La diga

(daily life, politica)

«Lo Psicopatico». Così lo chiama sempre il giornalista nelle sue cronache dalla Città assediata.

L’ex maestro di scuola e psichiatra che ha messo a ferro e fuoco il Paese, sobillato da un Presidente opportunista asserragliato nel suo palazzo lontano, con l’aiuto sul campo del Generale, suo compare e braccio destro, uno degli uomini più sanguinari che la storia ricordi. Ma chi era lo Psicopatico prima di superare i suoi confini di uomo comune che aveva scritto poesie e seguito una tranquilla carriera politica, per diventare il satanasso di una intera nazione, ultore di affanni indicibili, di dolore e morte su centinaia di migliaia di persone simili a noi? La cosa che spaventa di più, a ripercorrerne oggi le vicende nella memoria, è l’apparente innocuità dell’uomo politico, status di partenza della metamorfosi. Un uomo politico forse a volte leggermente estremista e sopra le righe, ma niente da prendere sul serio, nulla di cui preoccuparsi, come ripetevano gli alleati di governo quando se ne usciva con qualche frase un po’ troppo colorita in cui si minacciavano fucilate e si offendeva la nazione. Dicevano via, ridetene anche voi, non avete il senso dell’umorismo, sono facezie, nient’altro che parole, sono le sue maniere, lo sapete, ma siete matti, siamo un paese democratico, la democrazia regna, la democrazia è potente, la società civile è sorretta dai contrafforti della ragione, è un castello inespugnabile. L’opposizione deplorava, ma altrettanto teatralmente, senza convinzione, tanto per fare la sua parte in commedia. Così si chiacchierava e si sminuiva nei bar e nelle televisioni, prima che quelle innocue parole si rapprendessero in oggetti solidi di oliato metallo, prima che fossero raccolte da soggetti pericolosi, mischiate all’alcol e ai problemi personali irrisolti, a frustrazioni sociali ormai croniche, sotto il peso di una congiuntura che negava il superfluo abituale e rimestava il fondo di oscure coscienze collettive, prima che prendessero la forma di baionette infilate in canna di fucile e di mitragliatori e di coltellacci spuntati fuori chissà da dove e come. Ma a questo punto era troppo tardi. A passi irresistibili di giorno in giorno e di casa in casa entrava nella vita un orrore più concreto di qualunque cosa fosse esistita prima, e il normale aspetto delle cose veniva inghiottito da un abisso spaventoso, senza fondo. C’erano state alcune cassandre, sì, in quelle discussioni nelle televisioni e nei bar, che si erano sgolate a mettere in guardia il prossimo. Tacciate di spropositata serietà, messe all’angolo col cappello d’asino, non avevano potuto far altro che scuotere la testa tristemente alla faciloneria dei cosiddetti ottimisti. E le calamità che essi annunciavano erano di gran lunga inferiori a quanto poi accadde davvero. La realtà che precipita tutta insieme è ben altro paio di maniche che una cupa fantasia a tavolino. Se si tenta di figurarsela come possibilità teorica, stando sdraiati sui divani della democrazia, con il secondo tempo della partita che sta per cominciare sull’altro canale, nella mezza trance perpetua indotta dagli imbonitori, non è nemmeno lontanamente concepibile. Stravaccati nella mediocrità oziosa è molto difficile discernere l’arguto dal paranoico, l’appassionato dal crudele. Così si spensero uno a uno i sorrisi degli increduli degli arroganti dei compiacenti. Molti si spensero per sempre.

Per gli alcolisti, è la zona di sobrietà il momento delicato in cui è in agguato il malanno. E’ nella sobrietà, non nell’ubriacatura fatta, che si manifesta la stortura del carattere che li riporterà inevitabilmente a riattaccarsi alla bottiglia. Se vogliono provare a guarire dal loro tormento, gli alcolisti devono stare all’erta massima quando sono sobri. Devono sorvegliare ogni piccolo moto interiore, ogni desiderio, ogni contraddizione che acconsente al primo sorso. Se buttano giù il primo sorso, ogni precauzione e promessa fatta è vana. E’ tardi. Dovrà passare la lunga notte di un’altra sbornia, il dolore di un’ennesima grave sfiducia, altre ferite fisiche e morali difficili da rimarginare, per ricominciare forse a provarci. Così delicato è il momento della vita civile ordinata e della pace, quando ci si può divertire a salire e scendere sul quadro svedese della democrazia, quando si abita fra ciò che sembra più familiare e assodato. E’ questo il momento di stare più attenti a certi segni e a certi personaggi. Perché la tranquillità della democrazia è un indaffarato spensierarsi sotto a un’alta diga artificiale che trattiene un mare di fango, di tronchi, di rocce, la cui immensa energia primordiale è sempre là disponibile a schiacciare e trascinare via tutto. La diga è sempre in pericolo, come la sobrietà dell’alcolista. Il nostro alcol è la violenza. La dominazione sui corpi, sultana delle tentazioni: sempre dietro l’angolo, sempre a portata di mano, sempre piena di buone scuse per scattar fuori a sfogarsi di tutto quello che ciascuno di noi ha dovuto e dovrà sempre mandar giù per campare. Per cui oggi, che siamo in buona pace grazie al cielo e a uomini di valore che furono, ci conviene osservare attentamente lo spettacolo. Lasciamoci affascinare solo a metà dai grandi guitti, dai sagaci, dai furbacchioni da show. Sorvegliamoli con la coda dell’occhio quando armeggiano seminascosti dietro le quinte, nei fuorionda, dove pensano che nessuno li vede e lasciano andare la maschera, e la loro simpatia e affabilità si disseccano in un muso duro. Chi sono veramente i nostri leader politici? Chi sono i loro subalterni? Che natura hanno le relazioni tra essi? Come si muovono le comparse pagate? Stiamo attenti ai dettagli, ai conti che non tornano e ai conti che tornano troppo. Una brillante intelligenza nel corpo di un attaccabrighe rabbioso e prepotente non potrà mai servire il bene comune. Un “servo dello Stato” incapace di umiltà e di rispetto verso il prossimo è una pericolosa contraddizione vivente. Una politica fatta di insulti, di discredito, di accuse pretestuose, di faziosità senza contenuto, è l’anticamera di una brutta fine. Più di ogni altra cosa m’inquieta il settario di sana pianta. Mi spaventa a morte il subalterno totale, l’agiografo perennemente entusiasta delle idee dei suoi capi (peggio se sono idee banali e superficiali), ostile senza eccezione alle idee degli altri (peggio se sono idee ragionevoli). Mi terrorizza la mancanza di dubbi, e in particolare la devozione del gregario puro – demoniaca se per giunta è opportunista e mercenaria. Considero con preoccupazione l’aggravante, purtroppo comune, che l’idolatra sia appartenuto prima a un credo nemico: rivela un grave divorzio tra sentimenti e atti. Per questa gente è come se il cuore, per motivi suoi, avesse preferito isolarsi in un sotterraneo, lasciando alle mani un’autonomia di pura geometrica convenienza. Varianti sul tema della personalità scissa, che mai fu di buon augurio per la serenità altrui. Ma il presagio più terribile è quello di occhi vacui, fissi, anaffettivi, freddamente ossessionati, in cui non riusciamo a riconoscere il barlume di un’emozione, di un sentimento familiare. Occhi come i colori volutamente finti e piatti dell’arte pop. Sguardi che fuoriescono come rette parallele dal vuoto della persona insieme a facili slogan, al posto delle floreali, mobili estensioni delle forme interiori che ti avviluppano con dolcezza. Questi sono i personaggi da sorvegliare di più, quando la pace, grazie al cielo e a uomini di valore che furono, ce lo permette. Gli instancabili cantastorie di fatue superiorità. Gli avvocati di ogni diverbio. Gli accaniti operai della zuffa. I bambini canuti orgogliosi del padre putativo. I mezzi santi o mezzi criminali che hanno trovato finalmente la beatitudine nella morsa, tra un’agiata autoconservazione e la gloria di una divinità terragna che dispensa dall’alto soldi e poteri. Non ci sono margini di movimento per l’esercizio della critica, pena la caduta in disgrazia e il rimpiazzo istantaneo. Questi sono i personaggi da sorvegliare quando la democrazia ancora è sdraiata sul divano con noi, ben pasciuta, con serate intere per discutere di futili più e meno, fare zapping tra filmacci e brutti programmi, guardare la partita sorseggiando caffè e ammazzacaffè.

La democrazia non è una compagna affidabile. È pur sempre una parola, e le parole sono meretrici quando cadono in mano a uomini senza scrupoli. Tutto è adiacente al suo contrario. C’è una deriva potenziale di estremismo e di follia a poca distanza da ogni posizione, da ogni opinione consolidata, da ogni dogma per quanto insignificante. Un minimo sospetto rievoca un’antipatia spontanea sepolta per forza. Qualcuno ne parla, ci ricama su, rinforza il motivo. Un nuovo obiettivo contro cui lottare è presto fatto. È un attimo. In biblioteca si trova un tale arsenale concettuale per coprire gli istinti che razionalizzare la necessità del nemico è un gioco da ragazzi. E’ facile mantenere per un po’ il discorso nelle parvenze familiari di scontro democratico cui siamo abituati. Ma sotto la pentola il fuoco è acceso. A un certo punto lo stato della materia comincia a cambiare. Nella pila che si scalda, nell’acqua che pareva tranquilla si forma una bollicina d’aria intorno a un’impurità. Nemmeno si nota. Poi se ne forma un’altra. Poi un’altra ancora, e un’altra, e un’altra. In breve sono migliaia, poi milioni, poi non si contano più, e alla fine l’acqua bolle. E’ il caos. Evapora, fugge. Se lasci passare un tempo sufficiente, troverai la pentola vuota. E sarà talmente arroventata che a lungo nessuno potrà toccarla. Ora, si può stare attenti a chi accende il gas sotto la pentola e a chi lo attizza. Ma il microscopico disgregarsi di legami che fa svanire la struttura, questo non si può controllare. E’ un processo troppo complesso, sottile, minuzioso, sfuggente. Allo stesso modo, in una democrazia le cose non mutano per un colpo secco, per un oltraggio palese ad opera di un Colpevole che la “società civile” possa isolare, arrestare e mettere al sicuro. No, non funziona così. La mutazione è intima, il passaggio è per gradi lievi, ciascuno presentabile, giustificato, apparentemente negoziato. Menzogne. Le deformazioni della società civile si aggregano intorno alle menzogne, centri di impurità che sono più di quanti si possa contare, accertare, compensare. In piena estate vengono varate strane leggi che iniziano sottilmente a limitare i poteri di certi gruppi e ad estendere all’eccesso quello di altri. Si modificano gli assetti di potere degli organismi fondamentali. Si cambia il nome ad altri. Si vendono e si comprano indulgenze. Il Parlamento diventa un luogo insicuro, dove si passa dagli sberleffi ai gestacci, dalle parole pesanti alle aggressioni fisiche, dove si affermano malcostumi e traffici un po’ più balordi dei precedenti, senza che questo riesca a essere molto avvertito dalla gente. Alcuni rappresentanti del popolo cedono il passo, ritirandosi da un dibattito non più civile. Altri, in seguito, spariscono misteriosamente. Cruciali decisioni vengono prese in luoghi inaccessibili allo sguardo pubblico: ville, alberghi, meeting room di banche e grandi aziende. La commistione tra criminalità organizzata, grande impresa e Stato si consolida. I legami tra gli agenti dei diversi poteri si rafforzano, le direzioni si sovrappongono e le distinzioni svaniscono. Uno snodo chiave è quando la sottile membrana che separa l’informazione dalla propaganda cede del tutto, e la maggioranza dei media prende a parlare sempre troppo male di qualcuno e troppo bene di qualcun altro, aizzando le cricche. L’opinione pubblica agisce la sua indignazione manipolata, e credendo di difendersi dai nemici prende i provvedimenti dei mestatori e dei veri malfattori. Episodi di intolleranza e di violenza si diffondono per le strade, nell’indifferenza generale e con il segreto sostegno del potere. Bande di giovanotti che dànno una lezione a questo e a quello. Ragazzaglia. Ma sono sempre di più, meglio organizzati, addestrati, armati. A un certo punto condizionano la vita quotidiana, le cambiano i connotati. Reazione del paziente superiore del 30% rispetto al placebo. Qualcuno un giorno ti pesta per strada senza motivo, e nessuno ti aiuta; tu pesti qualcuno per motivi personali, e altri acclamano. Inspiegabilmente certi ex-amici e conoscenti ti trattano con superiorità, evitano la tua compagnia, alla fine arrivano a sputarti in faccia; o tu lo fai con loro. La prima espressione che perde di senso è verità; la seconda è sicurezza pubblica. Il terrore caccia fuori le sue teste insanguinate. Cominciano a circolare voci di violenze organizzate, di torture. C’è gente che giura di aver visto cadaveri galleggiare sul fiume. A decine, a centinaia. Nuove leggi più dure e restrittive vengono varate d’urgenza senza verifica parlamentare. Le manifestazioni spontanee che chiedono indietro quelli che erano i diritti elementari della democrazia vengono represse brutalmente. Prima o poi, un Generale ordina di sparare sulla folla. Oppure, qualche soldato più eccitabile lo fa d’iniziativa personale e non viene punito. Da questa fenditura, ormai imponente e innegabile, la diga della democrazia rapidamente si frantuma a grandi pezzi, si sfalda e crolla. La paurosa onda di fango e rocce invade le città, le case, le campagne, trascina via tutto. Le truppe rastrellano. Le case bruciano. Ci si nasconde col cuore in gola. Nessuno è al sicuro. La parola democrazia ha qui cessato del tutto di rappresentare quel che ci aveva fatto sentire falsamente sicuri. Ormai significa tutto, e quindi niente. Infatti gruppi politici che vengono formati hanno nomi come Partito Democratico di A, Unione Democratica di B, Partito di Azione Democratica di C, ad onta del fatto che il loro stesso atto istitutivo usa la violenza. Peraltro anche altre sigle hanno fatto una fine simile: repubblicano, socialista, comunista, tutti hanno trovato una strada per scendere nell’arena del circo. La regressione all’agone di belve sembra lo stadio di evoluzione estrema della polis, l’ultimo ricciolo di una traiettoria troppo difficile da tenere dritta, che presto o tardi deve deragliare in virtù del suo proprio peso lanciato a una velocità troppo alta per essere governabile anche dalle migliori intenzioni. Forse perché la democrazia porta dentro di sé, ancora indiscussa, l’albagia della superiorità. E’ la teoria – con pretesa di scientificità – della possibilità di una corretta convivenza, di un’inattaccabile forma di governo, che in quanto massimo punto di arrivo del progresso della civiltà val bene ogni sforzo per essere raggiunta. E questa teoria è diventata un dogma, uno dei Novissimi della religione laica, il vessillo sotto al quale truppe ben armate sono giustificate a marciare in crociate di conquista su ricche terre straniere. In hoc signo vinces: e al posto della croce, la bandiera della libertà. Ma la teoria è debole, non autosufficiente. Le virtù della democrazia non possono avere dimostrazione per ratio geometrica. L’idea astratta di democrazia resta a fluttuare negli studi dei talk show, dove si dimostra e si assolve da sé, ridotta ormai a miserabili conte di voti. I reggenti distratti dagli affari non si curano più della violenza che è nel naturale ordine delle cose, potenziata nel corso degli ultimi diecimila anni dal perverso osservatore/attore che si è aggiunto. La democrazia e le sue parole non vogliono dire più niente. Sono gli ultimi rimbombi lontani di una magica esplosione avvenuta tanti secoli fa. Sono radiazione fossile, raffreddata a una temperatura prossima allo zero assoluto. Non ci fidiamo più né di socialisti, né di comunisti, né di repubblicani, né di democratici, né di centristi, né di liberali e tanto meno di liberisti. Ci possiamo solo fidare dello sguardo. Dello sguardo di poche persone, quelle il cui sguardo tradisce un’anima buona, sincerità, rispetto. Uomini e donne di valore che si spera ancora saranno.