Da violenza nascosta, violenza patente

(daily life)

Il duomo di Milano in faccia al Milanese per eccellenza sarebbe una sublime allegoria dantesca. Ma quando è un sasso vero che rompe quei denti digrignati in piazza e quel naso mellifluo di parrucche, diventa un evento iperreale che fa riflettere.

Stazione centrale: percorso obbligatoQuando arriva nella rinnovata Stazione Centrale di Milano, per scendere dabbasso a piano strada o metrò il viaggiatore segue una serie di tapisroulants incrociati in magiche trasparenze che si immergono fra le colonne portanti originali dello Stacchini. Discesa e salita sono divise in due tratti. Finito un tratto, per continuare bisogna ripercorrere a ritroso tutta la lunghezza della navata trasversale: il nastro seguente è stato messo laggiù, e non accanto, in modo che tutti siano costretti a sfilare davanti alla lunga fila di negozi collocati nel sottopiano. Costretti a camminare, affinché possiamo forse comprare qualche altra cosa. L’assurdità di questa costruzione-costrizione è resa ancora più evidente dal fatto che i vani sono ancora sfitti e chiusi. La similitudine coi topi da laboratorio nei loro labirinti di formaggi e scosse elettriche viene immediata, a offrire il pronto soccorso di un sorriso amaro.

Qui da noi, fra i tanti pensieri marci, resiste un antico scisma tra corpo e mente. Corpo: materia, prigione, puah! Mente: anima, intelletto, bellezza, dio. E così ancora si crede che la violenza fisica sia una cosa, e la violenza psicologica un’altra. Il mondo della mente è tradizionalmente considerato immateriale, perciò fare questo o quello è tutta questione di volontà o di morale, non di limiti fisici. La violenza psicologica non può granché sull’anima immortale.  Il confine tra i due tipi di violenza è altrettanto fesso, come si vede nell’arbitrarietà della classificazione. La privazione del sonno, l’isolamento e il sovraffollamento, l’illuminazione continua e il buio profondo, le umiliazioni, il teatrino dei falsi rilasci, perfino l’induzione di droghe, sono considerate tutte torture psicologiche. Nonostante sia evidente che il corpo è coinvolto eccome, anche se non zampilla sangue. La distizione tra i due tipi di violenza si mostra davvero inetta; resta ambigua, primitiva, folcloristica, come quel detto secondo cui la violenza psicologica lascia “cicatrici dentro”, intendendo con ciò qualche vaga metafora di un sentimento triste che affluisce nella palude delle dimenticabili romanticherie.

Ma non c’è separazione tra mente e corpo. Tutte le cicatrici sono fisiche. E la violenza è una.

Da diversi anni ormai esperimenti di psicologia cognitiva e neuroscienze fanno un’analisi comparata di quello che succede nel cervello (animale e umano) di un soggetto sottoposto a violenze e stess di varia natura. Scavalcando i deliri di etiche occasionali, questi studi dimostrano che la violenza c.d. fisica e quella c.d. psicologica lasciano impronte praticamente identiche nell’organismo non visibile. Anche solo l’attesa di qualcosa di tremendo che sta continuamente per accadere, l’impossibilità di controllare gli eventi, la prolungata esposizione a uno stato di incertezza o di terrore incipiente, creano condizioni di grave alterazione ormonale che si traducono in danni fisici permanenti. Le violenze psicologiche possono portare a una perdita di funzioni cognitive essenziali (memoria, affetti, percezioni), a psicosi, regressioni, automutilazioni. E d’altro canto è stato mostrato che non tutte le vittime di torture fisiche sviluppano il classico disordine da stress post-traumatico (PTSD).

Di fronte a quel sasso, a quel sangue milanese – che tuttavia non impedisce all’abile vulnerato di riuscire dall’auto per far mostra del proprio martirio al popolo – è bene ricordare che noialtri siamo esposti tutti a una violenza enorme e continua, e tra quella e questa c’è una stretta parentela, come con la mezza bomba alla Bocconi. Il “clima di odio” di cui si parla non ha niente a che fare con uno scontro di parti politiche che ormai esiste solo per i nostalgici di altri tempi e per gli addetti di questa illusione campano. È qualcosa di molto più vasto e profondo. È lo stress dei topi prigionieri, esteso a milioni di esseri umani costretti in labirinti di auto, di uffici, di centri commerciali, di messaggi, di simboli, di norme, imposti da una sola logica idiota e disperata: produzione e consumo. La quantità di questa violenza che c’è nella nostra vita quotidiana, che ci rende disabili e tristi, è immensa. Ma tutti si lamentano d’altro, di falsi obiettivi frapposti ad arte, perché quella violenza è sommersa nell’abitudine e resa invisibile. Il viaggiatore che arriva nella grande stazione di Milano o di Roma con un po’ di tempo libero, probabilmente non si chiederà perché non trova una sola panchina su cui sedersi. Ma un motivo c’è: qualcuno (nome e cognome) ha deciso che lui non possa fermarsi, che debba per forza aggirarsi per le vetrine, fra millecinquecento schermi da incubo che diffondono tutti il medesimo spot.

Che tristezza. Come siamo arrivati a farci fare questo?