Decadenze a scelta

(media, miti d'oggi)

Stamattina ero dal dottore qui sotto per la classica laringite da equinozio. Mentre aspettavo di poter dire il mio 33 ho sfilato dal montarozzo un Corriere della Sera Magazine, evitando gli scandalistici. C’è voluto un certo sforzo di volontà per non infilare la cannuccia nella bibitona rosa, ma oggi mi sentivo più curioso di prendere il polso alla borghesia medio-alta. Agiva la presunzione che da questo genere germoglino le parole chiave e le mode culturali che quegli altri, la massa, trasformano poi in pesante realtà; e perciò quando voglio vedere un metro nel futuro, più che nel presente, ascolto la radio degli Opinionisti Accreditati.

Gli articoli di concetto erano tantissimi. Difficile dire se sia un valore, per una rivista, o semplicemente una moda. Nei grandi numeri, dice l’esperienza, è meglio non fidarsi. Vi si trova immancabilmente la moda, mentre il valore è più nascosto, probabile che da qualche parte ci sia ma faticoso da scovare.

Fra queste numerose riflessioni, un colonnino mi ha attratto in particolare con un titolo lapidario: Nessun italiano al MIT, di Isabella Bossi Fedrigotti.

Dopo una breve sinossi delle condizioni disastrose del nostro Paese (rifiuti, scuola, stipendi, prezzi, Alitalia), ecco il fatto trascurato che accade al Massachusetts Institute of Technology,

«il maggior centro mondiale della ricerca avanzata: per la prima volta quest’anno, tra i nuovi ammessi al dipartimento di ingegneria nucleare, materia nella quale un tempo primeggiavamo, non c’è nessun italiano».

Secondo l’Autrice, questa è una notizia emblematica che «racconta meglio delle altre la decadenza del nostro Paese».

Non ho potuto fare a meno di notare il mucchio di importanti assunzioni che questa valutazione trasporta di nascosto dentro il lettore, senza menzionarle e trattarle esplicitamente. La loro presenza sotto traccia dà la misura di quante cose gli intellettuali per primi siano molto lontani dal mettere in discussione (figuriamoci gli altri), e produce un tipico esempio di quello stile argomentativo falsamente profondo che in realtà non ha contenuti adatti al presente, non offre suggerimenti utili a concepire soluzioni non effimere. Insomma un bell’esempio di stile non sostenibile, perché la sua principale funzione non è quella di aiutare la società, bensì di alimentare queste grandi macchine mediatiche fortemente temporizzate che sotto una smagliante carrozzeria di engagement hanno la scocca e il motore corrosi di un’economia moribonda. La stessa economia che giorno dopo giorno, passo dopo passo, fallimento dopo fallimento, trascina il blocco d’Occidente verso la gran fossa. Tanto più rapidamente quanto più questo stile di pensiero prolifera, moltiplicando i miraggi.

Le assunzioni sottintese dalla tesi dell’Autrice – quelle che ho potuto vedere io, ma forse ce ne sono anche altre e questo potrebbe essere un bel gioco da fare – sono le seguenti:

  • l’ingegneria nucleare sarebbe un cardine del futuro buono;
  • l’ingegneria nucleare «nella quale un tempo primeggiavamo» (forse si riferisce a Enrico Fermi?) sarebbe sufficientemente simile a quella odierna da poter fare un paragone tra le due materie e il successo italiano nelle due materie;
  • la «nostra» riuscita, quella di giovani italiani piuttosto che di altre nazionalità, rappresenterebbe in sé un effettivo valore per il futuro di tutti in un mondo globalizzato;
  • il numero di iscritti italiani al MIT sarebbe un effettivo indicatore di questa «nostra riuscita» nel campo dell’ingegneria nucleare, indipendentemente da altri fattori qualitativi;
  • il MIT sarebbe una istituzione che produce solo conoscenza e umanità di sicuro e indiscutibile valore, un punto di riferimento assoluto.

Come si vede, sotto all’articolo agisce una variegata mitologia contemporanea. Miti concatenati e annodati, miti occulti in cui risiedono i veri argomenti di discussione, sui quali però non si discute perché sono diventati troppo complessi o tecnici per la maggioranza dei commentatori. Miti sui quali il vecchio Barthes si sarebbe certo divertito ad arpeggiare da par suo, con l’imbarazzo della scelta. Solo che oggi c’è molto meno da divertirsi di cinquant’anni fa.