Obama, Twitter e il futuro della democrazia / 3

(media, politica)

È doveroso e inevitabile a questo punto un inciso per celebrare l’immenso potere di quei piccoli tag che contrassegnano contenuti, messaggi, luoghi, qualsiasi cosa.

Il tagging è una pratica ormai affermata di classificazione di contenuti dal basso, cioè etichettatura con parole chiave decise dagli individui che di quei contenuti sono autori o manipolatori. Si definiscono folksonomies, cioè tassonomie popolari, perché non devono rispettare categorie linneane, scaffali predeterminati da autorità del settore. Come fatto per l’Inauguration Report o Commuter Feed, grazie all’uso comune di un semplice tag è possibile fare di informazioni fornite da individui separati un concorso di popolo planetario e sincronizzato. Ad esempio, si può realizzare un dossier su Piazza San Marco con le foto raccolte da milioni di persone nei loro viaggi, a loro completa insaputa (esempio non casuale, e ora vedremo perché). È facile sottovalutare la potenza di queste semplici ma enormi strutture globali; e di primo acchito potrebbe sembrare che il tagging finisca in un gran caos se ciascuno usa i tag che gli pare. In realtà in rete agiscono meccanismi, in parte software e in parte sociali, per cui queste classificazioni convergono spesso verso parole chiave condivise, stabili e molto diffuse.

Tra le tante dimostrazioni di questo sistema globale si può sfogliare il più famoso sito di social bookmarking, Delicious, che oltre ad essere uno strumento molto comodo per appuntarsi link interessanti è una ottima fonte di conoscenza in quanto permette di vedere i link che gli altri hanno salvato. Quando si salva un link su Delicious il sistema dà suggerimenti sui tag più comuni pertinenti a quel tipo di contenuto; ed è facile trovare ciò che interessa attraverso i tag. Ma la prova più eclatante della convergenza è data da Photosynth. Photosynth è un incredibile strumento, né più né meno un medium mai visto prima: una via di mezzo tra la fotografia e il video che permette di esplorare ambienti in un modo impossibile sia all’una che all’altro. È spuntato dai Live Labs della Microsoft e dall’Università di Washington come applicazione della tecnologia Seadragon, studiata per trasmettere via rete immagini di profondità e precisione virtualmente illimitate grazie a un accortezza: usare in ogni istante solo la risoluzione che serve al grado di zoom visualizzato, invece di spedire da subito tutta l’immagine al 100% della sua qualità. Photosynth lavora dietro le quinte e fonde tra loro foto; cerca di capire in che zone si assomigliano e se questa somiglianza sia la diversa prospettiva su una medesima scena; e se ci sono buone probabilità, tenta di ricostruire questa scena in tre dimensioni, generandone un modello che si può navigare spazialmente usando le foto di partenza. La prima demo che vidi mi lasciò senza fiato: era appunto una ricostruzione 3D di Piazza San Marco, ottenuta incrociando foto di ogni risma estratte da Flickr con il tag “san marco”. Foto prese con ogni genere di fotocamere, dal cellulare più scarso alla reflex professionale, da ogni genere di turista e di sguardo, con ogni tipo di inclinazione e prospettiva, si ritrovavano inaspettatamente a intonare un canto corale. La mia commozione di fronte al significato profondo di quella sintesi fotografica era questa: l’attività collettiva di tantissimi individui, seppure non coordinata, creava una massa di dati che poteva avere un senso complessivo, un ordine emergente, tanto tangibile quanto un modello tridimensionale di uno spazio pubblico; Photosynth era il rivelatore quel senso, rendeva quell’ordine elegantemente visibile.

Ora Photosynth è cresciuto, è diventato social; e sul suo nuovo sito chiunque può creare e condividere synth, basta caricare le proprie foto e lasciare a lui il lavoro. Date un’occhiata perché è strepitoso, vale la pena di scaricare l’applicazione e farsi una lunga passeggiata. Si troveranno già parecchi synth. Tra i miei preferiti questo di Piazza San Marco, splendido per la completezza del modello 3D (tenere premuto ctrl mentre si muove attorno il mouse), e lo studio del boxeur in palestra dove si vede cosa può diventare in mano a un bravo fotografo. Prevedere un luminoso futuro per Photosynth è facile, scommetto che lo vedremo in giro sempre più spesso. E mentre da noi è ancora ignoto, la solita CNN l’ha subito incorporato nel suo sito (per ogni synth c’è un embed code immediato, come per ogni oggetto del web 2.0) con lo scopo di raccontare The Moment in un’ulteriore e magnifica veste: un ritratto unico di un momento unico. Comparate pure, se volete, con la splendida cronaca fotografica su Bigpicture, un imperdibile blog di resoconti per immagini da tutto il mondo (per inciso, consiglio di abbonarsi al loro feed RSS per avere in regalo periodiche estasi d’istantanee degne di Internazionale). Qui si vedono altre prospettive, altrettanto indispensabili: nell’occhio del satellite gli uomini che brulicano come termiti.

Sempre sul monitoraggio popolare via Twitter lavora TwitterVoteReport, esemplare dispositivo di nuova democrazia partecipata. Il medesimo principio di Commuter Feed e dell’Inauguration Report, stavolta messo alle calcagna del processo di voto. Mandando a Twitter messaggi col prefisso #votereport, chiunque può informare gli altri se ci sono file ai seggi, comportamenti sospetti alle urne, se con le elezioni qualcosa va storto da qualche parte. In più, TVR proietta gli interventi su una mappa Google realizzando un tipico esempio di mash-up, pratica esplosa sul web 2.0 con cui un programmatore può integrare di sua iniziativa sorgenti informative separate tirandone fuori nuovi servizi al pubblico. TVR è stato allestito da un’ associazione di volontari come mezzo semplice e ubiquo, senza centro e senza padroni, per controllare dal basso il processo elettorale del 4 novembre – in altre parole per verificare l’effettiva esistenza della democrazia, per esercitare qualcosa di più di quel mero diritto al voto che una stanca pubblicistica ancora spaccia come sua unica debita dimostrazione. Gli angoli oscuri nella democrazia sono andati crescendo nel corso degli anni, con la mole delle popolazioni, la loro distrazione mediatica, l’onnipresenza dello stimolo al consumo, la complessità dei problemi posti alla vita individuale e collettiva che servono come basi ideali per demagogia e depistaggi (ricordate il famoso round «4 sì per la vita» contro «4 no per la vita» al referendum sulla procreazione assistita? a me fa ancora venire i brividi). Per questo gli esperimenti come TwitterVoteReport sono salvifici. Twitter sta dando una cruciale e multiforme mano a ravvivare la democrazia, e c’è chi afferma che risolva finalmente l’asimmetria informativa per cui alcuni si trovano in posizioni meglio munite di altri al momento di votare o di prendere decisioni che condizionano la vita comune. Twitter ridistribuisce facilmente l’informazione, ne rende più omogenea la diffusione, livella le differenze di accesso. Naturalmente bisogna avere accesso a Twitter, o simili; e qui incontriamo uno dei motivi cruciali che a mio avviso tengono Twitter lontano dal pubblico italiano. Se Twitter resta praticamente sconosciuto in Italia rispetto agli Stati Uniti, è soprattutto perché da noi non si può postare via sms. Gli operatori radiomobili in Italia sono abituati a enormi privilegi e a regnare su giardini recintati, non aprono i cancelli se non fiutano lauti margini all’altezza di quelli della voce, oppure lo fanno per la pressione della storia imponendo anni di ritardo all’affermazione di strumenti come questo. Sono certo che prima o poi qualcuno dei nostri magnifici 4, o forse un operatore mobile virtuale come Poste o MTV, metterà un gateway aprendo finalmente la porta del cellulare sul mondo Twitter; e sono certo che da quel momento Twitter sarà bollente, che diverrà follemente popolare con la stessa escalation di Facebook. Però nessuno sa quando questo accadrà. Potrebbe succedere domani, oppure tra anni.

In ogni caso, il punto è che garantito un veicolo informatico del genere, reso facilmente raggiungibile, e opportunamente stimolata la gente a partecipare e testimoniare, la pressione di questa vigilanza diffusa sulle strutture tradizionali del potere convoglia una irresistibile moralizzazione. Auspicabilmente dall’incontro di questa ingerenza granulare con le proposte della democrazia deliberativa potrebbe nascere quella felice prole destinata a governare un futuro migliore. In America ci stanno lavorando alacremente. Alle spalle di TwitterVoteReport c’è techpresident.com, un premiato blog fra le tante belle invenzioni di Andrew Raisiej. Questo tecnologo e filantropo ha fondato parecchie iniziative meritevoli tra cui il Personal Democracy Forum, conferenza annuale e sito web con lo scopo di tenere d’occhio le intersezioni tra politica e tecnologia – in che modo i candidati presidenziali usavano il web, ad esempio – lontano da pilotine lottizzate. Vale la pena di leggerne il Manifesto: è un brillante riassunto dello stato dei cambiamenti in atto nella gestione dei poteri. Perché in ultima analisi è questo il salto quantico che sta avvenendo con l’entrata in gran scena dell’apertura, della trasparenza, dei commenti popolari in diretta, della conoscenza e dei beni prodotti dal basso, wiki-style, dalla collettività diffusa, dal rapporto tra pari senza gerarchie: una riconversione radicale del potere, che porterà la gestione delle cose pubbliche a prendere forme completamente nuove. I migliori, come l’amministrazione Obama e gli autori delle iniziative di cui ho parlato qui, cavalcano l’onda con sensibilità e autorevolezza per darle un indirizzo. Gli altri che provano a ignorarla o ad opporsi non sono avvertiti che prima o poi saranno trascinati via dalla storia, costretti a seguire quella strada obtorto collo; innocenti o no, nell’indugio mancheranno una grande occasione, e il loro compito più alto.