Per gli uomini e le donne di buona volontà

(disillusionismo)

Contro la violenza sulle donne negli ultimi anni si sono susseguiti in crescendo le campagne di informazione e sensibilizzazione più cross-mediali, gli appelli dei testimonial più accorati, le metafore più suggestive e invadenti a profusione di occhi pesti, mute avvilite, e gli stessi avambracci pelosi che un tempo si usavano per la pubblicità del Vim liquido. In barba a questo gran dispiego di mezzi, la violenza sulle donne è una marea nera che non smette di salire.

L’ultima Giornata contro la violenza sulle donne è servita solo a cucinare una volta di più la ricetta della tradizione, nonostante sia evidente che i suoi dolcetti restino immangiati dietro i tersi cristalli della comunicazione. Promuovere la cultura dell’eguaglianza di genere, tutelare chi denuncia situazioni di abuso, rifiutare le discriminazioni contro il femminile, affermare il rispetto per la donna. La nomenklatura biascica gravemente le antiche giaculatorie di un rito apotropaico collettivo, pur avendo con ciò non migliori chance di cambiare le sorti delle vittime che le invocazioni alle divinità agresti per un buon raccolto. Con sconfinata compunzione i dirigenti della televisione pubblica hanno fatto muro della loro coscienza civile e del loro impegno tutto concettuale. Padre Zavoli ha detto che la tv deve «informare e far passare dei dati», «far passare dei valori, indurre la gente a riflettere»: parole che riassumono con autorevole puntualità quanto siamo ancora persi fra antiche illusioni. Imbevuti delle fantasticherie degli illuministi settecenteschi, come loro insistiamo fieramente a voler credere che basti srotolare sul tavolo il cartiglio delle statistiche perché una divina Ragione che alberga identica negli umani – assoluta, universale, impersonale – imponga a tutti di trarre le debite conclusioni per spirito di geometria. Che la redenzione ci giunga come risultante di gravitazione celeste, e la virtù come deduzione logica da dati e aforismi.

Io credo che l’atto più giusto nei confronti delle donne sarebbe invece ammettere il fallimento di questo metodo e ricominciare da zero su principii più verosimili. Ma dove sono questi principii più verosimili?

Il comportamento aggressivo degli uomini verso le donne, o per meglio dire dei maschi verso le femmine, non è governato dalla Ragione logica, la mirabile dea platonica che a noi evoluti occidentali piace immaginare regina dei comportamenti e degli scambi, tanto da averne fatto il fondamento della nostra improbabile e rapace teoria economica. Viene messo in moto da altre zone del cervello, dal sistema limbico e in specie dall’amigdala, strutture arcaiche che si sono evolute molto tempo prima del linguaggio e dei concetti filosofici. L’attività di queste zone è inaccessibile alla ispezione della coscienza. È costituita da meccanismi automatici che sono gli istinti primari della vita: paura, sesso, predazione. Niente a che vedere con il ragionamento logico, la riflessione, la pianificazione dei comportamenti, la concettualizzazione, processi più raffinati e compositi che hanno luogo nella corteccia cerebrale. Essendo la corteccia l’ultima arrivata nella storia evolutiva, non può che avere un peso limitato nelle nostre scelte cruciali, checché ci piaccia credere. Il sistema limbico, insieme alle parti ancor più antiche del sistema nervoso, si possono considerare una versione naturalista del primo mobile di Aristotele: ciò che muove senza essere mosso, il primo anello della catena causale, un tempo attribuito a Dio essendo celato nel buio più insondabile dell’uomo.

Il neuroscienziato Michael Gazzaniga stima che l’attività cosciente ammonti al solo 2% del gran circo del cervello. Può essere una sorpresa stupefacente e amara per il fatuo positivismo che autonominò l’uomo bianco “l’animale cosciente”, ovvero Homo sapiens pur sapendo poco o nulla della natura e di sé. Tuttavia tutti ne abbiamo contezza per semplice introspezione. Quanto spesso non sappiamo perché ci svegliamo storti o allegri? Quanto spesso non sappiamo perché ci innamoriamo di una e di un’altra no, perché con uno ci passa e con un altro no? Quanto spesso non sappiamo perché ci viene il groppo alla gola davanti a una scena cui un altro assiste indifferente? Quanto spesso non sappiamo perché di punto in bianco proviamo terrore al buio o in un ascensore o in mezzo a una grande piazza? Quanto spesso le descrizioni che riusciamo a dare del nostro stato d’animo sono meno che sfocate ombre, e le ragioni con cui tentiamo di rendere conto delle nostre azioni sono inventate di sana pianta? Perfino inventate da altri, e per nostra bocca solo ripetute a memoria. Questa è la nostra incoscienza di natura. Non siamo al corrente di quanto fa la fisiologia istante per istante per tenerci in vita, e come a ciò partecipi con le emozioni e i sentimenti il cervello dei cento miliardi di neuroni di specie diverse, connessi fra loro in una selva di milioni di miliardi di connessioni a breve e lungo raggio, immersi in un migliaio di miliardi di cellule della glia che partecipano al coro come sottofondo e supporto.

Di fronte a questa immane complessità, ripetuta per milioni e miliardi di esemplari che interagiscono, viene spontaneo un piccolo satori. Un risveglio. Come si fa a governare gli esseri umani se si ignora come sono fatti? Se la politica non entra affatto nella dimensione del funzionamento naturale degli esseri umani, rivolgendosi a concetti surrogati che di quel funzionamento sono superfetazioni generate dallo stesso subcosciente, è improbabile combinare qualcosa di buono con la res publica.

Finora si è trattato di mera ignoranza. Ora siamo alla disonestà. Perché quei meccanismi profondi cominciano ad essere noti, e possiamo esserne tutti coscienti.

Disonesto è esortare alla responsabilità i giocatori d’azzardo, quando si sa che sono malati di dipendenza e fisicamente impossibilitati a seguire i nobili principi astratti della morigeratezza, e maggior ragione quando al contempo i giochi d’azzardo sono autorizzati e pubblicizzati dallo Stato a proprio miope beneficio, o in favore privato delle imprese e del loro presunto diritto di speculare su tutto. Disonesto è programmare vani correttivi moralisti sulla psiche collettiva, quando si sa che la riflessione razionale ha poco o nullo potere su ciò che muove un maschio allo stupro o al femminicidio – se mai, quella razionalità serve a coprirne le tracce e a escogitare giustificazioni legali – e soprattutto quando al contempo ci si concede la libertà di disgregare la stessa psiche attraverso la sessualizzazione integrale dell’immaginario pubblico, la pornografia dello spettacolo, l’immoralità di chi dà l’esempio.

Disonesto e infinitamente tedioso è il rapporto fra i sessi. La loro incapacità di dialogare, di scambiarsi esperienze, di rendersi reciprocamente consapevoli l’uno della verità dell’altra. Donne e uomini comunicano come mai prima nella storia umana, ma la quantità anche qui sembra peggiorare la qualità. Monologano ad alta voce, ognuno sulla sua sponda, e non riescono a collaborare per non arrivare al peggio. Non dico tanto nel privato familiare, che non avendo microspie nelle case degli Italiani posso solo desumere da certi segni; intendo nel dibattito pubblico massmediatico, dove è tutto un trionfo orgogliosamaro e infantile di “noi donne siamo così” vs. “voi uomini siete cosà” o viceversa, una guazza sciocca che rifornisce continuamente le relazioni private di luoghi comuni imbecilli e di vuote parole da scambiarsi inutilmente.

Allora mi son detto: perché non provare a rompere il ghiaccio? Perché non provare a raccontare alle donne la condizione degli uomini? Anzi, a raccontare alle femmine l’effetto che fanno sui maschi? Provare a spiegarla il più sinceramente possibile, come una confessione, col cuore in mano e un sogno nel cuore. Il sogno in cui femmine e maschi si dànno una mano piuttosto che trascinarsi per i capelli. Il sogno in cui si aiutano a migliorare invece che a impazzire. Il sogno in cui si impegnano insieme a rispettarsi, e la violenza cala. Accarezzo questo sogno non solo per mia figlia di 4 anni, ma per tutte le donne, e per tutti noi. Vorrei che le donne non dovessero più diventare maschi per difendersi dai maschi, come fanno ancora. Sono certo che il mondo sarebbe migliore in mano alle donne autentiche e alla loro forza senza violenza.

Esiste una verità essenziale sull’effetto che le femmine fanno ai maschi. Ho provato a confessare questa verità essenziale a un po’ di amiche, a mo’ di focus, e mi sono accorto di quanto largamente sia sconosciuta oppure misconosciuta. A riprova di quanto questa verità è coperta da millenni di sedimenti fatti di macchiette, cliché, preconcetti, offese, sopraffazioni, frustrazioni, odio atavico. Perciò noi uomini dobbiamo provare a raccontarla, questa verità, provare e riprovare. Perché se le donne non comprendono intimamente quella verità essenziale – possibilmente ricambiando la confessione con la loro verità essenziale – non c’è alcuna possibilità che il rapporto tra donne e uomini si tiri fuori dal circolo vizioso dei cani che si mordono l’un l’altro vanamente.

Per quanto riguarda la mia parte, posso dire questo: se le donne non capiscono come si sente un maschio al percepir di femmina – sto parlando di ciò che si innesca nei corpi in virtù della pura presenza – non possono avere idea degli effetti a lungo raggio che il loro comportamento nei confronti dei maschi può avere. E nessuno che non sappia o trascuri questa verità essenziale può capire cosa fare per scongiurare il germe di violenza che contiene per natura, violenza che va molto al di là di quella sessuale. Nessuno che non sa sappia o trascuri il fatto che questa verità essenziale ha luogo nel dominio in cui i corpi si parlano sotto le coscienze. Non c’entrano nulla i concetti, le parole, la ragione, lo spirito, la morale, i giudizi. Sto parlando di fisiologia. Sto parlando dei processi che tengono in vita il corpo e che hanno fatto sopravvivere corpi come i nostri per milioni di anni. Processi che stanno molto, molto a monte del benché minimo barlume di intelletto. Processi che si rispecchiano da un corpo all’altro, a nostra insaputa, perché i corpi che abbiamo sono fatti in modo da rispecchiarsi e comprendersi sensorialmente per via della loro somiglianza.

Sto parlando di una sensazione che i maschi avvertono con molte gradazioni e varianti, ma con un nocciolo comune a tutti. Come faccio a sapere che capita anche agli altri e non solo a me? Proprio grazie alla simulazione incarnata prodotta dai neuroni specchio: non solo lo ricostruisco variamente dalle tante cronache maschili, soprattutto il mio corpo lo riconosce nei loro corpi quando vede la loro mimica, i loro contorcimenti nel racconto, nelle pupille dilatate e nei sudori, negli occhi al cielo, nelle fughe, nei patemi, nelle angosce. E lo riconosco purtroppo anche nella loro violenza, di cui sento in me la possibilità, fortunatamente non attuata, che in altri invece trabocca fuori dai desiderii.

Questa sensazione che la pura presenza del corpo della donna causa sul corpo dell’uomo può avere un’infinità di sfumature e intensità, a seconda di come è fatto l’uomo e di come è fatta la donna e della situazione in cui si trovano, tuttavia si può descrivere con una parola: inquietudine.

Un’ineffabile inquietudine, questo genera nel corpo dell’uomo la percezione del corpo della donna. Una inquietudine automatica e sotterranea, che parte da un vago malessere alla pancia, quando ci sfiorano la pelle nuda, le curve disegnate sotto una gonna, un décolleté ombreggiato, quelle mani e quei capelli, per non dire quelle gambe («ma due gambe un po’ nervose ti faranno innamorar», cantava Enzo Aita colla benedizione del Trio Lescano), le caviglie, i piedi… tutto può mettere in moto nel corpo dell’uomo un domino che accatasta sul fondo una inquieta brama. È una tale delizia camminare in primavera tra vestiti leggeri che si schiudono come fiori, tra gonne corte e magliette fine alla Baglioni… eppure, allo stesso tempo, quanta pena dà, che struggimento! Da sentirsi male. Un vuoto alla pancia, un’agitazione opaca che ti prende in un sequestro agrodolce.

È questa la possessione che mai confessarono gli inquisitori di tutte le risme, accusando le donne di provocare e sedurre gli uomini con arti subdole e malefiche, sotto forma di demonio incubo o succubo, di strega, di fattucchiera o di maliarda, allo scopo di depredarli di energie e ridurli in schiavitù. Era una lotta tra corpi, in cui il corpo dell’uomo reagiva al corpo della donna cercando di liberarsi della sua inquietudine profonda, ingigantita dai sensi di colpa, attraverso il mezzo a più semplice disposizione dei maschi: la superiore forza fisica. E il problema è proprio questo: che quell’inquietudine, più o meno poetica matrice di eccitazione, può crescere e crescere, fino a mutarsi in un dolore insopportabile. Può diventare rabbia e disperazione, una compressione intima che deve assolutamente trovare uno sfogo. E quando supera la soglia, ciò che era poesia, galanteria, preghiera, complimento, sfottò, fischio di strada, si trasfigura in epifania bestiale. Alcuni uomini allora fuggono, si recludono in ascesi volontaria, si macerano in penitenze; altri sono trascinati nel raptus, nella furia cieca, nell’aggressione; altri ancora – la maggioranza silenziosa – dànno alla violenza una forma parafrastica, sublimata nel potere e in strutture coercitive di vario genere. Il nucleo della sensazione si può raccontare in tante salse, si può drammatizzare quanto volete, ci si possono far su commedie e romanzi e teorie scientifiche, ma è costituito da inquietudine e tensione. E quando l’inquietudine monta, un uomo apparentemente normale può trasformarsi in qualsiasi cosa. Un poeta, un filantropo, un artista, un supereroe, un aguzzino, un top manager, un mostro.

Questo elementare ed estremamente reale effetto del corpo della donna sul corpo dell’uomo è nascosto e mistificato da una nebbia di concetti astratti, che invece di chiarirci le idee ce le confondono, ci depistano su falsi nemici. Un esempio: il “desiderio sessuale”. Immagino che molte donne leggendo le righe sopra si saranno trovate a pensare, se non altro per abitudine: Ma va là, quante storie… Ce la vorresti imbastire con questa “inquietudine”, ma lo sappiamo che è il solito gioco dei maschi-vittime, a chi ti credi di darla a bere? Si tratta solo di banale desiderio sessuale e basta, altro che. Ora, questo luogo comune va sollevato di forza e riposto in soffitta se vogliamo capirci sul serio. Lasciate perdere il “desiderio sessuale”. Definire la sensazione che provano gli uomini come “desiderio sessuale” è sbagliato. È una falsa spiegazione, una concettualizzazione che non vuol dire niente. È fuorviante. Noi non proviamo “desiderio sessuale”. Questo può dirlo un dottore. Può dirlo qualcuno che non prova la sensazione in prima persona e tenta di definirla da fuori, senza essere un granché mosso a comprenderla in sé. Qualcuno che se ne vuole lavare le mani in fretta per tornare a ribadire il proprio preconcetto. Quello che noi proviamo da dentro non è “desiderio sessuale”: è inquietudine, tensione, malessere non specifici.

I concetti astratti che si interpongono tra la sensazione e la sua comprensione fanno prendere lucciole per lanterne. Fanno sembrare evidente, ad esempio, che un carme di Tibullo e lo stupro di una studentessa appartengano a mondi separati e non comunicanti, uno spirituale e uno materiale, laddove in realtà fanno parte di una gamma continua di reazioni corporee che hanno una radice unica. La cosa peggiore è che sono quei concetti astratti ad alimentare l’involuzione inattesa che osserviamo oggi: perché deresponsabilizzano coloro che adoperano spensieratamente la pornografia per vendere. Per vendere yogurt scarpe e cellulari, per vendere riviste e programmi tv in cui inserire pubblicità di yogurt scarpe e cellulari – ovvero per vendere al prossimo la propria insicurezza a forza di attributi siliconati e abbigliamento d’ispirazione trans. Ma la diffusione crescente della donna pornografata come linguaggio normale – vedi il bel documentario Il corpo delle donne di Lorella Zanardo – ha un effetto sociale devastante. A parte lo svilimento morale della donna, è un ininterrotto assedio che mantiene i maschi in un costante stato di inquietudine e tensione, come una sete inestinguibile, una energia compressa che cresce, si somma, cerca una via d’uscita – e prima o poi la trova. Se sono costantemente esposti all’ostentazione sessuale – sfacciata e simulata – del corpo della donna, i corpi degli uomini persistono in una alterazione fisiologica che è premessa praticamente certa di violenza.

Non si tratta necessariamente di violenza sessuale. Non dobbiamo avere la mancanza di fantasia di credere che una tensione così arcaica si possa sfogare solo sessualmente. È in grado di prendere la forma per quanto contorta del recipiente, e scaricarsi in violenza domestica, violenza sui sottoposti al lavoro, violenza allo stadio, violenza di piazza, violenza su se stessi. Per questo la tensione sintetica indotta con insistenza infantilmente sadica nel corpo dei maschi è un problema sociale enorme. Un problema di tutti i deboli, non solo delle donne. È un problema anche degli editori che non si fanno scrupoli a tappezzare gli spazi comuni di tette e culi commerciali, e poi condannano l’inciviltà della violenza sulle donne. Ed è un peccato che le donne che nemmeno si accorgono più di giocare a una “seduzione” coatta e iperbolica, poi biasimino gli uomini come una manica di porci. Pare che molte donne prendano la seduzione per una faccenda molto superficiale, una scossa elettrica per topini in gabbia; ma se conoscessero l’intensità dell’inquietudine e della tensione che invece ne può derivare, se conoscessero la sofferenza che possono infliggere, credo che considererebbero la questione con più delicatezza e maggiore precauzione. Certo infilare la donna in un sacco per non vederla affatto, alla maniera talebana, è un eccesso patologico che dichiara un vero terrore dell’inquietudine maschile e dei suoi rischi; però bisogna ammettere che noi siamo scaduti nell’eccesso esattamente opposto, non meno patologico, non meno moralmente indifendibile, non meno socialmente pericoloso.

Purtroppo la nostra giustizia non ha armi contro questo genere di malaffare, essendo il suo vetro offuscato dagli stessi concetti irreali di cui si imbambola l’opinione pubblica. Quando i più avanzati studi sul cervello saranno digeriti dalla giurisprudenza, l’azione di chi sessualizza senza scrupoli l’ecosistema mentale sarà senz’altro riconosciuta come un reato che sta tra l’aggressione, l’istigazione a delinquere e il provocato allarme. Eppure l’intermediazione di un legislatore non è una necessità assoluta per intendersi e collaborare. Se solo, nel frattempo, le donne avessero la bontà di tentare di capire cosa provano i maschi, se potessero sospendere per un istante il giudizio morale che hanno appreso, loro malgrado, a brandire come strumento di difesa/offesa, se si fermassero un momento ad ascoltare queste parole con la superiore empatia di cui la natura le dota, se in luogo del disprezzo per un mucchio di satiri impenitenti riuscissero a sentire compassione per degli esseri umani costretti da leggi biologiche universali anteriori alla cattiveria e alla premeditazione, per le quali il loro corpo partecipa insieme a quello della donna a una danza antichissima, potendo considerarsi fortunati quando riescono a contenersi e a distillare l’inquietudine nonostante l’immersione in un ambiente così stupidamente imputridito, ecco, questo sarebbe un bel punto di partenza per un rispetto reciproco e un dialogo reale fra i sessi, che per me è l’unica strada efficace contro la violenza. Qualcosa che gli spot e le metafore e le giornate internazionali, da soli, non potranno mai ottenere.