Deriva del sapere e neopolitica trasversale

(conoscenza, politica)

Immaginiamo il sapere come una sfera in espansione.

I punti sulla superficie sono il presente, le frontiere di ogni disciplina nota. Man mano che la sfera si gonfia, i punti si allontanano sempre di più l’uno dall’altro come le galassie in fuga dal Big Bang. Negli interstizi che si aprono fra i punti, man mano che essi si distanziano, vengono all´attenzione nuovi punti orfani che chiedono una identità. Così nascono nuove discipline e nuove professioni. I confini reciproci delle grandi placche tettoniche – la fede, la scienza, l´etica, l´arte – si spostano di ere anche da un giorno all´altro. Gli uomini ignari, posati su di loro, si spostano con loro. E intanto la distanza tra gli specialisti dei vari settori diviene rapidamente incolmabile. Strutturale.

Il che è un vero peccato per varie ragioni. Difficilmente un ricercatore di chimica dei materiali sarà edotto dell’opera di Queneau, o un esperto di superconduzione di quella di Webern, nonostante potrebbero trarne feconda ispirazione per il loro stesso lavoro. Viceversa i cosiddetti umanisti amano spesso ostentare un distacco snob dalla scienza e soprattutto dalla vile tecnica, rimuovendo una parte importante di ciò che fa l’humanitas di cui essi dovrebbero occuparsi.

E’ ovvio che queste segregazioni volontarie, come tutte le segregazioni volontarie, sono autodifese messe su alla meno peggio. Va bene, càpita che ci si debba difendere: la vita ci mette in condizione, a volte. Ma non è solo colpa della vita. La serrata viene anche per una omissione cronica, e purtroppo crescente, di cui soffre l´insegnamento delle scienze: la formazione storica. Quanti di noi al liceo hanno sviluppato una profonda inimicizia con quella matematica imposta come una serie di formule aliene, gratuite, insensate? Quanto sarebbe stato facile, invece, appassionarsi alle storie di chi la matematica l’ha fatta. Esseri umani straordinari, veri e propri artisti. Ripercorrere le circostanze delle loro scoperte e capire perché quell’uomo o quella donna particolare poterono arrivare a quel risultato, non prima e non diversamente, in modo simile a come Shelley arrivò a una sua poesia o Goya a un suo ritratto. Invece no: più comodo attenersi alla formula atemporale, questa preziosa illusione di trascendenza. Il modo a-storico di insegnare le cose è balordo e disumano, e produce rifiuti e segregazionia valanga. Teste che si girano dall’altra parte. Spallucce che si alzano. Persone che dicono: faccio solo il mio lavoro, eseguo solo degli ordini. La cosa spaventosa è che ci si prova spesso a insegnare così anche le questioni umanistiche, come fa la critica strutturalista. Invece la storia è indispensabile ovunque. E’ quella corda elastica che collega il centro/origine della sfera del sapere ad ogni punto della sua superficie in espansione, e gli impedisce di perdersi nello spazio senza fine.

La corda però tira. Alcuni punti stanno portando a uno stato di massima tensione le corde che li collegano al centro. Pensiamo alle fonti energetiche non rinnovabili, alle terapie geniche inclusa la brevettabilità, alla previdenza sociale che si può generalizzare al rapporto socioeconomico fra le generazioni. Se una corda si rompe, cambia tutto radicalmente. Cambia il racconto da dentro, cambiano i personaggi e le metafore con cui descriviamo il mondo, entriamo in uno stadio diverso dell´evoluzione fatto di problemi più complessi che portano uno stigma sconosciuto e spaventoso. Ciascuno può sentire nell´aria quanto ciò stia avvenendo.
Allora bisogna tenere insieme il senso del sapere e dell´azione. Per farlo, escludendo soluzioni autoritarie, ci si deve saper muovere sulla sfera e dentro essa. Trarre consapevolezza globale dalle terre di mezzo riconquistate. Collegare, collegare, collegare, collegare sempre.

Purtroppo quasi tutti gli attori politici a me noti sono completamente fuori da questa linea. La loro occupazione ultima consiste nel dividere e imperare, proprio come tanti tanti anni fa. Umberto Veronesi, dopo la quaestio sulla liberalizzazione delle droghe leggere su cui si è scontrato con il governo, ha dichiarato con rassegnazione: «forse non sono un buon politico». E´ vero piuttosto il contrario: sono i politici a non essere buoni uomini di scienza. E noi siamo stufi di essere guidati da egocentrici di partito che legiferano su basi superstiziose e stolte, oppure non legiferano per ignoranza. Ciò vale per Pecoraro Scanio e la BSE, come per il fallito incontro all´Aja sulla difesa ambientale, come per il ritardo nella reingegnerizzazione della pubblica amministrazione, come per il dissesto della giustizia, e così via.

Val bene notare ora queste cose, perché prima d´ora non si era mai posto il globale imbarazzo della fusione tra reale, virtuale e sociale, e non s’era mai visto un disallineamento del genere tra una base caotica e rapidissima e un vertice lento e miope. Stiamo davvero affrontando qualcosa di nuovo per cui ricette certe non esistono e l´esperienza non aiuta affatto. La semplificazione è lo sport più diffuso. Il puro buon senso politico costa ormai troppo, come l’amore romantico nei film porno.

Bisogna sentirsi insieme sulla stessa barca per ristabilire un patto di fiducia tra individui e loro rappresentanti. E solo una classe neopolitica di giovani e belle menti può farmi sentire di nuovo questa fiducia, ridefinendo la parola-chiave “politica”. Con loro vorrei lavorare. Vedo invece tutto lo spazio ancora occupato da personalità scadute, gente terribilmente affezionata alle loro sigle e all´antico potere, gente che usa la forza che gli è rimasta per mantenersi dove sta. Le loro ridicole scaramucce sprecano energie importanti, energie di tutti. Il numero di persone che voteranno il meno peggio o non voteranno affatto è in aumento irresistibile. No, ci serve altro.

Ci serve la riconciliazione tra la tecnica e la storia. Ci serve un uso strumentale di qualsiasi sapere al fine di migliorare la qualità della vita. Ci serve migliorare la qualità e calare la quantità.  Ci servono i Monty Python che annunciano baldanzosi: «and now for something completely different!» .