Liberazione che fu

(ambiente, economia, politica)

L’anniversario della Liberazione è caduto in una bellissima domenica di sole.

E’ bello ricordare l’eroismo di quei tempi di guerre e stenti. Ma oggi? In che modo si può trarre insegnamento da chi ha lottato su fronti terribili come lo sguardo di un nemico da uccidere per non morire, quando i nemici della libertà sono simpatici e desiderati? Il 25 aprile diventa un bel fagiano impagliato in cima alla credenza, come tutte le tradizioni perde pressione quando col tempo svapora la vita sotto le parole che le animavano, e ne restano solo i suoni nell’aria, suoni che disorientano. Al principio sono i partigiani che dànno valore alla parola libertà; tanti anni dopo, è la parola libertà che dà senso ai partigiani. Se la parola è vuota, anche i partigiani possono essere macchiette a disposizione di uno spettacolo che a loro avrebbe di certo fatto orrore.

Ho già parlato più volte di questa orrenda metamorfosi della parola libertà in mano ai tetragoni evangelisti della felicità usa e getta (vedi qui e qui). Vorrei aggiungere, per servire una attualità della Liberazione, un cenno alla filiazione bastarda che si chiama liberismo e sta scoprendo ora tutto il suo nefas. Ecco cosa scrive il suo principe Milton Friedman in Efficienza economica e libertà:

Finché è effettivamente mantenuta la libertà di scambio, l’essenziale tratto caratterizzante dell’organizzazione di mercato dell’attività economica sta nel fatto che essa impedisce al singolo di interferire in gran parte delle attività altrui. Il consumatore è protetto alla coercizione esercitata dal venditore per effetto della presenza di altri venitori con i quali egli può entrare in rapporto contrattuale. Il venitore è protetto dalla coercizione esercitata dal consumatore per effetto della presenza di altri consumatori ai quali egli può vendere. Il prestatore d’opera è protetto dalla coercizione esercitata dall’imprenditore, perché ci sono altri imprenditori per i quali può lavorare; e così via. E il mercato realizza tutto ciò impersonalmente e senza intervento di un’autorità centrale.
In realtà, una delle più importanti fonti di contestazione dell’economia libera consiste precisamente nel fatto che quest’ultima adempie così bene a questo suo compito. Essa offre agli individui ciò che essi desiderano invece di ciò che un particolare gruppo ritiene che essi debbano desiderare. Soggiacente alla maggior parte delle argomentazioni contro il libero mercato è proprio la mancanza di fiducia nella libertà.

Ecco una ideologia della società umana non meno utopistica del comunismo bolscevico, mascherata da razionalità e positivismo. Una ideologia che arriva al punto di cancellare la responsabilità sociale delle imprese e l’intervento dello Stato in economia, cose di cui oggi tutti vedono con dolorosa chiarezza la necessità assoluta, con la stessa irrazionalità di un testimone di Geova che rifiuta la trasfusione al figlio confidando in qualche forza trascendente di guarigione. Il laissez-faire di Friedman è una vera e propria fede, una fede in un astratto mondo migliore, senza alcun legame col mondo reale: classico del sapere accademico.

Confrontiamo quelle parole con ciò che stiamo vivendo adesso. La libertà irreale di Friedman, dei Reagan e Thatcher da lui consigliati, e degli innumerevoli altri squilibrati legali da lui ispirati, è quella che ha portato a un mondo in cui un vulcano fumante in un isoletta boreale arresta il traffico internazionale, in cui un Paese che vive di nascosto al di sopra delle sue possibilità inganna tutti finché non mette a rischio l’intera Europa, in cui una sola piattaforma che si scassa al largo apre una falla nera che allaga di petrolio il golfo del Messico e nessuno sa dove arriverà perché nessuno sa come fermarla. Tanti conoscevano i rischi delle piattaforme, ma la BP ha chiuso l’ultimo bilancio con 6 miliardi di dollari di utile netto grazie al petrolio (in barba al suo restyling verde) e perciò la sua libertà è molto maggiore della nostra. Solo la catastrofe comune può arrestare l’esplosione della prepotenza, ma dev’essere su scala sufficientemente vasta: la Exxon, nonostante i suoi 11 miliardi di dollari di utile, non risarcirà i popoli d’Alaska contaminata dalla Valdez. E i primi ispiratori di questo stato di cose, gli accademici come Friedman e i loro accoliti, non pagheranno mai per i loro errori: se ne vanno ben pasciuti, col Nobel in tasca, lasciando il diluvio dietro di sé. Ha detto il vecchio Samuelson: «vorrei che Friedman fosse qui per vedere cosa hanno portato le sue teorie». Purtroppo non esiste una responsabilità civile per le teorie.

Man mano che le catastrofi si susseguono, che lo spazio e le risorse si restringono, che la realtà mette il grugno fuori dal sipario, la voce dei banditori deve altisonare di più per annunciare il regno della Libertà in terra. Il linguista Gerge Lakoff ha analizzato l’uso della parola libertà nei discorsi politici americani dimostrando il martellamento che ne hanno fatto i conservatori, pubblicitario e smisurato, folle, che l’ha svuotata dell’ultimo goccio di significato che le era rimasto in corpo. Parossistico l’ultimo Bush, a partire da quella spaventosa scusa dell’11 settembre 2001: Al Qaeda attacca l’America «perché odiano la nostra libertà», l’America può attaccare preventivamente l’Iraq perché «la libertà è in marcia», la sanità può essere privatizzata «per difendere la libertà individuale», e così via. Al culmine, nel discorso di insediamento del secondo mandato, gennaio 2005, Bush usò libertà e suoi derivati ben 49 volte. Berlusconi non gli è da meno, vista la sua impudenza di colonizzare totalmente la parola libertà facendone nient’altro che un proprio trademark, titolo del partito-boutique; e grazie ai media di persuasione che possiede può permettersi di evitare gli appelli a Gesù Cristo.

Per noialtri, la libertà è rimasta come un brand tra i tanti. E’ la libertà di personalizzare lo sfondo del desktop, di parlare a piacere  senza essere ascoltati, di essere sommersi di scelte futili oppure troppo difficili. Libertà di fare grandi danni avendo in mano mezzi troppo potenti e complicati. Libertà di blobjects e centinaia di canali per distrarsi dai pochi momenti non rubati da un trafficare fine a se stesso.  Il lavoro, il lavoro che poteva essere allora una strada di liberazione, ormai è il modo principale di alimentare sia il divario tra le libertà che l’insostenibilità di tutto il sistema. Solo un vulcano può fermare i venticinquemila voli al giorno, solo un immane disastro ecologico può distogliere lo sguardo fisso dell’economia oil-based. Tutto cresce per inerzia dalla spinta iniziale di una libertà che non esiste più, in un incantamento generale che si rivela il più grande trucco mai inventato dal potere, nella storia dell’uomo, per farsi passare sotto spoglie civilmente accette: il mito liberista del successo e della competizione.

Tante sono le cose che dopo la liberazione che fu anche i partigiani potevano apprezzare, e noi non più.