In morte dei rivoluzionari

(pubblicità)

Negli ultimi tempi mi capita di introdurre qualcuno al nuovo saggio che ho appena finito di scrivere. Poche parole ad amici e conoscenti, a qualche editore. E presto o tardi, mi trovo immancabilmente su questo nodo cruciale: la defezione generale del sacro, il problema principale della nostra vita civile e della convivenza con gli altri.

Risposta tipica: Vabbè, si sa, l’era moderna si allontana dalla religiosità.
Ecco, no, non è questo che intendo, dico io, intendo che ci mancano spazi sacri, spazi intoccabili, indiscutibili, di qualsiasi genere. E poi dico che la sparizione del sacro assume la sua forma più flagrante ed estrema, da non-ritorno, con la pubblicità.
Qui le sopracciglia si aggrottano. Che c’entra la pubblicità col sacro? Non vedo il nesso.

Eppure il nesso è così terribilmente evidente. Non è evidente che qualsiasi superficie e qualsiasi decina di secondi e soprattutto qualsiasi concetto personaggio icona sono colonizzati senza limiti dalla pubblicità? È tutto sfruttabile e sfruttato economicamente per vendere merci, senza che nessuno protegga almeno qualche angoletto del nostro spaziotempo e del nostro immaginario, come quell’importante bene comune che è, un bene comune essenziale per una specie in via di estinzione.

Più è ampio il divario tra l’elevatezza del simbolo o del luogo usato per vendere le merci, e la bassa lega delle stesse, più è sfacciato l’abbinamento, e più il colpo basso inferto al comune senso del sacro è grave e irreparabile. E più l’umiltà buona e giusta si dilegua, più i legami perdono significato, più il narcisismo individuale trionfa. Trionfa per modo di dire. E’ un trionfo vuoto, chiaramente, un trionfo del nulla, un anti-trionfo, più simile a uno sprofondare, a uno smottamento ulteriore di un gigantesco bradisismo.

Qui non posso non pensare all’epico spot di Telecom Italia, esemplare, quello che usava Gandhi per vendere telefonate ai borghesi corrompendo quel rimasuglio di aspirazioni onorevoli che giacciono al loro fondo. Uno spot tecnicamente ineccepibile da tutti i punti di vista, tranne malauguratamente quello morale, e difatti stimatissimo e premiatissimo dall’élite pubblicitaria. Come mazzata al sacro, questo spot equivale più o meno a una maxi-affissione integrale sulla basilica di S.Pietro.

Ma anche cosette più scioccherelle dànno il loro buon contributo di erosione. Una grattatina alla volta, ce ne sono quante ne vuoi. Come i vetri degli autobus accecati per avere più spazio da serigrafare. O il simpatico poster che ho visto pochi giorni fa, una scritta “L’Italia è una repubblica fondata su” e un furgone al posto della parola “lavoro”. Carino no? Ma ceeerto! Dopotutto la Costituzione che cos’è se non un testo, un testo molto popolare, una collezione di formule note pieno di spunti di richiamo universale, per tutti i target, belle e pronte, un vero prontuario per il copywriter. Che gran trovata. Venite e servitevi tutti, questa è la vostra Costituzione.

Beh, ragazzi, io so ben fare il copywriter, e a dire il vero questi sono trucchetti da quattro soldi. Perfino quello di Gandhi è uno squallido trucchetto da quattro soldi, così avrebbe detto Carver. Sono trucchetti che per giunta devastano la cultura, come veri parassiti. Si tratta esattamente di questo, né più né meno: parassitismo. Su tutta la linea. Creativi, account, salesmen, marketers. O artisti, se dio vuole – una minoranza. Oppure parassiti, un mucchio. E neanche l’ombra di un disinfestante da qui all’orizzonte.

Se qualcuno avesse ancora dubbi su cosa voglia dire svuotare le parole-chiave e distruggere il sacro come ciechi parassiti, ecco uno spot che sarà davvero difficile battere. C’è Gandhi, ci mancherebbe, ma qui si va molto molto più in là.

Per me è stato all’inizio il sorriso, a metà l’imbarazzo, alla fine l’amarezza di una strana, ineffabile privazione. Mi frugo in tasca per vedere se ho ancora quel che avevo prima. Abbastanza ben fatto, per carità, ma è l’ultima sensazione quella che resta. E parlando di nessi, più gente ammira questa roba e la perdona, a qualsiasi titolo, più delle espressioni ‘rivoluzione’ e ‘lotta di classe‘ non restano in giro che urne da rigattiere.