Mangiarsi internet

(cultura, digitale)

A meta? maggio con Carlo Infante, Andrea Genovese e Stefano Cristante siamo stati a pranzo in un posto magico, due passi fuori dal bosco digitale.

Una casa di campagna arieggiata dalle pergole e istoriata da pesce fresco alla brace, appena alle spalle del mare vicino Lecce. Gino Santoro, augusto professore di Storia del Teatro nonche? ultimo dei Messapi, fra le proprie mura e sulla sua terra, ben munito di pomodori, sarde fritte e un’antica cultura dell’essenza, conclude i dibattiti su carte e bit con il seguente epitaffio: «Volete internet? Allora mangiatevi internet!».

Il senso dell’iperbole era chiaro: non dimenticate, voi del corpo elettrico, voi del futuro, che sotto a ogni fenomeno per quanto astratto e ascendente c’e? sempre un mondo materiale, fisico, che reclama la sua fame; questo mondo non va mai dimenticato se non si vuole lasciar morire l’uomo di una vuota inedia servoassistita.
Mi sono ricordato poco tempo dopo di questo onorevole monito, nel bel giorno di brainstorming sui nuovi media che Carlo ha organizzato a Frascati e di cui su queste pagine si legge. Non per il dibattito fra persone di rara lucidita? e impegno, non per l’instant blogging che ne estendeva i confini alle intelligenze lontane e vicine, non per la cornice del prezioso paesino sui colli e la sua aria pulita. Me ne sono ricordato per il finale che ha dato a tutto questo il suo senso compiuto.

Nel tepore gialloverde di un delizioso tramonto di primavera sul caput mundi, il gruppo di teatro sostenibile Koine? ci ha preso per incantamento come il pifferaio di Hamelin e ci ha guidato a scoprire il posto e le cose buone che produce. Mai mettere i piedi in terra fu piu? come salire. Cuffiette in testa, riceventi FM clippate alla cinta, e dentro parole e musiche scelte con gusto, lo “psicopompo” alla base e il suo compare-corifeo alla nostra testa hanno portato l’ignaro divertito sciame degli “esperti di comunicazione” in giro per le piazze intorno alla Scuderia, passeggiando portati per mano con la gioia e la dolcezza di lasciarsi condurre in un allegro gioco di scoperta come quando si era bambini.

Ci aspettavano piccole sit-com, abilmente distribuite tra gli incontri veramente casuali. Il ragazzo ignaro sulla panchina che viene interpellato dalla guida, circondato dal nostro gregge in assedio ridanciano, dopo un po’ di timida ignoranza snocciola date e personaggi. La donna dal forte accento francese, accalappiata dalla guida mentre grottescamente serra un catenaccio all’enorme cancello della Villa Aldobrandini (che spaccia per «centro di cure di bellezza») come se ne stesse uscendo là per là, dopo un gustoso siparietto dice di chiamarsi Paolina Bonaparte e senza peso ci rivela il passaggio della sua omonima nella storia locale.

Al ritorno alla base ecco l’ultima e piu? bella sorpresa. Sotto le volte di pietra, fra gli antichi reperti del Tuscolo, semplici tavoli apparecchiati con pecorino romano e vino cannellino, disposti in sei coperti numerati per tavolo. Scelta una posizione e così un codice da 1 a 6, ciascuno segue gli altri e se stesso nel gioco comandato dalla voce in cuffia. Attraverso descrizioni poetiche apprendiamo da dove vengono quei cibi, come sono fatti. Intanto l’appetito e l’eccitazione salgono, la materia chiama, la salivazione si trattiene a stento. Finalmente la voce guida ci molla l’ormeggio e dà il via alla degustazione: si liberano gli spiriti animali, e l’ebbrezza del gusto che si appaga e? accompagnata da liriche che accostano al sapore in bocca immagini della natura e della cultura da cui quel sapore prende origine. E? una specie di apoteosi sinestetica, fisica e intellettuale insieme. Mi viene in mente che gli amplessi di Shelley e la sua Mary dovevano avere qualcosa di simile.

Il ritorno alla concretezza inevitabile della terra e del corpo chiude il cerchio di un modello di esplorazione contemporanea davvero completa. Mai l’innovazione senza la tradizione, mai la mente senza il corpo, come voleva Gino. Si?, mangiarsi internet e? possibile.