Holy Darwin

(religione, scienza)

Holy DarwinIn un breve testo sull’evoluzione scritto nel 1996, Giovanni Paolo II riabilitava finalmente il darwinismo rispetto al pronunciamento contrario di Pio XII nel 1950, parlando delle prove a suffragio di questa teoria. Ma alla fine diceva: “Di conseguenza, le teorie dell’evoluzione che, in funzione delle filosofie che le ispirano, considerano lo spirito come emeregente dalle forze della materia viva o come un semplice epifenomeno di questa materia, sono incompatibili con la verità dell’uomo. Esse sono inoltre incapaci di fondare la dignità della persona.”

In questa ammissione, che pur accettando una teoria scientifica scomoda alza le mani per porle un limite nei confronti dell’uomo, si mostra con chiarezza il dilemma irrisolto della religione cattolica di fronte alla scienza. La Chiesa ha una terribile paura che la scienza porti il materialismo, e che il materialismo tolga forza all’aspetto spirituale, che lo sgonfi, che lo inaridisca, sottraendo all’uomo una dimensione senza la quale – concordo – viene meno il nerbo del suo rapporto con la vita e col mondo. Che squallido e pericoloso automa sarebbe l’uomo privato di quel fuoco che lo spinge verso il cielo, privato della curiosità e del rispetto per il mistero, della speranza che diventa fede e preghiera? Sì, sarebbe un triste fantoccio.

La paura della Chiesa però è mal posta, e il suo grave errore di valutazione viene da abitudini di pensiero che non hanno mai passato una vera revisione. Non è nella scienza e nella sue teorie la minaccia di disumanizzazione. È lo spirito stesso che muove la ricerca degli scienziati, che sono uomini, sono artisti. Lo spirito manovra loro e noi, non viceversa. L’impresa della scienza, condotta con passione autentica, resta sempre nell’ambito delle manifestazioni più alte dello spirito. Cercare, inseguire conoscenza, è la forma più intensa e piena dell’agire umano; il fatto che un gesto così inspiegabile da un punto di vista puramente materiale possa scaturire dalla materia di cui è fatto l’uomo, emergendo dalla cecità di quella attraverso gradi di formidabile complessità, non toglie proprio nulla all’uomo, né alla sua dignità, né al suo spirito; se mai, tenendo questi indenni, aggiunge qualcosa alla materia. Giovanni Paolo II deplora la possibilità che lo spirito diventi «un semplice epifenomeno della materia»; ma che vuol dire davvero “semplice epifenomeno della materia”? L’aggettivo “semplice” qui non ha alcun senso. È buttato lì con la superficialità di coloro che a sopracciglia alzate dicono con sufficienza: “l’amore è tutta chimica”: e spiegamelo, spiegami esattamente come funziona questo “semplice” meccanismo chimico, vediamo; fino ad allora, avrò ascoltato una vuota banalità. In entrambi i casi, l’ingenuità e la leggerezza delle parole celano “semplici” espressioni di timore: per l’amante chimico è la paura di perdere il controllo dell’amore; per il papa è la paura di perdere il controllo sullo spirito. Eppure non è la scienza che lo mette in discussione. Non si deve aver paura della ricerca e della scienza quando sono testimonianze di un uomo nel pieno esercizio delle sue forze migliori. Einstein, un eccezionale caso di spirito all’opera, ha prodotto la teoria più ricca di potere esplicativo della storia della fisica, eppure come uomo era agli antipodi esatti sia dell’algido materialista sia dello spocchioso übermensch; anzi egli si definiva «devotamente religioso». La meraviglia che un’anima sana prova all’apparire dell’arcobaleno nel bel mezzo di una tempesta non può essere diminuita in alcun modo dalla nozione scientifica che il fenomeno è generato dalla rifrazione ottica dei raggi solari incidenti sui milioni di goccioline d’acqua sospese nel cielo; né tale nozione scalza la dea Iride dal suo posto nell’Olimpo. Sono storie appartenenti a zone separate del cervello, non possono elidersi a vicenda: al contrario si sommano in un godimento ancora maggiore, perché l’immaginazione è stimolata per più vie. Finché la ricerca di ogni tipo aggiunge principi esplicativi che funzionano bene, aperti, verosimili, non inculcati a forza, capaci di stimolare a cascata il pensiero e la creatività, lo spirito è salvo e nulla va perduto. È frutto di un’ideologia arcaica ritenere che racconti diversi come quelli dello spirito e quelli della scienza debbano essere per forza in conflitto: è il potere che funziona così, per assoluti, non la fisiologia dell’uomo.

Il problema paventato da Giovanni Paolo II esiste, ma le sue fonti sono altre. Qui da noi innanzitutto nasce dalla dispersione di sacro a cui ci sta portando quella «astratta macchina simbolica priva di radici» che è il capitalismo (Zizek). Ma viene altrettanto dalla imposizione di un sacro surrogato, artificiale, tipica delle utopie più varie con cui alcuni uomini devianti, anche in buona fede, ogni tanto provano a imporre agli altri la loro visione della Verità. L’uguaglianza forzata praticata dalle prassi comuniste, l’«orrore positivista» che professa il culto dell’Umanità indistinta (Zolla), l’ordine dei «barbari della giustizia assoluta» (J.Roth), la mitologia usa e getta della pubblicità: sono tutti impoverimenti «incompatibili con la verità dell’uomo», effetti del terribile entusiasmo di idee oscure e approssimative. Ma non di meno lo è – e arriviamo alla posizione del papato contemporaneo – il tentativo ossessivo della teologia razionale di fondere l’olio della fede con l’acqua della ragione, pensando che questo sia il modo giusto per mettersi al passo coi tempi. Ratzinger, per formazione, è il primo alfiere di questo approccio, e già ne ha provato la fallacia con quel discorso di Ratisbona che nel 2006 ha seminato lo scompiglio sul pianeta. La ragione adottata dalla teologia per descrivere e spiegare Dio è oggi, come mille anni fa, la logica aristotelica. La logica si è rivelata perfetta per i processori e ci ha permesso di fare tante cose per loro tramite, però quando si viene all’uomo è una grottesca parodia del suo pensiero: ad esempio, è incapace di esprimere la dimensione del tempo, della causalità e del paradosso che ne sono le caratteristiche più intime e sostanziali. La logica sì è «incompatibile con la verità dell’uomo» ed è un suo grave impoverimento; questa ratio sì è «incapace di fondare la dignità della persona», e la sua commistione con la fides è uno sbaglio che si fa sempre più nocivo, confondendo le idee a tutti.

La scienza in realtà sta dando una mano a scoprire più in profondità l’essenziale dell’uomo, dove è anche la sorgente della fede. La Chiesa farebbe bene a ripensare con più attenzione la sua collocazione in questo mondo e a riconoscere con occhio rinnovato i suoi veri alleati, per dare una mano concreta a realizzare le aspirazioni più piene degli esseri umani che ci vivono, senza inseguire fantasmi e terrori scaduti da tempo. Sono questi che mantengono le condizioni del rischio peggiore.