Le ceneri di Artaud

(cultura, daily life)

Ieri è stato il mercoledì delle ceneri.

Confesso che avevo rimosso quasi del tutto questo dimesso svincolo della tradizione cattolica, la mannaia ascetica che tronca di netto il folleggiare del carnevale. Carnem levare: da oggi si va di magro (ed ecco perché il martedì era grasso, in extremis!). Si segna una croce di polvere col dito sulla fronte, per rammentare la nostra sostanza ultima, e si passa alla morigerata quaresima.  Quaranta giorni di tentazioni. Quaranta, numero fatale, ricorrente nelle scritture.

Se non fosse stata l’immagine della cenere ad attrarmi l’attenzione, avrei continuato a dimenticare che c’è anche qui un ramadan, un periodo di purificazione e di meditazione, di sobrietà e di semplicità, di ricongiungimento alla misura. Avrei continuato a dimenticarlo come tutti. Chi pensa alla quaresima col suo bel da fare?

Ma l’idea che sta sotto alla quaresima come al ramadan come a tutti gli altri rituali simili del mondo è fondamentale: premere il tasto pause, fare un po’ di silenzio intorno, e rivolgersi all’interno, all’essenza della vita dove scorre ciò che non si misura e non si nomina. Se questi rituali sono diffusi ovunque ci sono delle ottime ragioni di equilibrio, un equilibrio che fra i bianchi evoluti è svanito insieme alla quaresima e al valore vitale della fame. Che ciò riguardi il nocciolo universale ed eterno dello stare al mondo, e non sia una questione di religioni o di anticaglie superate dal progresso, lo dimostra questo notevole brano di Antonin Artaud.

La cosa più urgente non mi sembra difendere una cultura, la cui esistenza non ha mai salvato nessuno dall’ansia di vivere meglio e di avere fame, ma estrarre da ciò che chiamiamo cultura, delle idee la cui forza di vita sia pari a quella della fame.
Abbiamo soprattutto bisogno di vivere, e di credere in ciò che ci fa vivere e che qualcosa ci fa vivere – ciò che proviene dal fondo misterioso di noi stessi non deve continuamente riversarsi su di noi in un travaglio volgarmente digestivo.
Voglio dire che se è essenziale per noi tutti mangiare subito, è per noi ancora più essenziale non dissipare nell’unica preoccupazione di mangiare subito la forza del semplice fatto di aver fame.

Se dovessi descrivere l’essenza della cultura del consumo, forse quell’ansia di vivere meglio sarebbe la formula più sintetica, con la clausola di non saper mai cos’è quel meglio.

Se invece dovessi indicare a chi mi sta a cuore la bellezza della sobrietà, antagonista della dismisura del consumo e unica porta al futuro, direi che sta nel suo contenere sempre quella fame, quella forza del semplice fatto di avere fame, che si trasforma in infinite cose. Idee la cui forza di vita sia pari a quella della fame. Sublime.