Il fattore X nell’11 settembre

(daily life, lideologo, miti d'oggi)

Quando cerco di chiarire a me stesso quel che è successo dall´11 settembre, in un quadro più ampio possibile, mi vengono in mente soprattutto metafore tratte dalla fisica o dalle scienze naturali. Cose come scariche elettriche, caduta di gravi.
Non è per caso. Chi ha organizzato la strage è certo un uomo o un gruppo di uomini, ma è anche un elemento della natura, perché l’umanità è ancora parte della natura. E´ quel fattore X che presto o tardi arriva a compensare un eccesso in un sistema con un´azione livellante.

Per entrare in quest´ottica, liberiamoci per un secondo dell´uomo.
Siamo a un miliardo di anni fa. Un vulcano esplode. Questo è un puro fatto fisico, catastrofico, che placa una pressione estrema. Si può rappresentare con formule e grafici; è una faccenda per Piero Angela.
Se portiamo avanti i tempi e inseriamo nella scena spettatori umani, o vittime antropomorfe, la valutazione cambia profondamente: si aggiungono le dimensioni del sublime e della tragedia. Si piange, si ricorda. Diventa più una cosa alla Cecchi Paone. A questo altro estremo, l´esplosione del Vesuvio su Pompei non ha quasi più nulla a che vedere con un fatto fisico: suonerebbe strano e disumano, quasi incomprensibile, chi la descrivesse in questi termini. Eppure, sotto, la fisica del fattore X è rimasta.

La forza della tragedia, nel buio immenso di un dolore panico, nasconde parti della verità. Come un sudario del pensiero, pudicamente vela il crudo inguine dei fatti.

Allora provo a pormi, con uno sforzo grande quanto necessario, fuori dalla nebbia della tragedia, per un attimo. Quello che appare è dello stesso ordine del Vajont, della mucca pazza, del Niño coi suoi uragani e siccità, della plastica nel pesce, dei virus resistenti, delle falde avvelenate, delle grandi depressioni economiche, ecc. Tutti casi in cui l´ecosistema è stato spinto ciecamente all´estremo, dopodiché un fattore X arriva (tragicamente) a spianare. Tutti questi casi condividono a monte un´assurda mancanza di sensibilità e di rispetto verso l´ambiente in cui si è immersi – sia naturale che umano, non fa differenza. Tanto più assurda in quanto perpetrata da uomini adulti e colti, da organizzazioni, da istituzioni, dalle stesse fonti delle garanzie su cui costruisco la mia vita. Come quando una differenza di potenziale è accumulata ai capi di un filo, come vasi comunicanti in cui l´acqua è tenuta a livelli diversi con una pompa, come una trottola che perde velocità di rotazione: il fattore X prima o poi arriva e ragguaglia.
Così improvvisamente, un bel giorno, ci alziamo e ci rendiamo conto che l´energia finirà, che i posti sotto casa e le strade non bastano più per le auto, che l´acqua del rubinetto è meglio non berla. Che la crescita economica coincide con l´autodistruzione. E allora, quando dobbiamo smettere di bere, arriva la domanda: dio mio, cosa abbiamo fatto? Cosa abbiamo lasciato fare in Medio Oriente per cinquant´anni, e prima in Africa, in Centroamerica, in Sudamerica…? E quante altre pratiche efferate, sciocche. Quanta politica, quante parole inutili. Quanti sprechi, da sempre. Quanti occhi cuciti.
Almeno fino all´11 settembre, il mondo sembra essere stato governato da bambini.

Sì, ma noi? Ciascuno di noi, dico. Noi che abbiamo fatto? Nelle lettere ai giornali e in molti articoli leggo da una parte che le Torri hanno seppellito «migliaia di innocenti», e dall´altra che hanno seppellito «la presunzione dell´Occidente». Ma questa è solo una delle tante forme della raffinata schizofrenia linguistica con cui ci scarichiamo la coscienza. La presunzione non è solo una figura retorica, la presunzione esiste e si realizza nei comportamenti, negli atteggiamenti dei presuntuosi. Chi sono i depositari della presunzione dell´Occidente se non gli Occidentali? Chi i portatori sani, se non gli esseri umani veri e propri, ciascuno di loro? Siamo tutti informati a un modo di vedere il mondo che si nutre di quella presunzione quotidiana: dagli umili che cucinano sognando l´opulenza, ai telemarketers che assediano creduloni spacciando fondi fantasma, alle enormi multinazionali e i loro rampanti assatanati. Nelle Torri c´erano tutti. Questa lucidità, sia chiaro, non mi dà nessun sollievo e non mi impedisce di piangere la loro morte: le mie lacrime sono lo specchio inevitabile di quelle dei loro cari.
E poi, nelle Torri c´eravamo tutti. Esse stesse erano simbolo eccelso della presunzione, sue ipostasi perfette. Infatti nessuno più pensa di ricostruirle. Questa scelta è un forte segno dei tempi. In passato, i governanti-bambini avrebbero detto: tu mi radi al suolo? e io ricostruisco il doppio, tiè! La consapevolezza che questa maniera non funziona più (non è più sostenibile sotto molti profili) è stata finalmente raggiunta, assieme ad altre soglie. Purtroppo, sempre in modo traumatico.
Attraverso questo trauma, diventano ora possibili sul piano internazionale cose che il 10 settembre avrebbero guadagnato solo un sorrisino di superiorità. Oltre a trasformare di botto miliardi di spensierati bambini in adulti dubbiosi, l´11 settembre è stato uno straordinario segnale orario morale: ha messo insieme e sincronizzato la sensibilità su scala planetaria, attraverso genti e culture diverse. Il fattore X è anche questo.

Ma chi è stato? Come si chiama questo fattore X?
Ora, quale nome assuma il fattore X di volta in volta, non è il nostro problema più grave. La condanna di Biadene e Sensidoni per il disastro del Vajont è una quisquilia se non si è inaugurata una nuova e più profonda attenzione nella gestione delle risorse.
Chi ha organizzato ed eseguito l´11 settembre è certo un criminale, ovvero un pazzo. Ma questo meccanismo rituale della definizione e della liquidazione del criminale e del pazzo, che ogni società dei giusti ha sempre usato per fingere di liberarsi del proprio male, qui e oggi non ci serve più a un bel nulla. Non sarà certo attraverso queste facili definizioni che mi sentirò più sicuro e riuscirò a capire cosa fare domani. La superficialità di chi parla di discorsi «deliranti» di questo o quel capo religioso mi ricorda quella di chi ancora si stupisce perché di fronte alla realtà «virtuale» prova sensazioni ben reali. Misero sollievo è dar loro degli «psicotici» o dei «disperati». L´importante sono le malsane condizioni che sussistono, le disparità, i vasi comunicanti tenuti a livelli diversi, l´uno accanto all´altro. E come nella rete delirante delle news universali la cronaca di ogni alito di somaro raggiunge in tempo reale ogni interstizio del mondo, esattamente allo stesso modo la guerra universale entra in ogni fibra del mondo, in ogni luogo. Ti può sbocciare accanto, come accanto a te che passi vedi per strada il barbone il folle e il moribondo, o il sufi l´hasidico e il laico. Se non in una sfera profondamente interiore, non c´è più il senso di stare vicino o lontano da qualcosa. Nemmeno dalla guerra. In qualsiasi posto potremmo stare vicinissimi o lontanissimi dal fronte, potremmo essere il fronte nel momento in cui esplode la bomba e ci travolge, o non esserlo perché la bomba è solo in tv, a migliaia di chilometri. Per questo, le condizioni di chiunque sono ormai un problema personale di tutti. Il fattore X è venuto a ricordarcelo senza tanti complimenti: e così sia.

Quando penso a quello che è successo l´11 settembre, credo che di fattori X ne vedremo ancora molti. Credo che la natura in qualche modo ci riconquisterà, come le piante selvatiche si riprendono le vecchie case di campagna abbandonate. Che forse i miei figli cammineranno in una strada di campagna intitolata a quella data fatale.