Il bozzolo vuoto

(lideologo)

I due sposi escono dalla chiesa in un tripudio di chicchi di riso. Il sagrato è pieno di invitati in ghingheri, come si conviene all’occasione. Sfoggiano vestiti stupendamente sofferti, inseguiti con faticose ricerche, comprati a caro prezzo, stringendo i denti per il dispendio del monouso. Le donne sono adorne di pettinature rinnovate, un festival di parrucchieri. Dietro la sposa, lo strascico delle liste di nozze e dei regali nei ritagli di tempo. Uno sposalizio come si deve. Con tutti i crismi. Il giorno più bello della mia vita, dicono.

Perché ho una irritante sensazione di fasullo?

E´ vero, ho un’avversione per il matrimonio. Un po’ è un congenito rifiuto delle istituzioni, un po’ saranno gli anni che passano. Ma non è questo. Le nozze mi commuovono sempre quando le vedo altrove. Album dei tempi andati, un libro o un film; due giovani o due vecchi sorridenti che si tengono la mano in un paesino di montagna; due persone semplici che celebrano il loro amore; le colorate cerimonie di altre culture. Toccante. Il petto si colma, e gli occhi si inumidiscono. Le nozze che sento: dove il valore alchemico mi appare puro, compiuto, limpido. Dove la cerimonia ha radici profonde e salde.
Qui mi sembra succedere il contrario, come se fosse la parola a trascinare l’emozione e non viceversa. C’è qualcosa che non funziona. Ma dove? Non sta nei coniugi in sé, loro si vogliono bene sinceramente. Non sta nel prete, o nella sua omelia seppure banale. Non è nei fiori, nella musica dell’organo, nelle formule canoniche o nelle firme, loro anzi ti seducono. Qual è il problema…

Che sia quel velo bianco? Forse è il velo. Il velo. Un costume. Un costume vacuo. La scena resta imbastita intorno a questo simbolo di purezza: ma che senso ha se lei non ha conservato la sua verginità fino al matrimonio, se praticamente più nessuno lo fa nel corpo né nello spirito, né gli viene richiesto di farlo, né interessa che lo faccia? Ecco la prima fessura: lo scollamento tra l’anima e le insegne che porta. Dalla falsa trasparenza del velo comincio a chiarirmi le idee. È come un ponte rimasto sopra un fiume ormai interrato. Il rituale mette in fila una serie di gesti; cosa vogliono dire? A che servono? Che senso hanno? Il passaggio in pompa magna su quel ponte appare una recita residua a cui manca la forza dell’acqua sotto.

In un libro del Danilo Mainardi etologo ho letto tempo fa una storia curiosa. C’è un insetto che andando ad accoppiarsi porta alla compagna un dono singolare: un bozzolo vuoto. Alle prime era un enigma per gli studiosi. Perché mai un insetto dovrebbe darsi la pena di portare un regalo inutile? In natura questi comportamenti strutturati sono stati selezionati da qualche vantaggio e hanno una funzione ben precisa. Il bozzolo vuoto sembrava violare il principio. Poi si scoprì che altre specie della famiglia di questo insetto seguono rituali identici nella forma ma non nel contenuto: col volo nuziale il maschio porta alla femmina non un dono inutile ma una bella larva da mangiare, un pasto caldo che serve a distogliere la temibile consorte dal saziarsi mangiando lui — almeno finché abbia avuto il tempo di fecondarla. Capito cos’è quel bozzolo vuoto, allora? È il relitto della pratica di salvezza originaria, di cui resta una meccanica pantomima. La femmina resta ingannata, e il maschio può perpetuare la specie. Quando ho letto questa storia affascinante mi sono sorpreso a pensare che non siamo poi così lontani dagli insetti. Anche noi ci portiamo in giro un mucchio di bozzoli vuoti.

Mentre ero assorto in questi pensieri, la messa è finita. Andiamo in pace. Oddio, si fa per dire: chi deve scappare di qua chi di là. Si sciama di fuori e attaccano i festosi scampanii. Però non vedo campane; allora da dove viene il suono? Viene da altoparlanti. È una traccia registrata. Sono molte le chiese che hanno abbandonato il pesante bronzo e le corde ruvide in favore del più efficiente ed economico lettore cd. Così anche chi non si può permettere strumenti e manutenzione, peraltro inadatti a certi campanili di cemento armato, non deve rinunciare al tradizionale richiamo ai fedeli. La convenienza non finisce qui: ora perfino una piccola pieve può sfoggiare un suono ricco e potente da basilica di S.Marco. Che sia finto uno se ne rende conto infatti perché le chiese cominciano a suonare tutte uguali; credo che scarichino le stesse suonerie, come per i cellulari. E poi è evidente quando si ascolta più volte: attacco e conclusione hanno sempre esattamente lo stesso schema di rintocchi, cosa altamente improbabile per campanari umani, se non indesiderabile. Ecco un altro bozzolo vuoto: il campanile.

Siamo in centro: una carrozzella va co’ du’ stranieri, come dice la canzone. Blocca il traffico chiassoso e esorbitante. Il cavallo per strada è un reperto di sogno, sdegnato dai motorini che gli sfrecciano sotto al naso e sgasano addosso ai passeggeri. Gli automobilisti maledicono la lentezza dell’insensato trabiccolo. Un altro bozzolo vuoto.

Lasciata l’ombra delle navate, il Dio che dovrebbe aver presieduto alla cerimonia viene dimenticato dentro. Una costruzione culturale piuttosto assurda, questo Dio, intorno a cui si dibatte e ci si interroga con argomenti raffinati, intelligenti, alcuni lo dicono vivo, alcuni lo danno per morto, ognuno beninteso pensa ciò che vuole, e da questa ridda di opinioni resta di Dio solo un’idea balzana che sopravvive tra noi poco più che come parola. Spogliata della sua energia originaria, tutte le sue manifestazioni temporali – libri, dibattiti in tv, dialoghi tra scienza e fede, apparati ecclesiastici, porpore pianete e tonache assortite, teologi e discorsi dei dotti e degli esperti – paiono farneticazioni, le ultime scosse di una coda staccata dal corpo della lucertola. Un marketing vigoroso riesce a risvegliare di tanto in tanto l’attenzione dei giovani, è stato capace di riunire milioni di papa boys festosi, ma in fondo è la stessa tecnica che sta assumendo la politica: creare marchi logo concept che facciano da surrogati alle idee per cui si combatteva. Chissà perché, continuano a venirmi in mente similitudini dal mondo animale: quei poveri cani di città che dopo aver fatto la cacca sul marciapiede dànno un paio di inutili raspate sull’asfalto con le zampe di dietro, come se ancora ci fosse la terra con cui ricoprirla, e subito devono correre via al guinzaglio del padrone che tira innanzi per la sua strada. Una morale di tutta la favola. Altri bozzoli vuoti.

E poi penso alla simbiosi tra i bisonti e i pellerossa, e alla pelle del tricheco che antichi popoli usavano per farsi scudi e armature. I trichechi e i bisonti sono stati sterminati, ma non dai loro diretti utenti: per foraggiare di avorio, pelli pregiate e curiosità il mercato di una platea lontana, quella dei tedofori del progresso, distinti sempre da un’avidità e una noncuranza senza misura. Balsamo di tigre e denti di squalo. E le finestre delle case di Manila, tutte bardate di inferriate per proteggersi dai furti. Un’occhiata rapida alle rovine antiche, alle vecchie case ancora abitate che restano in mezzo alla città nuova che cresce, ai suoi grattacieli, alle metropolitane leggere e ai viadotti. Le foglie cadono ancora e giù invece della terra dove trasformarsi in concime trovano asfalto dove diventano poltiglia sporca che si mischia con i pacchetti di sigarette le linguette d’alluminio degli yogurt le buste di cellophane. Gli anziani scivolano.

Ho visto un documentario sui monasteri in Buthan dove la cura dell’anima è in simbiosi con la cura del corpo, con le abitudini e i desideri. Lì, seguendo una giornata normale, si può vedere in trasparenza quale valore hanno i riti e le formule nelle tradizioni degne di questo nome. I gesti sono incastonati nel flusso omogeneo e naturale della vita, formano tra loro una rete salda. L’attenzione allo spirito è tutt’uno con la sensazione di non essere che una piccola parte di una vasta unità superiore. Le liturgie del nostro mondo industrializzato, invece, non prevedono questa umiltà: sono supermercati di soluzioni spirituali pronte per l’uso, staccate tra loro. Anzi, combattono l’umiltà: noi siamo individui inimitabili, superiori, individui «che valgono», come ci ricordano gli spot de L’Orèal. I nostri rituali superstiti sono pillole di integratore proteico da inghiottire in fretta con acqua prima del pasto, isolate dal resto, gettate qua e là in mezzo ad abitudini assolutamente artificiose come quelle che riguardano l’alimentazione, il lavoro, lo svago, i rapporti sociali, il sesso, l’amore, svincolate dai ritmi e dai bisogni genuini, e soprattutto dai cicli naturali che culminano in quello di vita e di morte. Per questo la morte è bandita dalla città splendente, e la sua apparizione suona come un’assurda sconvenienza, una vecchia fortezza decrepita abbandonata fra gli specchi di downtown per uno sciocco errore urbanistico: un obbrobrio che la scienza ha il dovere di espugnare. Altri bozzoli vuoti.

Realisticamente, non si può pensare che i monaci del Buthan possano farci da esempio, con le loro tre tazze di riso al giorno. Ma in quella vita semplice, regolare e armoniosa c’è un disegno essenziale e comprensibile come una pittura rupestre. Nel Ramadan musulmano, nel Kasherut ebraico, in un matrimonio turco, c’è lo specchio di ciò che avevamo una volta anche noi. Una scansione. Un segnale orario. Degli spazi che non si possono toccare, gli spazi sacri: dove ci si ferma tutti insieme, si stacca ogni spina, e si medita. Parlare del matrimonio, nel salotto del nostro talkshow perenne, è come studiare la fisiologia di una specie domestica estinta. La liturgia matrimoniale, che consta nell’organizzazione di una serie di simboli con radici molto profonde, è ormai completamente svuotata dalla cultura dominante. I valori che la cultura dominante sostiene, quelli più ampiamente diffusi e condivisi, esautorano i simboli sottostanti al matrimonio. Li spiazzano fuori sede e fuori luogo, li rendono assurdi e patologicamente suggestivi come colombe magrittiane. Così spazzano via le fondamenta del significato. La cultura del matrimonio può incontrare un autentico desiderio di qualcuno; il punto è che non c’entra praticamente più nulla con quello che accade tutto intorno: col modo in cui la gente è esortata a coltivare i desideri e l’individualità, a concepire la felicità, a gestire l’affetto e l’amore, a valutare i valori, ad esercitare la professione e la vita. Non c’entra col rapporto sempre più ambiguo che si intrattiene con i sensi, i simboli, i paradossi. Massimamente ora che è possibile sposarsi, con velo e fedi e tutto il resto, anche senza corpo, in Second Life. Un tempo il matrimonio era inserito come una tappa fissa nel mainstream della vita, scandita in tappe regolari; era una naturale fase della crescita, che tante forze coordinate intorno premevano perché fosse e si ripetesse sempre così. Il matrimonio era un contratto, una sistemazione, un dovere, tutte cose che venivano prima delle particolari identità dei due partecipanti, dei loro ondivaghi appetiti e repulsioni, della loro gratificazione personale distinta da quella comunitaria. Solo i romanzieri davano attenzione alle segrete cure della gente. Quella atmosfera culturale e sociale pian piano si è disfatta, si è sgonfiata, e al centro della scena hanno preso posto gli Individui. La pressione sociale verso il matrimonio ora è scarsa, resta in poche enclaves superstiti, considerate sacche di arretratezza. Nel mainstream presente ciascuno sa che può e deve cercare la propria soddisfazione, possibilmente misurabile; ciascuno deve realizzarsi da sé, non all’interno di una rete, di un sistema. Diventate quello che siete! dice il guru di turno. E´ una parola. Assomiglia alle ingiunzioni paradossali del tipo “sii spontaneo!”. Un’esortazione che è poco più di una scossa elettrica alle cavie da laboratorio per sperimentare gli effetti fisiologici dello stress. La maggioranza sonnambula in giacca e cravatta e tante percentuali sotto il braccio ignora tutto di sé, come fa a diventare sé? Guarda acriticamente, adagiata su abitudini condizionate, evita in tutti i modi di pensare, di riflettere sul passato, vittima cieca, e brancola nel presente, si lamenta, e non sa di cosa. E poi va a votare, naturalmente, facendo della democrazia un civilissimo incubo. Il popolino disperso nelle case o aggrumato in locali brutti fa il karaoke ululando per l’ennesima volta canzoni trite e ritrite, quel corpus che è un pallido surrogato della tradizione popolare. Se ne va allo stadio senza capire che si è trasformato in una dependance di borsa, piena di interessi estranei allo sport. Non si accorge di continuare testarda a dar manforte alle condizioni del proprio malessere, come se non avesse altra scelta che alimentare il fuoco che gli brucia le pupille. Altri bozzoli vuoti.

Quello che siamo oggi richiede molta presenza, molto lavoro per una diversa conquista di sé, molto senso dell’equilibrio per orientarsi in mezzo a dinamiche innaturali, motivazioni casuali, false piste, certezze illusorie. Lo sport generale del tagliar corto – scorciatoie, prefabbricati, fast food, hard work, clichè e droghe varie – alimenta il senso di disadattamento di fondo che persiste in barba ai tentativi di raccattare dello spessore qua e là. La voglia di purezza, di ritorno alle origini, ispira sparse commoventi manifestazioni di buona fede che però sono sempre rifugi, tane da cui si può vedere solo uno spiraglio: per questo le temo, perché non saprebbero difenderci dai pericoli nascosti nella loro superficialità. Il movimento per l’espulsione degli OGM, gli ambientalisti disinformati, i fitoterapisti improvvisati, i sacerdoti della “natura benevola”, i paladini del biologico totale, i verdi riverniciati, gli adepti dell’oscurità, i messianici e gli antroposofici, i buddisti presuntuosi, gli umanisti che si credono scienziati, e infine molta della stessa scienza che non si guarda intorno. In un mondo in cui ufficialmente e definitivamente è tutto collegato, ogni sguardo parziale è un azzardo. Penso ai leghisti, altri demagoghi di innocenza, che fanno la loro fortuna proprio sul rimpianto per le tradizioni svuotate, e invocano la secessione di “casa loro”, mentre l’umore mattutino del presidente iraniano condiziona il prezzo della benzina con cui i loro trattori padani arano i campi. Penso all’ambiguo moralismo della bioetica che tuona contro il controllo della vita, mentre i trucchi cosmetici del corpo siliconato e la medicina che corregge solo piccoli tratti provvedono con cura a perpetuare geni guasti. Penso al nostro inseguimento di un concetto moderno e razionale di libertà, pieno di inciampi, di passi falsi e di cadute dolorose: sotto all’esercizio della ragione, e nell’impatto coi suoi limiti, covano sempre vaghe aspirazioni a un’antichità amorale dove si indovina qualcosa di naturale e vero, in cui si avvertono dei valori perduti che però le nostre parole di oggi non sono in grado di dire, e quindi nemmeno di accettare né di integrare con tutto il resto che abbiamo appreso. La verità è che solo soluzioni artificiose e contorte possiamo cercare nel mondo estremamente artificioso e contorto al quale siamo assuefatti, qua e là controvoglia, sopportando le sue comodità e insieme il suo peso indecifrabile. Le cose più naturali del mondo – mangiare, riprodursi e accudire la prole come si deve – si sono oscurate di incognite, di dubbi, di controindicazioni; incrostate di etichette, di norme, di avvertenze; dirottate da succedanei.

Insomma, ecco cosa mi irritava e mi rattristava in quel matrimonio, non riuscendo a vederlo come evento isolato ma solo nel contesto complessivo. La tradizione svuotata; il bozzolo vuoto. Le nostre tradizioni sono invecchiate senza capire. Sono frammenti sparsi di uno stesso malanno: l’abbandono di un discorso unitario, di una visione coerente del mondo. Ne restano delle forme, e queste manovrano come marionette persone che non le capiscono più ma non hanno ancora alternative valide. Le parole restano là in mezzo come un tempo; ma nessuno dei costrutti culturali esiste più come quando aveva senso parlarne per rinforzare, consolidare, aggiustare lo status quo. Il velo bianco è meraviglioso, tutti i rituali antichi lo sono, essenziali ricapitolazioni; ma solo se legati omogeneamente nello stile di vita di un’intera società e alla sua storia. Altrimenti illudono, disorientano, rubano: ti dànno il contenitore, non il contenuto ormai involato. Così ti resta in mano un bozzolo troppo leggero, e un interrogativo.

I dibattiti pubblici fingono di non vedere e insistono – per abitudine, per superficialità, per ignoranza, per paura – a volteggiare intorno alle vecchie parole come ottusi gabbiani sopra una carcassa spolpata. Quello che le parole e i riti stanno diventando davvero non si sa: c’è solo il senso chiaro di una scissione, e a questo bisogna stare attenti. Dobbiamo partire dagli individui? Allora per me la prima ricongiunzione necessaria a cui tendere è la copresenza armoniosa di adulto e di bambino. Il natale commerciale è qui, coi suoi speaker suadenti, il suo spot lungo un mese al posto dell’Avvento, la città stressata, le code, le spese, qualche party per forza. Ma l’albero sempre sarà bellissimo, e i bambini lo sanno.