La decrescita in breve

(disillusionismo)

Nel 1971 Nicholas Georgescu-Roegen mosse all’economia standard una obiezione disarmante e fatale: pur dicendosi una scienza, una «nuova fisica» che si occupa del futuro dell’uomo, l’economia neoclassica se ne è sempre infischiata della fisica vera e propria, in particolare della termodinamica. In barba alla termodinamica è sempre andata avanti come se le risorse fossero illimitate e i rifiuti trascurabili. La crescita illimitata è incompatibile con le leggi fondamentali della natura, e perciò va abbandonata. Dobbiamo liberarci, diceva Nicholas, della «circumdrome del rasoio»: la sindrome circolare e viziosa che consiste nel radersi più in fretta in modo da aver più tempo per lavorare a un rasoio che rada più in fretta in modo da aver più tempo per lavorare a un rasoio che rada ancora più in fretta, e cosi via. La circumdrome del rasoio affligge chi non dà retta a figli parenti amanti e amici perché deve lavorare e far soldi per poter stare un giorno con figli parenti amanti e amici. La circumdrome del rasoio è imposta dalla crescita forzosa del PIL, quel lavorare per produrre merci e guadagnare i soldi per acquistarle così che si possa lavorare per produrre ancora più merci e guadagnare altri soldi per poterne consumare ancora di più.

La missione totalitaria della crescita va sostituita al più presto con l’obiettivo della stabilità. «Siamo stati assorbiti dall’esperimento della crescita e abbiamo quasi ignorato altre possibilità» ha osservato Bill McKibben. «La lunga durata deve essere il nostro mantra, non l’espansione». Solo che passare dalla crescita alla stabilità presenta un altissimo gradino psicologico da salire: acquistare la libertà di pensiero di non vedere nella crescita l’unica opzione possibile, ma di contemplare la decrescita come principio di benessere concreto, di sanità economica, sociale, fisica e mentale. Una vera e propria disintossicazione, per un’intera cultura.

Il primo principio della descrescita è la sobrietà. Il dibattito attuale è ancora concentrato sul «miglioramento dell’offerta» che ci consenta di andare avanti more solito a ficcare roba in gola al mondo, a dilatare i consumi indefinitamente, a persistere nell’ignorare puerilmente i limiti insuperabili delle risorse fisiche del pianeta e i vincoli della termodinamica. Per non parlare della scarsità delle nostre risorse cognitive: «i limiti della capacità umana di calcolare, le severe mancanze della conoscenza umana riguardo alle conseguenze della scelta, e i limiti della abilità umana nel giudicare fra obiettivi multipli», come riassume Herbert Simon, che ci rendono intrattabile la complessità del mondo. Non riusciamo a comprendere i nessi tra le parti della biosfera, a prevedere le ricadute delle applicazioni tecnologiche, a intendere tutti i costi occulti e i bilanci reali delle soluzioni alternative. Aggiungere altra tecnologia a questo groviglio in generale rischia di aggravare la minorazione.

Ne deriva logicamente un’unica soluzione: il taglio dei consumi. Agire non sull’offerta ma sulla domanda, programmando un giro di vite sulle inefficienze, sugli sprechi, sull’enorme superfluo che ci appesantisce la vita. Il problema è che questi interventi riducono il PIL: orrenda blasfemia per la confessione economica standard, che non vi scorgere altro che lo spettro della recessione. Se ne parla il meno possibile e sottovoce. Perché la teoria semplicemente non prevede questa possibilità, non perché non sia plausibile, anzi migliore; e perché gli economisti della crescita hanno un lavoro solo fin tanto che mantengono credito alla loro arbitraria opzione teorica.

Il secondo pilastro della decrescita è la riduzione dell’incidenza del mercato nella vita delle persone. Troppi beni sono attualmente disponibili solo allo stato di merci. Per procurarsele non c’è altro modo che acquistarle da chi li produce di mestiere, in cambio di denaro. Il che impone di guadagnare denaro. Non importa se uno si ammazza di fatica ad aiutare il prossimo, o se possiede talenti sovrumani. Non importa che le donne siano l’ammortizzatore sociale più efficiente, per il tempo e il lavoro extra-PIL che regalano agli altri. Chi non fattura, non mangia. Perché tutto oggi si compra da altri, a cominciare dal cibo. Allora bisogna strappare almeno alcuni beni e servizi essenziali alla mediazione universale del denaro, strumento di controllo dell’economia razionalista. Bisogna passare a una “economia di relazione”, come la chiama Jacques Attali, che rilancia le forme di scambio che fanno a meno del denaro e fortificano la comunità. Non si tratta di abolire la sfera mercantile, che ha il suo posto e la sua ragion d’essere, ma di riportarla a dimensioni fisiologiche dallo stato di letale obesità in cui si trova adesso.

Per ridurre la dipendenza dal circuito mercantile è essenziale il fai da te. Imparare a produrre in casa quanto serve, dallo yogurt ai maglioni, dai giocattoli all’idraulica. Appena possibile, prendersi cura in proprio della famiglia: consegnare pargoli e genitori ad estranei in modo da andare a lavorare per guadagnare i soldi che servono a pagare questi estranei è un comportamento perverso, un’altra forma della circumdrome del rasoio, la cui unica motivazione è la follia antiumana della crescita del PIL. La gravità della devianza si misura dal fatto che oggi le donne stesse sono le più strenue paladine di una limitazione delle funzioni materne a vantaggio di un ritorno al lavoro più rapido possibile e dell’uso di servizi all’infanzia, così che il PIL cresca.

Il massimo dell’autoproduzione è farsi in casa l’energia, per consumarla in proprio o in condominio. L’energia si può autoprodurre da fonti rinnovabili come il sole e il vento, ma anche dai combustibili fossili per mezzo di micro-cogeneratori – microturbine a gas, motori Stirling e motori a combustione interna classici riadattati – che oltre a produrre energia elettrica recuperano buona parte del calore di risulta, normalmente gettato via. Dove le grandi centrali dissipano circa il 65% dell’energia chimica del combustibile, i cogeneratori e i trigeneratori possono abbassare la dispersione fino al 10%. La produzione locale rende inutili quegli elefantiaci impianti centralizzati e quelle grandi reti di distribuzione che abbiamo, ingombranti, costosissimi, proni a catastrofiche interruzioni a valanga su larga scala. La generazione distribuita è agile e maneggevole: una miriade di piccoli produttori connessi tra loro in una rete senza centro, simile alla internet, è molto resistente ai guasti, dato che tra una sorgente e un consumatore ci possono essere parecchi percorsi diversi e il cammino viene deciso al momento dell’invio. La generazione distribuita è più razionale, in quanto i consumi delle famiglie sono massimi quando sui luoghi di lavoro sono minimi, e viceversa.  Il risparmio che proviene dall’autoproduzione dell’energia non è solo un vantaggio economico privato, ma contribuisce alla qualità della vita di tutti, perché si consumano meno risorse comuni e si inquina di meno: un clamoroso salto di qualità rispetto al vantaggio economico del liberista, che scarica sulla società le sue esternalità negative, depreda i beni comuni e deprime il benessere pubblico. Infine, l’autoproduzione energetica ricicla: ricicla i motori in disuso con cui si fanno i cogeneratori, permette di sfruttare per la produzione dell’energia il territorio già cementificato – i tetti delle case, i cortili condominiali, le cantine – invece di costruire altre grandi centrali che costano un mucchio di spazio, di dànni ambientali per la costruzione, di investimenti dal rischio incalcolabile che sempre inducono corruzione, clientele, mafie, oscuri prelievi in bolletta.

Lo spirito della decrescita è infatti diametralmente opposto a quella delle Grandi Opere, quelle delle cordate di banche, degli interessi miliardari, delle infiltrazioni malavitose, dello sfruttamento del territorio e del lavoro, dell’illusionismo organizzato. Lavora sulla misura del particolare, delle piccole cose. Cerca la continuità dell’esperienza tra passato e futuro recuperando le antiche tecniche di coltivazione, allevamento, costruzione, spazzate via con arroganza dalla modernità industriale – come l’architettura del cemento armato, ad esempio, che ha preteso di rimpiazzare definitivamente i precedenti metodi di costruzione con uno stacco netto dal passato, e dopo qualche decennio ci lascia ovunque manufatti che si sgretolano, imbruttiscono, appestano l’ambiente. Abolire d’incanto il sapere distillato da millenni è una rimozione patologica analoga a quella di chi annuncia di aver cambiato vita di netto, buttando via tutto ciò che era prima, e non fa altro che rendere cronica la sua angoscia e rimandare la resa dei conti a un futuro peggiore.

Per maggiori informazioni sulla decrescita consiglio due agili libelli: Breve trattato sulla decrescita serena di Serge Latouche e La decrescita felice di Maurizio Pallante.