La vita è bella comunque

(cultura, miti d'oggi)

Vincenzo Cerami è stato un bravo scrittore che ci ha dato molto, e lo voglio salutare con affetto. Mi dispiace solo che la sua più vasta fama resterà inchiodata alla sceneggiatura de La vita è bella. Puntualmente il film è stato riproposto in tv l’altra sera per celebrare la scomparsa, e io non me lo sono perso.

Coincidenza ha voluto che proprio pochi giorni fa avessi finito di leggere, spesso stringendo i denti e ficcandomi le unghie nelle cosce, L’istruttoria di Peter Weiss. Sorto dal lungo epocale processo al personale di Auschwitz che si celebrò a Francoforte da fine 1963 a metà 1965, L’istruttoria è un oratorio teatrale freddo e durissimo che metabolizza gli atti del processo in una precisa descrizione dello sterminio compiuto nei campi di concentramento nazisti, depurata di punteggiatura e di qualsiasi altra allusione sentimentalista. Attraverso questo vetro minerale perfettamente trasparente è a tratti insopportabile seguire i dettagli minuziosi delle violenze brutali e delle umiliazioni inventate e applicate con estro inesauribile da alcuni esseri umani su altri esseri umani. Nonostante lo strazio, non puoi fare altro che ascoltare, da chi l’ha vissuto, il racconto della loro espropriazione radicale da se stessi, dei regolamenti beffardi che coprivano una regressione del diritto a ere remote, del sovraffollamento continuo e colloso, degli ambienti soffocanti, dei rapporti ferini tra prigionieri messi l’uno contro l’altro per forza o per disperazione, delle malattie orribili in cui marcivano i corpi, del tanfo, del vomito, delle torture, delle punizioni, delle bugie, dell’abiezione, degli stupri, degli infanticidi, di un vero orrore senza tregua né motivo né domani. E però io consiglio di leggerla, L’istruttoria, la consiglio di cuore, perché raramente si vede qualcosa di tanto poeticamente cristallino e insieme storicamente necessario a capire – nel senso di raccogliere e contenere per intero – l’umano di cui siamo parte. Dopo aver voltato l’ultima pagina e lasciato il libro te ne vai in silenzio tra gli altri sentendo di essere cresciuto, come se ti fosse stato rivelato un segreto essenziale dell’universo.

Questa lettura seguiva di non molto quella de L’ordine del terrore in cui il sociologo Wolfgang Sofsky ricostruisce con grande puntualità tecnica la struttura e il funzionamento del Lager come catena di smontaggio industriale di esseri umani e macchinario realizzante una categoria ideale: quella del «potere assoluto» che «cancella il confine tra la vita e la morte» e si esercita nei modi che L’istruttoria o Se questo è un uomo di Levi o Essere senza destino di Kertesz ci riferiscono con profondità tanto emotiva quanto documentale. Questo potere assoluto è un brevetto del Terzo Reich e distingue nettamente il Lager da qualunque altra forma nota di potere o di vita organizzati. In particolare, il potere assoluto non va confuso col potere totalitario: mentre in quest’ultimo l’adesione a certe regole può garantire una certa benevolenza del potere, nel potere assoluto a dispetto delle regole, che pure ci sono, e ossessivamente meticolose, obbedire o non obbedire fa lo stesso, e la sorte dei deboli viene decisa dall’umore del momento.

La maggior gloria del film La vita è bella, con i suoi Oscar, vengono dall’essersi immischiato con l’Olocausto. I commentatori in estasi hanno parlato, sopra ogni altro merito, di quel delicato e geniale papà che mette in scena un gioco per nascondere al figlio l’orrore del Lager, e hanno detto: questa è la vittoria della fantasia e dell’amore sulla barbarie. Il fatto è che del Lager, nel film, non v’è traccia. Tanto meno dell’orrore del Lager. Quel lager di sfacciata cartapesta che fa da sfondo al film, inerte e incantato come le espressioni di Nicoletta Braschi, mi fa pensare alle highways artificiali dei classici inseguimenti nei telefilm americani. Provate a riprendere un inseguimento neorealisticamente, in un traffico vero: lo spettacolo durerebbe poco, la fuga incapperebbe presto in uno di quei grumi di veicoli intruppati che bloccano gli impiegati e le ambulanze. Perciò questa eventualità viene eliminata a monte con un trucco, preparando ad arte lo sfondo dell’azione: prima del ciak, le auto vengono disposte sull’autostrada in una formazione a scacchiera, regolarmente spaziate, e messe in movimento a velocità costante e uniforme, così che i protagonisti possano rincorrersi a lungo facendo slalom indisturbati fra le comparse. Nel caso de La vita è bella, ciò che è stato eliminato prima del ciak è il potere assoluto e il suo terrore. Attenzione: non è una questione di fedeltà nella ricostruzione storica – che pure ha una infinità di falle – ma di definizione drammaturgica della tensione interna al film. Privato delle forme bestiali tipiche del potere assoluto e mostrato con molta pruderie, il Lager non è più il Lager e viene a mancare l’orrore dal quale il babbo Guido dovrebbe salvare il suo piccolo con il preteso eroico sforzo di immaginazione. Avete visto i soldati? SS qui sta per Servizi Sociali, tutt’al più digrignano i denti e dànno qualche spintarella; babbo Guido non deve faticare granché a convincere il piccolo Giosuè che quelli fanno solo finta di essere arrabbiati, dato che nel film è effettivamente così. Come omaggio della Farsa alla Storia, la sceneggiatura sintetizza chimicamente tutto l’orrore in un solo momento del film: la visione düreriana di un vortice di cadaveri nella nebbia, in cui Guido peraltro incappa passeggiando liberamente col figlio addormentato in collo come alla fine di una lunga giornata al lunapark, in un clima non più preoccupante del finesettimana medio di un precario. Questa volta è il Sonno che pietosamente risparmia al piccolo l’orrore e al babbo l’onere di mascherarlo; e tuttavia pure questo non è affatto orrore. Si tratta di un orrore da enciclopedia, un orrore per definizione, che non fa presa perché con ogni evidenza è una pura trovata estetica. Il mio cervello convalida inconsciamente l’ipotesi che sia un sogno del protagonista, e non un incontro reale con la morte, non avendo trovato nel film alcun indizio di uno stato di cose che produca cataste di salme scheletrite.

Così come le condizioni di una reale città impedirebbero le scene di inseguimento, un Lager realistico avrebbe dissolto il film, poiché avrebbe annichilito sul nascere la dolce e divertente opera di affabulazione a beneficio del bambino, ammesso che questo fosse sopravvissuto al viaggio e all’arrivo al campo. Il lager che nel film Benigni si sforza di trasfigurare in fiaba è già preconfezionato come fiaba, così come prima dell’inseguimento la highway di Sulle strade della California è già una strada da inseguimento, finta, preparata per far da supporto alla dinamica necessaria allo spettacolo. Le emozioni che risultano da un quadro così artefatto non possono che essere preconfezionate e stereotipate anch’esse. Ciò può andar bene per il telefilm, nient’altro che simpatico e ben fatto intrattenimento. Ma questo trucco non è accettabile dove dovrebbero essere in gioco l’Onore, la Fantasia, l’Amore, il Terrore, non posso concedere le stesse misure del telefilm a un’opera da Oscar che si impegna su temi tanto fondamentali. Inutile cercare alla fine de La vita è bella una rivelazione profonda e sofferta simile a quella de L’istruttoria. C’è una storia d’amore carina nella prima parte. C’è un bimbo tenero, e il suo allegro papà che gli vuole bene. C’è qualche bella gag, come quella dell’interprete improvvisato – la dimensione in cui Benigni è davvero perfetto, mano nel guanto comico, tuttavia un comico da commedia e non da tragedia. Questo è tutto. Il mio asse non si sposta di un millimetro.

In definitiva, La vita è bella manifesta a un livello più ambizioso del solito il vizio peggiore del cinema italiano: riuscire a far sembrare tutto finto. Personaggi, situazioni, dialoghi, sentimenti, tutto finto. Ne La vita è bella oltre al lager posticcio c’è il grave difetto che molte azioni “importanti” rimangono senza conseguenze. Un esempio fra i tanti: Dora, non ebrea, pretende di seguire il figlio e il marito nel campo di concentramento. E che le succede poi? Nulla. Una generica mestizia, il fazzoletto in testa, ai piedi incongrui stivaletti di pelle (magari!). Al colmo del dolore un paio di sguardi in tralice, rigidi, da maschera, identici, le due volte che Guido dirotta impianti audio per diffondere messaggi in codice all’amata. Altro esempio: verso la fine Guido viene catturato da due guardie molto educate, condotto dietro l’angolo con molto pudore, e ivi terminato con una raffica di mitra. E che succede poi? Che il figlio lascia il Lager in braccio al salvatore americano, felice sul suo carrarmato, ritrova la mamma che lo abbraccia come se l’avesse ripreso dalla tata all’uscita dal solito lunapark, e i due festeggiano totalmente immemori del pover’uomo (la scena finale è talmente imbarazzante che mi sono dovuto sforzare per non distogliere lo sguardo). Ora, noi spettatori non possiamo dare a Guido più importanza di quella che gli dànno la moglie e il figlio nel film; ma poiché questa è pari a zero, il personaggio si dissolve nel nulla e ci resta di lui solo il brio di Roberto Benigni. E proprio la peculiare clownerie di Benigni, sempre sul filo della macchietta, più il perpetuo stupore atono e castigato della Braschi, sono ulteriori fattori anti-drammatici che rinforzano la sensazione di finto. La mia incredulità non è stata sospesa e sono rimasto fuori dal film, tiepido. Si applica Battisti-Mogol: «non c’è tensione, non c’è emozione, nessun dolore». Almeno questo è quanto è successo a me, che pure sono uno che si commuove fin troppo facilmente. L’assenza di emozioni mi ha indotto a riflettere, perché due volte ho visto La vita è bella, a distanza di anni, ed entrambe le volte non ho provato emozioni degne di nota, fatta eccezione per lo sconcerto di fronte al trionfo davvero sorprendente di questo film. Se fossi un parente delle vittime mi verrebbe da dirlo perfino un’opera negazionista, per il modo in cui abolisce la realtà storica del Lager. Più semplicemente direi che è un film opportunista per come fa dell’Olocausto, barthesianamente, un mito semivuoto al servizio di un facile e universale successo.

No, non è per questo che ricorderò Vincenzo Cerami.