L’era degli stupidi

(ambiente, comunicazione)

L’altroieri sono andato al Nuovo Cinema Aquila di Roma a vedere il film The age of stupid, documentario epico sulla catastrofe ambientale frutto di anni di lavoro dell’attivista e regista inglese Franny Armstrong.

Avevo ricevuto l’invito via mail dal WWF, che insieme a Greenpeace ha creato una promozione capillare per il film. Infatti intorno ad esso si sviluppava un tentacolare evento glocal. Una gigantesca opera di comunicazione, ben rappresentata nel sito ufficiale, che farà sicuramente scuola nel genere: alla proiezione, trasmessa in contemporanea in più di 50 Paesi del mondo, seguivano dibattiti locali intercalati a un incontro in mondovisione via satellite, il pezzo forte da New York.

Qui, sotto una sorta di tendone, la Armstrong raggiante ospitava testimonial più che illustri e distribuiva attestati NOT STUPID e STUPID (una versione un po’ più concreta dei “lento” e “rock” di Celentano), guadagnando alla causa ambientalista una ufficialità e una visibilità mai raggiunte prima. Kofi Annan in persona – seppure da una bizzarra posizione defilata, in piedi dietro una sedia da regista – ha deposto nelle mani di lei il suo triste lamento. Per il global warming e il peggioramento generale della salute del pianeta. Per la difficoltà a far nascere nei governanti l’urgenza che domanda. Per la resistente stupidità della negazione a cui si ispira il titolo del film.

C’erano poi tanti altri ospiti che mi sono perso, tra cui risaltava per me la performance di Thom Yorke, il cantante dei Radiohead. In realtà non me lo sono perso, come nulla ci si perde più davvero, perché ovviamente l’ho ritrovato qui su youtube in splendida voce e chitarra.

La nervatura centrale del film è l’uomo che ci parla dal 2055 arroccato in solitudine dentro la torre di un archivio universale borgesiano – o meglio: googleiano – assediato dalle intemperie. Si guarda indietro a meditare e si chiede perché non abbiamo salvato la Terra quando potevamo. Cercando di capire si mette a rispolverare vecchi video, ed ecco  l’espediente narrativo per intrecciare storie dei giorni nostri legate alla rovina dell’ecosistema e al filo rosso del petrolio: un superstite-eroe di Katrina, ex impiegato in una società petrolifera; una studentessa di medicina nigeriana che svela la devastazione e la depredazione della sua terra da parte della Shell; un rampante imprenditore indiano sedicente sostenitore dell’ambiente e dell’egualitarismo che fonda una compagnia aerea low cost per far volare tutti e tratta di merda i suoi dipendenti;  un’anziana guida alpina francese, sobrio montanaro che ha visto coi propri occhi i ghiacciai ritirarsi e le nevi sparire, protesta contro il folle e inutile traffico di camion nei trafori; un giovane tecnico che installa impianti eolici cerca di tenere con la sua famiglia una  condotta responsabile che tiene conto dei costi veri delle emissioni di CO2 legate a ogni gesto quotidiano; due bambini iracheni che hanno perso il padre in quella assurda guerra.

Ora, il tema centrale dell’uomo nel futuro poteva essere sfruttato meglio, deve il suo valore all’intensità del protagonista Pete Postlethwaite; la concentrazione sulla Shell può trasmettere il falso messaggio che quella sia l’unica impresa petrolifera viziosa; a volte si ha l’impressione che la scelta delle vicende sia casuale; infine l’argomento non viene esaurito per bene, come fa ad esempio The corporation di Joel Balkan con le multinazionali.

Tuttavia The Age of Stupid è un documentario di alto livello, pieno di informazioni importanti, con un’emotività ben orchestrata. Perfetto per l’evento mediatico che doveva avviare. La rappresentazione dei cambiamenti climatici che fa è sicuramente intensa, quanto quella delle resistenze e delle ipocrisie. Istruttiva, fra le altre, la vicenda che vede alcuni cittadini di Cornovaglia opporsi all’installazione di un campo eolico sulle loro colline. La protesta che la spunta contro il progetto ambientalista vince all’unanimità con la motivazione – diffusa – che le torri rovinano il paesaggio. Oggi a molti non sembra un’obiezione futile, ma lo sembrerà tra non molto. Fatta eccezione per i casi estremi di veri e propri patrimoni dell’umanità, arriverà il tempo in cui la difendere una bella collina da una grossa girandola sembrerà più assurda che chiedere l’abolizione della sirena dell’ambulanza perché il suono urta i passanti.

Il film-evento serve a mobilitare l’opinione pubblica mondiale in vista della Conferenza sui cambiamenti climatici del prossimo dicembre. Un appuntamento su cui comincia a gravare, come è giusto, una spaventosa quantità di attesa.  Copenhagen dovrebbe fare molto di più che rianimare Kyoto. Dovrebbe rilanciare gli obiettivi di abbattimento dal 20% al 60%, trovare nuovi modelli di emission trading essendo falliti quelli in prova nella UE, suggerire metodi di transizione non traumatica ma decisa verso nuovi stili di vita collettivi, insomma alzare immensamente una posta che finora non è stata accettata nemmeno nella sua forma più cheap, mite e remissiva. E’ incredibile pensare che sono passati ben 37 anni da quel famoso Rapporto del Club di Roma dove si denunciava la drammatica ipoteca che la crescita illimitata del modello capitalista imponeva all pianeta e alle sue risorse finite. Ne rimase solo un gemito, riecheggiato da Solzenicyn nella sua lettera ai dirigenti dell’Unione Sovietica di due anni dopo. Poi più nulla.

Ed eccoci qui.

Ma la cosa peggiore, secondo me, è che quando parli di questi argomenti ancora sei rimirato come una specie di fricchettone new age, un utopista che perde il suo tempo in fumo mentre gli altri faticano e producono. Qui tocca sentire più che mai vivido  e amaro il senso di quello che dice Mario Perniola nel suo lucido Miracoli e traumi della comunicazione: che dal maggio del ’68 si è inaugurato un nuovo regime di storicità, l’era della comunicazione, e da quel momento l’azione è diventata impossibile perchè quello che conta è solo la rappresentazione delle cose, delle persone, delle idee e degli eventi. Non cosa sono, quello che contano in concreto.

Così è fatalmente per l’ambientalismo, come per tutto. E per l’ambientalismo il contrasto è quanto mai crudele. Come dimostra lo stesso progetto di The Age of Stupid, è molto più importante come l’ambientalismo riesce a farsi notare in mezzo alle altre merci che sgomitano per l’attenzione del consumatore, come riesce a conquistarsi  i massmedia con gli opportuni stratagemmi, a diventare evento pubblicitario, a mostrarsi ammiccante e suggestivo, persino a sviluppare brand e immagini coordinate come fanno le corporation. E’ molto più importante questo, del semplice fatto che gli ambientalisti sani oggi combattono per tutti la battaglia più cruciale della storia dell’uomo, quella per salvarci da un baratro scientificamente accertato, davanti al quale la gente comune e i comuni politici sono ancora straordinariamente distratti e inerti.

Ed ecco due ennesimi risultati dell’anestesia generale  indotta dalla luce stroboscopica del marketing e della pubblicità, che nessuno mai spegne.