Sakineh vs. Teresa

(comunicazione, miti d'oggi)

Guardate bene questi due volti di donna, l’uno accanto all’altro.

Sakineh Mohammadi-Ashtiani Teresa Lewis

Il volto a sinistra è iraniano, il volto a destra è americano. Quello a sinistra non ha bisogno di presentazioni, quello a destra è praticamente sconosciuto. Quello a sinistra è nato nel 1967, quello a destra nel 1969. Quello a sinistra è di una donna viva, quello a destra di una donna morta.

Il 23 settembre è stata eseguita la condanna a morte di Teresa Lewis, a cui apparteneva il volto a destra. Un volto decisamente antiestetico rispetto a quello di Sakineh, bisogna dirlo. Deve essere anche per questo che non ho visto i suoi poster in giro per le città, tappezzate dell’altra. Teresa corrode e disturba, Sakineh è polita come una madonna. Vuoi mettere?

Il caso di Sakineh ha mobilitato le voci di ogni ordine e grado, in tutto l’occidente benpensante. In Italia, fin nei massimi livelli istituzionali. I ministri Carfagna e Frattini hanno deciso di affiggere una gigantografia della donna velata sul palazzo del Governo. La prima ha rilasciato il più classico proclama di circostanza: «Sakineh è in ognuna di noi e noi tutte siamo Sakineh». Facile a dirsi. Nessuno ha osato ciò che era difficile a dirsi oltre che a farsi: «Teresa è in ognuna di noi e noi tutte siamo Teresa». Eppure per noi è infinitamente più facile immedesimarsi in una donna che vive a un paio d’ore da New York che in una che vive in una bizzarra repubblica teocratica. Il tragico della Lewis ci riguarda molto più da vicino di quello di Sakineh.

Perché questa abissale differenza di trattamento? Perché una eletta a simbolo universale, e una dimenticata? Forse perché Teresa era una mezza demente? Forse perché era americana? Forse perché si sono trovate a correre insieme verso la morte, e sulle copertine dei media c’è posto solo per un eroe alla volta? Purtroppo, lo dico con vera pena, ho dovuto ascoltare Ahmadinejad che faceva notare la disparità e trovarmi d’accordo con lui.

Un’altra affermazione del ministro Carfagna può aiutare a chiarirci le idee. «Quando una donna, ovunque nel mondo», ella ha detto, «viene minacciata di morte in nome di un arcaico integralismo … dobbiamo alzare la voce». Il punto quindi non è la pena di morte, ma la sua causale. In queste poche parole ben scelte si può leggere il seguente ordine etico: la morte è più accettabile dell’arcaico integralismo. Una posizione coerente con l’indifferenza verso la Lewis, la quale non era in balia di un arcaico integralismo e quindi indegna di alzate di voce. Era però in balia di un integralismo moderno che minaccia noialtri evoluti molto più subdolamente.

Avete presente il QI, quel numerello appiccicato al cranio dei candidati a concorsi e dei fenomeni da Guinness? Il QI è un metodo primitivo di valutare l’intelligenza di un individuo, una vera caricatura riduzionista della complessità umana. Il QI non dovrebbe esistere fuori dai giochi di società per divertenti serate tra amici. Invece da noi è impiegato nei più vari test di ammissione e usato come strumento di controllo abusivo e terribile. Teresa Lewis era una minorata mentale, è stata manipolata da due scellerati che hanno assassinato il marito e il figlio di lei per i soldi dell’assicurazione, ed è stata messa a morte al posto loro come mandante del doppio omicidio. Fin qui, sembra una storia uscita dalla penna di Truman Capote. Poi però c’è la sorpresa: è stata ritenuta colpevole perché il suo pur basso QI è risultato di due punti maggiore di quello che la legge stabilisce come soglia di disabilità mentale. I plagiari di Teresa, che nei documenti di prova la definiscono «povera scema» e ammettono di averla sedotta per pura venalità, dimostrano di avere una visione delle cose molto più lucida e profonda di quella deviata giurisprudenza numerica da accademia che l’ha uccisa.

L’integralismo del QI, particolarmente inquietante in abbinamento alla pena di morte, indica la giusta interpretazione della sconfitta di Teresa da parte di Sakineh. Sakineh non pone alcun serio problema all’uomo bianco e ai suoi integralismi, ai suoi dogmi, ai suoi vizi, alla sua falsissima razionalità. Al contrario. Gli dà due ottime scuse. La scusa per alleviare un po’ la sua cattiva coscienza per il soqquadro in Medioriente, di cui Sakineh è la proiezione. E l’ennesima scusa per ingannarsi, per ingannare il tempo e la riflessione, tenendosi occupato nel solito esercizio didascalico, paternalistico e massimalista verso le altre culture. Un atteggiamento odioso ora non meno di cento anni fa, ma ora dissimulato con impareggiabile sofisticheria nell’aulente potpourri dei diritti umani.

Sakineh è un Nobile Scopo senza le fastidiose contraddizioni di Teresa. Sakineh si può salvare senza mettere in discussione nulla di imbarazzante. Ma Teresa era una buona occasione per migliorare, Sakineh no. Che riposi in pace.