L’industria culturale e lo stupore infantile

(daily life, media, miti d'oggi)

Oggi Key4biz pubblica un articolo di Angelo Zaccone Teodosi (Presidente IsICult – Istituto Italiano per l’Industria Culturale) che cerca di stemperare il RaiGate. Salvi tutti i menzionati, due cose fastidiose da segnalare.

La prima cosa fastidiosa è il riproporsi di quel famoso, penoso, disperatamente infantile argomento ma-lo-fanno-tutti. Personalmente, me lo ricordo prendere l’aire da Tangentopoli e diventare col tempo normale, comunissimo a tutti i livelli, come ha testimoniato un giovane ospite dell’ultimo Annozero senza peraltro suscitare visibili indignazioni. Secondo questo argomento, un valore morale è pragmatico, ed è automaticamente squalificato se ci sono tante persone che lo violano. Vale a dire che una qualsiasi etica non è rispettabile o condannabile di per sé, sulla base di valori umani fondamentali, ma va sempre valutata in proporzione al numero di persone che la seguono. Le implicazioni logiche di questo principio, è evidente, portano dritti nella terra della violenza e del totalitarismo; eppure tanti augusti commentatori non sembrano accorgersene e preferiscono tuonare contro il moralismo, facendosi a loro volta moralisti dell’altra sponda. Probabilmente perché la democrazia stessa, in uno stile soft, realizza un meccanismo analogo.

La seconda cosa fastidiosa è l’atteggiamento ambiguo nei confronti del liberismo economico e del capitalismo (e suppongo sia in una relazione sottile col punto precedente). Quando parla del famoso “editto bulgaro” che estromise Santoro e Biagi dalla Rai, l’autore retoricamente si prende gioco di chi per questo considerò Berlusconi «demone», salvo poi mettere subito le mani avanti: «sia chiaro che ritenemmo quella decisione gravissima, e peraltro incoerente con quell’anima liberal-liberista tante volte richiamata dallo stesso Berlusconi». Questo cadere dalle nuvole di fronte alla “incoerenza” di Berlusconi suscita un sorriso amaro, come tutti gli altri “stupori” di compunti commentatori davanti a “incoerenze” assolutamente ovvie. Le regole della macroeconomia prevedono per un libero mercato uno stabilizzarsi verso il basso dei profitti di tutti. L’esistenza di soggetti economici giganteschi dai profitti crescenti è la prova flagrante che da qualche parte il concetto è stato bucato e quindi già da tempo il liberismo di cui si parla è privo di senso. Il fatto che Berlusconi sia prima di tutto e sopra tutto l’imprenditore proprietario di una di queste abnormità dice che quell’«anima liberal-liberista» non è che una fantasia del suo pubblico meno attento.