Imre e Zaha

(Fari nel buio)

Senza nulla togliere all’archistar, più che a Zaha Hadid ci tengo a dire affettuosamente addio a Imre Kertész, e a parlare di lui ai tanti che non lo conoscono. Il suo “Essere senza destino” è un’opera per me più grande di tutte quelle della Hadid messe insieme, eppure sta nella tasca della mia giacca. Mai nessuno ha avuto la sua capacità di lasciar «guardare nell’abisso» anche noi che non abbiamo vissuto l’abisso ma dobbiamo conoscerlo, di farlo come tenendosi per mano da ragazzini, finché scoviamo veri brandelli di felicità dove da grandi non potevamo immaginarli. Questa è oggi per me una forza intima molto più necessaria e vitale del costoso spettacolo delle grandi architetture splendide e spericolate, che in fondo in fondo sono altri stupefacenti della nostra sempre più vasta farmacia. Non è un caso se di Zaha parlano tutti, e di Imre no.