I Freelance si raccolgono intorno al fuoco: rapporto dal primo Congresso

(comunicazione, media)

Il pubblico del NABA al 1° Congresso FreelanceOttantotto ottentotti attendettero a Ottawa, tutti e ottantotto attenti. Saltellanti, leopardati e inanellati più nel pensiero che nelle vesti; e le zagaglie a sfera, odorose di poesia. D’altro canto non erano ottantotto ma duecentocinquanta circa; non era Ottawa ma Milano; e non erano lance semplici, né bilance, né trilance: erano freelance.

Ah, la notte in treno, in compagnia T2 di un signore all’aroma di pipa, quanto poco ho dormito chi lo sa? Io che ho il sonno leggero, scordati i tappi. Fatto sta che alle 7.45 del 3 ottobre ero già in un bar sui Navigli, due passi dalla Nuova Accademia di Belle Arti di via Darwin (Carlo dice la targa: stupendo italianismo di tempi remoti), con un cappuccio al tavolo, scaricando mail davanti al sunto di Champions League del Tg5 nell’angolo del soffitto. Ibrahimovic superstar. A me che non me ne frega niente del calcio. Eppure niente male, me la godevo, e tutto questo perché ero così curioso di attendere a questo primo Congresso dei Freelance. Un ordito dell’Art Directors Club Italia, associazione degli autori di pubblicità, i quali non meno dei coltivatori e degli artigiani hanno un loro ecosistema, il reame della creatività, molto peculiare e nondimeno dotato di specifico impegno politico, orgoglio di casta, operoso volontariato.

L’aula magna si gremisce all’orlo. Le personalità vanno al microfono a raccontare e confortare. Molti di loro dopo decenni di esperienze venerande si confessano tuttora freelance, come ragazzini, come ronin, i samurai senza dominus e senza età che ogni creativo di professione dovrebbe essere. L’indipendenza è il suo daimon, il suo karma, il suo stato naturale.

Il presidente dell’ADC Europa, Franco Moretti – sorridente, canuto, nome occhiali e giacca di pelle da ex-terrorista – incarna the freelance stance: «mai tornerei sotto padrone, ci tengo alla mia libertà mentale». Giusto faro nelle nebbie per chi invece è giovane e randagio, e in fondo al cuore cerca casa. Appena fuori da qui c’è la giungla del mercato imperfetto: i clienti che pagano dopo anni o non pagano affatto, i ricatti, la debolezza, le stanche di ispirazione, l’ambigua sirena dell’arte che blandisce; e il gusto è in via d’estinzione generale. Si narrano aneddoti intorno al fuoco. Sergio Baldoni e Pasquale Barbella raccontanoDue decani – Pasquale Barbella e Sandro Baldoni, fra i più famosi copywriter italiani, il secondo fratello del compianto Enzo – con semplicità e passione testimoniano di grandi avventure fatte di inghippi e azzardi, di affabili paraculi e morosi decennali, di moonlighters doppiogiochisti d’agenzia che di notte vendono l’anima alla concorrenza. Spronano a difendere strenuamente la qualità da questo sistema corrosivo.

Il problema, direi, è che il talento ce l’hanno in pochi e la fame ce l’hanno tutti.
Così i creativi si svendono, i clienti assoldano incapaci, e l’economia macina verso il basso. Per questo gli ottentotti si mettono ora in cerchio con le loro (free)lance spianate e il fuoco in mezzo: per farsi coraggio, per fare la forza, per difendere il valore. Per questo ho fatto la notte in treno. Quanto vi capisco. Io che sono il più freelance di tutti perché me ne sto fuori perfino dalla stessa società dei comunicatori: qui infatti non conosco (quasi) nessuno, mentre vedo tutto un sottobosco di animaletti che si richiamano l’un l’altro e si stringono le mani e scappano di qua e di là sgranocchiando noci colorate.

Cerco Gianguido Severi, l’alacre segretario che mi invitò via mail. Che faccia avrà? Chiedo; guarda, è quello con la barba in giacca color sabbia, mi dicono, sta lì, ah no, dov’è, era qui un attimo fa, ora te lo cerco; fanno strada. Ecco, però, tutti aperti e disponibili, sarà la solidarietà, piacevole comfort. Accoglienza e partecipazione espresse per primo dal presidente, Maurizio Sala, il quale prolude sottolineando lo spirito di corpo contro un mondo ostile di aziende, media e ribassi. Il mio tondo e simpatico vicino di sedia, Giovanni Pizzigato, che pare disegnato da Mattotti, vive fuori dalle grandi piazze (esemplare di “freelance di campagna”) e presenta la sua feconda esperienza di provincia. L’avvocato Marzio Romano collabora da tempo con l’ADCI, viene a denunciare i vuoti di tutela per i freelance ed è pronto ad aiutare (ad esempio, fuori onda a domanda mi risponde che i Creative Commons funzionano e c’è già qualche causa a far da precedente: good news!). Gianni Lombardi, scrittore freelance e coordinatore su bolleblu.info (dove si trovano ricche notizie e gli atti dal Congresso) propone linee guida ispirate all’armonia. Contrappunta Pasquale Diaferia (per inciso, anch’egli sul prossimo 7thFloor) che sferza e scuote la platea con discorso schiettamente politico, a testa bassa, poche frecce dritte all’orgoglio: siate fieri di presentarvi come creativi indipendenti; fatevi pagare il giusto; firmate sempre i vostri lavori. E ben adopera la sua e nostra professione per sostenere l’orazione con saporitissimi lucidi. Un manifesto in cui ci riconosciamo, noi ottentotti.

I cuori si gonfiano. Pronti per ricevere il messo del nemico: Fulvio Zendrini, ex ArmandoTesta passato all’esercito opposto, navigato seppur giovane comunicatore di grande impresa, da TIM a Piaggio; ben conosce il sistema, e da esso è conosciuto, perciò con agio teatrale si presenta come «la bestia». Il Cliente. Eccolo qui. Alla nostra mercé. Uhm, sarà vero?

Vulgata dice che nell’epoca aurea c’erano solo il Cliente e l’Agenzia. Poi il sistema dei media divenne complesso, al centro del business si istallarono i centri media, e la creatività fu relegata a riempitivo di geometrie stabilite a priori. Ora le quotazioni della qualità vanno sempre più giù per colpa del Cliente ignobile. Ma qui Fulvio rivela a sorpresa il suo finale diverso: la vera maledizione oggi è l’Ufficio Acquisti, dove ogni fornitura che entra in azienda, dalle etichettatrici dalle opere d’arte, viene passata per lo stesso strozzo di bottiglia, e sterilizzata. Il pubblico annuisce: riconosce una verità, in parte ciò conforta.
Eppure anche questo slittamento vorrebbe una spiegazione. Come è stato che l’Ufficio Acquisti è arrivato a questa egemonia? Chi gliel’ha lasciato fare? Nessuno lo chiede, per ora. I creativi vanno via pensierosi e fratelli, con questo nuovo alert lampeggiante al collo e tante altre ali trasparenti sulle spalle. Per la giornata è più che sufficiente.

Bene. Mi sento meno solo e sono pronto a riprendere il treno del ritorno. Finora non ho osato, ma sul binario 12 mi permetto alfine di dare la mia personale opinione sul problema. Sapete cosa penso? Penso che i creativi oggi abbiano due nemici.
Il primo è l’ignoranza progressiva della classe dirigente. Gli Adriano Olivetti non ci sono più, i manager di ora tagliano corto, sono allevati in un razionalismo da manualetto, guardano fisso un metro avanti e non fanno collegamenti. Non comprendono che la povertà nell’affrontare la comunicazione pubblica porta male alla società intera, fino a impoverire la loro stessa vita privata per le vie indirette e incontrollabili di un generale degrado.
Il secondo nemico dei creativi è la pubblicità stessa. Sì, proprio così. Ce n’è troppa in giro. Le viene dato troppo spazio, ogni interstizio disponibile, e troppo peso, alla disperata. È un vero assedio, ostinato e ansioso, che tira in basso la qualità media. Noi creativi dovremmo essere i primi a combattere per una moratoria della pubblicità, come ad esempio quella che sostengo con le ad-free zones e per cui combatte Adbusters. Questo èl’aspetto della sostenibilità che compete davvero a noi ottentotti, direttamente.