Guerrilla politics ed estremismo

(politica, pubblicità)

Nel 1984 Jay Conrad Levinson lancia l’idea del guerrilla marketing: operazioni di comunicazione fuori dai circuiti mediatici, a basso costo e ad altissimo impatto.

Piazzare un orinatoio a tre metri d’altezza in una toilette pubblica per annunciare l’uscita di Spiderman III. Lasciare inquietanti carrozzine incustodite per le strade cittadine, e dentro un avvertimento sulla prevenzione delle morti in culla. Cose così. Il suo libro dal successo spaziale ha ispirato una fioritura di pratiche non convenzionali che oggi stanno diventando lo strumento preferito per strappare attenzione alla gente stanca della pubblicità e in fuga dai media, a fronte di budget calanti.

Da pochissimo circola nei tg della sera l’espressione flash mob, che prima fu arte e protesta, poi guerrilla e stunts pagati, e ora con ciò raggiunge lo status di normale amministrazione. La transizione del guerrilla advertising da eccezione a regola si inscrive nella graduale deviazione mimetica della pubblicità, che tende ad immergersi nella trama della realtà fino a diventare invisibile, simulando contenuti di altro genere. L’illusionismo è iniziato a fine anni ‘60 con gli advertorial o pubbliredazionali, inserzioni pubblicitarie indistinguibili, a prima vista, dagli altri articoli del quotidiano. Da quando poi negli anni ‘80 le strategie hanno preso a puntare dritto sulle emozioni, i confini tra ciò che è messaggio promozionale e ciò che non lo è si sono andati vieppiù sfilacciando fino ad arrivare ai tempi nostri assai confusi.

Le televendite dentro Uomini e Donne si fondono, senza stacco, col flusso del programma e le sue esterne. Negli spot durante Dr. House si usava la stessa voce che doppiava Hugh Laurie e la stessa ambientazione da gabinetto scientifico, tanto che ci voleva un po’ per rendersi conto di aver cambiato contesto; analoga contraffazione per NCSI et sim. Il TgCom, notevole avanguardia dell’ibrido totale, mixa politica ed economia a gossip e suonerie in un unico blister di pillole. Ai buoni vecchi articoli finti sui giornali si sono affiancate le finte conferenze, i finti ospiti nei programmi tv (v. caso Forum vs. terremotati de L’Aquila), i servizi di costume dei tg tagliati per un product placement, gli scandali ad uso pubbliche relazioni, le pubbliche relazioni nei posti chiave, perfino i falsi movimenti popolari. Una dimostrazione davanti a un supermercato può essere appunto un trucco di guerrilla per attirare l’attenzione sul marchio e farne parlare, dei ragazzi fighi al bancone del tuo locale che chiacchierano ad alta voce di un certo drink potrebbero essere pagati per farlo.

La meta ultima di questo processo è rendere talmente difficile discernere se ciò che stiamo ascoltando è una verità pagata o no, ovverosia se è l’espressione di un fine commerciale privato oppure se risponde a un interesse pubblico, che non possiamo più difenderci dal mercato. E non possiamo più sapere se siamo commettendo un atto di resistenza oppure di conformismo.

Oggi vengo a sapere che a Milano girano degli zingari che distribuiscono volantini in sostegno di Pisapia, e degli operai che annunciano ai passanti di prendere misure per la costruzione di moschee. Mi sovviene che già prima delle elezioni Berlusconi annunciò: «La sinistra vuole una moschea in ogni quartiere». E i conti tornano al centesimo.

Quando, anni fa, scrissi che l’approccio aziendale di Berlusconi tramutava la cara vecchia politica in marketing dell’esecutivo, lasciandone intatto e agonizzante il nome, davo purtroppo per scontato che in questo nuovo regime nessuna tattica di marketing e di persuasione sarebbe stata risparmiata alla bisogna di promuovere o riscattare un progetto di potere – che in democrazia è perfettamente assimilabile a una vendita, una vendita di voti. E la battaglia per la conquista di Milano al ballottaggio ne è un caso di analisi esemplare, con tutto il suo valore simbolico per la persistenza del capitalismo imperiale à la Berlusconi/Moratti, quello delle “grandi opere”, degli investimenti smisurati, del PIL senza benessere, della crescita senza lavoro, dei maschi alfa che fanno razzia, delle disparità sociali, dei debiti e dei rifiuti nascosti, della finzione totale che rifà il trucco al mondo daccapo ogni mattina. La disperata offensiva a tappeto sta mostrando fino a che punto di spregiudicatezza può arrivare la politica tradotta in marketing.

L’operazione è molto ben articolata. La falsa notizia che la Moratti nel confronto su Sky sbatte in faccia a Pisapia, «giudicato responsabile del reato di furto di un veicolo dalla Corte d’assise», smentita dall’inquirente dell’epoca, Armando Spataro; e le successive scuse “a condizione che”. Le cinque televendite consecutive del presidente del Consiglio nei telegiornali, frutto chiarissimo di un’attività di lobbying sulle direzioni di rete tanto programmata e ben coordinata quanto perentoria, vista la patente illegalità poi riconosciuta dall’Agcom. Il ricorso senza scrupoli, in questi messaggi, a una iperbolica retorica manichea di tensione su base razziale, che pur di piazzare il proprio candidato-prodotto non esita a sobillare gli Italiani contro gli immigrati, incorniciati nel triangolo rosso del pericolo generico, alla faccia della convivenza e della tolleranza sbandierate altrove con ipocrisia ancor maggiore (nella stessa sera la Moratti non esita a descrivere le 160 comunità etniche di Milano come «una ricchezza»). La falsa promessa di spostare due ministeri a Milano, una vera sparata demagogica e anticostituzionale per far piovere miracolosa mirra sugli occhi dell’elettorato. Le ultimissime offerte per sanatorie Ecopass e multe. Un pulviscolo di mentite e smentite che arriva fino a Porta a porta. Ed infine ecco l’implicito, l’ambiguo, il subliminale, il colpo di genio dei consulenti di nuova leva: il guerrilla marketing dei finti zingari e operai che seminano un sottile panico. Una sola compatta campagna egregiamente coordinata, centrata su un unico stimolo: paura razziale, rifiuto, chiusura, zizzania.

Se si sommano a questo bieco messaggio le macchinazioni sul nucleare che oggi segnano un punto di vantaggio con il decreto omnibus, il vulnus alla separazione dei poteri con i continui decreti legge e le 43 posizioni di fiducia e il discredito sulla magistratura, il conflitto di interessi istituzionalizzato, la crisi del capitalismo che avanza in tutto il mondo, si ottiene un cocktail di autodistruzione sicura, un veleno lento e senza antidoto, una distopia da cui non sfugge la luce di alcun futuro.

Nei suoi avvertimenti mafiosi – badate bene, non “a reti unificate” come è stato detto con leggerezza, bensì a reti differenziate per target e linguaggio, qui stiamo parlando di professionisti seri – Berlusconi ha proclamato «Non consegneremo Milano agli estremisti» e sul concetto di estremista ha costruito l’estremo annuncio vendita per la sua ammiraglia. Gli Altri sono stati identificati all’ingrosso come pericolosi estremisti capaci di fare di Milano «una città disordinata, caotica e insicura». Ma poiché l’estremismo non è una categoria storica, bensì in verità la condizione di colui che con cinica immoralità fa tutto e il contrario di tutto per conseguire il proprio scopo, è chiaro a tutti chi rappresenta qui e oggi l’estremismo e chi sono gli autentici estremisti da temere.