Dioniso atteso in piazza

(cultura, daily life, politica)

Si parla molto di violenza in questi giorni. Il verbo è unico e assoluto: “condannare”.

Ogni volta che parla un papavero, dice: «Condanniamo fermamente le violenze dei manifestanti». Ogni volta che parla un virtuoso, dice: «Bisogna condannare la violenza in ogni sua forma». Ogni volta che intervistano uno studente gli chiedono: «Sì, ma voi condannate quello che è successo in piazza?». L’ipotesi inconscia, evidentemente, è che la violenza sociale si possa esorcizzare, se non debellare, con la ripetizione di questa “unanime condanna”.

E’ antica la necessità di togliersi di torno l’imbarazzante sorella che chiamiamo violenza, sempre meno presentabile man mano che cresce l’apparenza di una società civile e razionale. L’apparenza, s’intende, perché sotto ai contratti covano sempre le stesse forze immense e incontrollabili, raffigurate negli archetipi e nei miti coperti di polvere. Ogni cultura ha i suoi modi per rapportarsi alla distruttività, e bisogna dire che fra questi l’unanime condanna, sic et simpliciter, è il più insulso e il più degradato. La sua dabbenaggine sta nel fatto che quel “condannare” è sinonimo di “rimuovere”, senza calarsi nel pozzo; e il rimosso ritorna, torna a visitarci dopo in forme più orribili, sotto l’enorme pressione della vita, proprio quando crediamo di averlo superato.

Questo mi fa tornare in mente ciò che dice René Girard in La violenza e il sacro, a proposito del folle sacrificio di massa ritratto nelle Baccanti di Euripide, quando Dioniso diventa «il dio del linciaggio riuscito» che ciclicamente ricompone la polis dopo un eccesso di hybris. E’ interessante rileggere un brano:

«Pensare religiosamente è pensare il destino della città in funzione di quella violenza che domina l’uomo tanto più implacabilmente quanto più l’uomo di crede in grado di dominarla. E’ quindi pensare quella violenza come sovrumana, per tenerla a distanza, per rinunciare ad essa. Quando si indebolisce l’adorazione terrorizzata, quando cominciano a cancellarsi le differenze, i sacrifici rituali perdono la loro efficacia: non sono più graditi. Ciascuno pretende di raddrizzare da solo la situazione ma nessuno vi riesce: lo stesso deperimento della trascendenza fa sì che non vi sia più la minima differenza tra il desiderio di salvare la città e l’ambizione più smisurata, tra la pietà più sincera e il desiderio di divinizzarsi. Ciascuno vede nell’impresa rivale il frutto di un desiderio sacrilego».

Non pare anche a voi un ritratto fedele di quanto va capitando adesso? La violenza non rispettata è un difetto, una patologia, una parola tessuta fra le altre, maneggiata da una «ambizione smisurata» e sconsiderata. Nel frattempo una grave crisi di sfondo, quella della borghesia e del capitalismo, procede a dissodare il terreno con la tragica estinzione dei verbi al futuro. Sarebbe un ritratto istruttivo, da far sobbalzare a vedersi dentro lo specchio ingrato. Purtroppo però gli uomini di governo attuali sono businessmen. Non hanno familiarità con Euripide né con Girard, e men che mai una religione. Sono ciechi. «Gli uomini litigano a proposito degli dèi, e il loro scetticismo fa tutt’uno con una nuova crisi sacrificale». E così con ogni probabilità finiranno per impersonare la tragedia loro malgrado.

Cerchiamo di vedere tutte le forze in campo. Siamo rimasti colpiti, da una parte, dalla violenza giovanile nella guerriglia di strada a Roma. Impressionante, sia nel totale della battaglia che nei dettagli ripresi dall’orda di videocamere che si dividono il campo con i contendenti. Questo è il fronte del malcontento, giunto puntuale anche qui: l’onda che spazza la vecchia Europa claudicante con frangenti progressivi, quasi in contemporanea appiccando fuochi in Grecia, in Inghilterra, in Francia, in Spagna. Questo l’abbiamo visto. Ma dall’altra parte siamo rimasti colpiti dalla violenza di Ignazio La Russa ad Annozero, che si è esibito in un attacco irrefrenabile, brutale e prolungato contro un innocuo studente che cercava educatamente di spiegare il punto di vista dei più deboli, i ragazzi, a chi già ha rovinato loro la vita e continua a non dimostrare alcun interesse ad ascoltarli. Malcapitato Luca, se non fossi stato protetto dal rialzo della piccionaia la traiettoria fisica dello spiritato ti si sarebbe conclusa certo addosso con uno sganassone – e successiva tipica smentita da cabaret berleghista, facile da immaginare: “è stato solo uno scappellotto paterno”). Ho sofferto amaramente, in ogni fibra, non tanto per la ignobile prepotenza del piccolo mefistofele che insultava e zittiva ossessivamente lo studente, ma per l’iniquità di un confronto in cui un personaggio reso praticamente immune dalla propria posizione si permette di sopraffare a suo piacimento un indifeso, in perfetto stile fascista. Ho ammirato Luca per la gentilezza con cui incassava la sequela di insulti senza rispondere per le rime, cosa che avrebbe fatto il gioco del mestatore di lungo corso (decenni fa era lui a guidare gli assalti ai poliziotti), e avrebbe regalato ai detentori dello Stato una nuova scusa per non ascoltare. Momenti tristi del genere ti costringono a rammentare che lo Stato si definisce tale anche in quanto possiede il monopolio della violenza – certo non la sua denotazione più nobile e bella.

Quale è stata la colpa inaccettabile di Luca? Che invece di “condannare” la violenza degli estremisti senza se e senza ma, l’abiura che tutti esigevano perentoriamente da lui per lasciarlo accedere a uno straccio di dialogo, egli ha affermato che dopo i fatti di Roma la partecipazione alle assemblee si è moltiplicata. Ebbene questa era cronaca preziosissima per capire lo stato reale dei fatti e cogliere lo spirito della congiuntura, era una informazione essenziale che lo studente forniva ai politici per aiutarli a governare meglio. Ma quelli sono altrove, troppo presi dalle loro fantasie di repressione. Niente Euripide, niente Dioniso, niente sacro. La competenza su ciò che ci rende umani può offrire una chance di salvezza dalla tempesta che arriva, ma quelli ne sono privi. Persino Casini, il moderato, il mellifluo, ha dimostrato la medesima indifferenza imponendo a sua volta la “condanna”, unica sua domanda, e bollando la mancata abiura dello studente come «iperdeludente». Ha detto così. Senza curare quanto infinitamente più iperdeludenti, più carichi di responsabilità e di nocumento, sono gli amministratori incapaci come loro che hanno gestito talmente male la cosa pubblica da ridurre a zero le prospettive di tutti, specie dei giovani da cui ora nemmeno vorrebbero essere infastiditi. Essi non curano quanto è più subdola e deleteria la violenza del cattivo esempio illegalista, della mancanza di ascolto, della sordità selettiva del potere. Quanto è più deleterio l’inganno del capitalismo che si è impegnato il futuro con le tasche vuote, e fa pagare ad altri i profitti di pochi privati, con gli stenti, i tumori, gli infarti, le nevrosi, l’emarginazione, la disoccupazione, la miseria, i rifiuti tossici, la disfatta ambientale, quelle che gli economisti buon’anima liquidano amabilmente come “esternalità negative”? Ormai per mantenere in piedi la mistificazione solo un’ora di più serve un gran dispendio di energie e un difficile esercizio di equilibrismo o di forza bruta. Anche questa violenza bisogna mettere sul piatto. Soprattutto questa.

Guardacaso, mentre infuria il non-dibattito sulla violenza – solo la violenza A, quella dei giovani – arrivano i dati della Banca d’Italia a raccontare il corso del dramma della violenza B: il divario tra i pochi accumulatori di denaro e una massa di poveri continua ad allargarsi. La ricchezza del Paese cresce come uno sberleffo. Altro pessimo segno. Via via che i diseredati ingrossano le fila dello scontento e diventano esercito, la crisi sacrificale fatalmente si approssima e Dioniso si frega le mani. Ma quelli continuano a non ascoltare. La Gelmini non riceve né insegnanti né studenti. Gasparri minaccia arresti preventivi – la pena prima della colpa – e ventila più autoblindi e assassini nei cortei, elevando la tensione base. Temo che tra breve avranno quello che hanno evocato. Gente «tanto consumata nell’arte di ignorare», come la chiamava Pasolini, merita la fine ingloriosa che ha speso tutta la vita a costruire con atti parole opere ed omissioni. Avranno poco da lamentarsi se Dioniso li verrà a prendere.

Sarà lui, il dio, non gli studenti o gli operai o gli insegnanti o i precari o gli immigrati o altri vessati a scelta. La violenza della folla non ha niente a che vedere con questo o quello. E’ un fenomeno di ordine superiore che qando esplode inghiotte cattivi e buoni. Essa «riceve la sua forza dalla natura», ammonisce Euripide. E’ refrattaria al solito arsenale alternato di formule persuasive, bracci di ferro e formali indignazioni, specie se false e ipocrite. Cosa possono davanti al dio che si impadronisce della scena per purificarla dal groviglio scempiato delle intenzioni marce e dalle «ambizioni smisurate»? Ad essere onesti, ahimé, c’è fin troppo da purificare. In un proscenio immerso nella penombra, maschere che non hanno più nulla di umano si contendono freddamente a morsi i brani di un cadavere che chiamano democrazia, insensibili al tanfo di putrefazione. Si affacciano per fare appello alla responsabilità degli altri, mai alla propria – dinamica che inevitabilmente destina i legami all’odio. L’impronta secca lasciata dagli ideali evaporati scava il nostro cuore. Nemmeno la loro parvenza spettrale è rimasta, ora che i maggiorenti giocano solo alla conta delle schede elettorali. Costoro non sanno più nulla degli uomini, perciò non sanno nulla della violenza ed è vano sperare che possano fare il giusto per evitarla.

E noi cosa possiamo fare? Per quanto mi riguarda, ogni opportunità di lavoro che mi càpita mi suscita questa domanda impellente: quanto sono distanti i suoi scopi ultimi, veri, profondi, da quei due polacchi scalzi che si rinfrancano un po’ dal gelo al sole fiacco di una mattinata d’inverno imprevedibilmente tiepida sui gradini del piazzale Sisto V dietro alla stazione, fumando una cicca senza niente in tasca, girando intorno alla sopravvivenza colla schiena storta? Mi accorgo che sto cercando di diminuire questa distanza più che posso. Sento che il male futuro è in questa distanza. No, non un male astratto, catalogato nei registri dell’etica. Un rischio molto più vasto e concreto, il rischio della dissociazione, dello scisma, dello smembramento che distorce e strappa e alla fine distrugge tutto. Se Dioniso, tutore delle leggi ultime e più sacre, non si manifesterà con la sua parte più oscura e luttuosa, sarà l’ennesimo miracolo degli umili. Un ex-voto per gli altri.