi di trovarvi la chiave della moderna gestione della cosa pubblica e uno spunto per rifarsi una identità. Quindi non sapendo bene cos’altro fare ne hanno assimilato il linguaggio. Tuttavia restano a metà strada, come sospesi, incapaci di riprodurne lo spirito e le intenzioni, le quali restano loro intimamente estranee senza che essi riescano a spiegarne il perché. Così vince in loro la soggezione verso quegli uomini fortunati per la cui natura gli unici e autentici punti d’onore sono aver tirato su imprese grandi e redditizie che «fanno crescere il Paese», sentendosi un po’ in colpa per essere politici di professione, poco più che scansafatiche al confronto.

Peccato che anch’essi abbiano dimenticato la verità, un tempo ovvia, che uno Stato non ha ragioni d’essere paragonabili a quelle di un’impresa commerciale, e per questo al primo non possono applicarsi criteri e tecniche adoperate nella seconda (peraltro con successo non dimostrabile). Peccato che anch’essi abbiano dimenticato che i problemi degli esseri uomini possono essere affrontati solo in minima parte con metodi quantitativi. Un politico e l’uomo della strada oggi condividono una cosa soprattutto, la visione mistica della scienza come nuova terra promessa delle certezze: su questa loro superficiale affinità, su questa intesa di ignoranze, si costruiscono i peggiori equivoci del nostro tempo e si prendono le decisioni più infauste per il nostro futuro. Ad esempio sulle politiche energetiche. Ad esempio sul metodo aziendale. È più che possibile che su questi schemi già si stia formando la classe dirigente futura, e non posso che prevederla tanto simile all’attuale insulsa classe manageriale che nelle aziende ha quasi completamente rimpiazzato la nobile stirpe dei grandi imprenditori, quelli che conoscevano il valore delle cose non misurabili come la bellezza e l’arte e comprendevano la sottile relazione che legava al loro lavoro questi aspetti poco disciplinati del vivere sociale. Chi si occupa di esseri umani concreti – non di astrazioni sintattiche o statistiche – sa quanto profondamente se ne possa sentire la mancanza. Un’azienda può credere di permettersi di trattare le persone come astrazioni all’interno dei suoi confini pattuiti, fintantoché i dipendenti lo accettano; uno Stato non può mai crederlo, anzi deve scongiurare usanze del genere, altrimenti ha già fatto il passo più importante verso il totalitarismo. E da quello che era solo un ghigno inquietante del politico-dirigente su cui scherzare, dopo poco nessuno ci potrà più proteggere.

Al contrario dello Stato sano, che è una comunità, l’impresa promuove un approccio belluino all’esistenza e al rapporto con gli altri, un attitudine tribale o individualista, metodicamente basata sugli istinti più primordiali, sull’opposizione piuttosto che sulla relazione, sulla competizione piuttosto che sulla cooperazione. Le giustificazioni teoriche di questo sistema sono completamente infondate. Purtroppo c’è sempre chi taglia la soccorrevole mano invisibile di Smith prima che arrivi a ostacolare i propri interessi. Un modo di difendersi dallo Stato-impresa, e da molto altro, sarebbe abbandonare questo modo di fare impresa e mercato con le irreali teorie economiche d’abitudine, per un approccio più complesso, più verosimile e più giusto. Ma sono cose al di sopra delle nostre possibilità e del momento. Il tentativo più semplice e diretto si può fare alle prossime elezioni. Vedete, non mi interessa affatto discutere se Berlusconi sia il più onesto degli uomini oppure un farabutto, se faccia più cose per l’interesse del popolo italiano o per quello dei propri estesi affari, e altre simili controverse faccende. Io ne so poco; l’asfalto su queste strade finisce rapidamente, e mi ritroverei sul terreno incerto dei preconcetti delle suggestioni delle idiosincrasie, tutta quella cianfrusaglia che lascia il tempo che trova. Mi interessa invece solamente quello che so con certezza: e cioè che Berlusconi è la principale causa efficiente per cui non si fa più politica in Italia bensì marketing dell’esecutivo. Questa ragione mi basta a non volere né lui né altri uomini del genere al cuore del mio Stato.

Seconda causa del mio disinteresse spontaneo: i politici italiani rischiano di non contare granché nel nostro futuro. E non solo perché sono appannati dal marketing. Le pensioni il risparmio i lavoratori la famiglia le tasse le opere pubbliche la sanità la previdenza gli ammortizzatori sociali eccetera eccetera, siamo d’accordo, sono in mano loro. Ma tutto avviene entro un orizzonte molto angusto. Appena oltre si apre un mondo immenso, in cui viviamo non meno che in quello più domestico, dove esistono fattori di gran lunga più potenti e influenti. A differenza dei primi, questi fattori sono conosciuti solo con estrema vaghezza, persino da molte persone di cultura elevata; sono poco discutibili, pochissimo controllabili. Chi scruta con attenzione costante il panorama delle scienze e delle tecnologie, sa bene che quasi non passa giorno senza che si venga a scoprire qualche principio determinante o si metta a punto qualche metodo rivoluzionario: medicina, telematica, materiali, produzione, progettazione, tutto avanza e si integra continuamente in una complessità di cui già da tempo si è perso l’aspetto totale e il senso. Max Ernst, raccontando la sua esperienza dadaista di gioventù, sostenne che i dada erano destinati all’estinzione ab origine, poiché teorizzavano la rivoluzione perpetua la quale è una cosa impossibile per definizione. Quanto s’ingannava il povero Max! Non aveva conosciuto la potenza creatrice dei laboratori uniti di tutto il pianeta. Oggi possiamo dargli torto, perché il paradosso è ormai ampiamente superato: noi viviamo effettivamente in uno stato di rivoluzione perpetua. La scienza è impegnata in una rivoluzione quotidiana che si traduce quasi immediatamente nel nostro continuo cambiamento di orizzonti. Questo stato di moto ultrarapido pure conserverebbe ancora una minima prevedibilità; ma vedo tre tendenze a breve-medio termine che stanno per trasformare la condizione umana oltre l’immaginabile. 1) Miliardi di chip, collegati senza fili tra loro e con computer più potenti, saranno inseriti in altrettanti oggetti e corpi, e questo porterà a una convergenza dei mondi sociale, fisico e virtuale in un’unica sfera, dominata dall’ubiquità interconnessa delle tecnologie dell’informazione e dalla dilatazione della realtà. 2) La capacità di visualizzare il comportamento dei neuroni del cervello animale e umano mette in grado di descrivere un numero sempre maggiore di quei meccanismi anatomici e fisiologici – osservabili, misurabili – che stanno sotto le emozioni, i sentimenti, le caratteristiche umane finora dominio della fumosa ma a volte poetica speculazione filosofica. 3) Genomica, proteomica e nanomacchine permettono di intervenire nei costituenti di base della vita per modificarne le espressioni alle loro stesse radici. Se aggiungiamo a tali passaggi le difficoltà planetarie connesse al cambiamento climatico, al consumo energetico, al mercato finanziarizzato, all’integrazione dei popoli, e il potere delle grandi organizzazioni internazionali extra-democratiche, si capisce che quasi tutti gli argomenti di cui si parla in relazione all’Italia e alla sua vita quotidiana, per quanto importanti e in primo piano, appaiono poco più che un modesto passatempo di provincia.

Sarebbe bello riuscire a distinguere quanto effettivamente siano un passatempo, perché mentre il passatempo occupa risorse importanti di attenzione l’ignoranza sulle condizioni del nostro futuro si fa terribile. Prendiamo la questione dell’idrogeno, ad esempio. Gli informati nel migliore dei casi sono quelli in possesso di una vaga ipotesi di complotto secondo cui il ritardo dell’idrogeno è stato determinato dal veto dei potenti interessi dell’industria automobilistica e petrolifera; potrebbe anche esserci un elemento di verità, ma è del tutto irrilevante di fronte al fatto che queste stesse persone non hanno idea del funzionamento concreto dell’idrogeno come vettore di energia, non sanno quali sono i costi e gli altri problemi della sua produzione, dello stoccaggio, della distribuzione, del consumo. Questo idrogeno molto rarefatto è uno dei tanti totem – con il nucleare, le staminali, gli embrioni, l’elettrosmog, la prova del DNA, e così via – che la scienza mette a disposizione di rituali danze pseudo-ideologiche dove gli animi si infiammano a vuoto. Come avrebbe detto Barthes: il mito si impadronisce della scienza perché essa è infinitamente suggestiva. Così, mentre più o meno suggestionati noi si ciarla della nostra politica-nonpolitica di poliestere, altrove si coltiva alacremente un futuro di leghe imprevedibili, fenomenali zuppe bollono in pentola. Lasciate le eminenze grigie ai loro affarucoli, lo chef più potente ormai è il caso: solo ad esso è affidato il gusto finale di un miscuglio di ingredienti aggiunti lungo anni e anni da ciascun passante per suo conto, senza considerare cos’era già dentro. Nessuno può e vuole conoscere in dettaglio la pietanza che si va crogiolando; nemmeno gli scienziati, giacché anche loro in massima parte hanno smesso di preoccuparsi di scopi e destinazioni della grande avventura.

Ecco i due motivi per cui ho perso l’interesse alle discussioni di politica del mio Paese. Non so cosa ne pensate; a me paiono sufficienti. Per il resto, è evidente che il sistema di rappresentanza usuale non funziona più: è antico, usurato, troppo rigido rispetto alle fluttuazioni di sistemi così complessi come le metropoli, la competizione, i trasporti, la distribuzione, la finanza, i cellulari, il peer-to-peer, il web, e la mescolanza di tutte queste cose. Per non parlare dei desideri e delle paure di miliardi di persone, che pian piano vengono a galla… Le interconnessioni fanno crescere i numeri e la confusione in ragione spropositata, la vecchia guardia non ci capisce più niente e non la biasimo. Ma se una tecnologia, la televisione, ha sostenuto la lenta rivoluzione nelle percezioni della gente che oggi consente al potere politico di diventare un prodotto e alla politica di farsi marketing, è legittimo pensare che una tecnologia di natura opposta a quella – non gerarchica, reticolare, non comandata da alcun centro, non riducibile – possa generare una dimensione contraria a questa tendenza di esaurimento dello Stato, e riportare la politica sul cammino indicato dai Greci.

Intanto la parola democrazia non mi dice più niente, devo confessare. Troppe contraddizioni, troppe stupidaggini. Serve un atto di fede per riconciliare tutti gli errori commessi in suo nome, e non ne sono capace. Credo che tornerà a significarmi qualcosa solo quando si ritroverà la maniera di far collaborare la gente alla vita politica su scala quotidiana, in quel circolo virtuoso e stimolante dove la partecipazione suscita l’impegno e altra partecipazione. Altrimenti resterà un vecchio pallone gonfiato, una parola vuota, un’insegna bruciata penzoloni; e noi sotto, in balia di poteri invisibili e intoccabili. Primo fra tutti, come sempre, l’ignoranza che pone la corona sulla testa del fato, e s’inchina a rispettosa distanza.

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