“Salvare la civiltà”: il Piano B dell’Earth Policy Institute

(ambiente, economia, politica)

Ritratti accurati dello stato della Terra sono disponibili ormai in buon numero. Per completezza del quadro e plausibilità delle proposte di cura, che incontrano un largo consenso, faccio riferimento a quello di Lester Brown, il noto Plan B di cui è uscita anche in Italiano la revisione 4.0. Brown ha fondato il Worldwatch Institute nel 1974 e l’Earth Policy Institute nel 2001. Uomo dal volto malinconico e assorto, è uno scienziato stimatissimo eppure di grande modestia. Per quarant’anni se ne è stato nell’ombra a seguire i fili spinati che vanno stritolando assieme politica, economia, tecnologia, agricoltura, demografia, ambiente, e ha descritto con rara chiarezza come ognuno di questi aspetti dipende dagli altri. Ricapitolo in estrema sintesi lo scenario di cui dobbiamo essere coscienti.

Il gruppo di Brown ha studiato come la crescita della popolazione mondiale si va legando drammaticamente a una crescente scarsità di cibo. Alla base di tutto c’è l’agricoltura dei cereali che dà da mangiare agli uomini e agli animali da carne. Senza i cereali non si mangia nemmeno carne. La produzione dei cereali sta calando a vista d’occhio per una serie di fattori incrociati, che non sono incidentali o transitori, sono tendenze di lungo corso: l’aumento continuo del numero di persone che arrivano al “benessere” e aspirano ad emulare lo stile alimentare a base di carne e latte di animali da allevamento che consumano il quadruplo dei cereali necessari agli umani; la delirante passione per i biocarburanti, che ruba terra e cibo alle persone per dare energia ai soliti motori; l’eccessivo sfruttamento del suolo che conduce alla sparizione dello strato arabile del terreno agricolo, prodotto di milioni di anni di geologia, fondamento della civiltà; il prosciugamento di falde acquifere non rinnovabili dalle piogge, a causa dell’irrigazione dissennata che consuma il 70% dell’acqua dolce del pianeta; l’aumento delle temperature che riduce in proporzione la resa delle colture. L’incastro di tutti questi aspetti parziali si può riassumere in una varietà di quadretti apocalittici: quello del riscaldamento che innalza il livello dei mari e insieme dissolve i ghiacciai che riforniscono enormi bacini idrici, quali quelli asiatici da cui dipende la vita di miliardi di persone; oppure i black-out in India dovuti all’eccesso di elettricità consumata per pescare l’acqua più in fondo nei pozzi che si vanno esaurendo; la diffusione di suicidi a causa dei pozzi asciutti. E poi c’è la fame, in attesa, colle sue ripercussioni sulla politica mondiale. La fame, la disavventura esiziale, quella che spinge i lupi fuori dalle tane, mette a soqquadro le società, cancella i diritti umani, fa barcollare e cadere gli Stati. Il che ci porta all’altro pericolo: gli Stati in fallimento. Quando gli Stati falliscono non riescono più a garantire ai propri cittadini cibo, sanità, istruzione, servizi elementari, ordine e protezione: la vita civile va in pezzi, si torna a una condizione animale sperduta in un contesto artificiale, si sollevano migrazioni bibliche, e sullo scacchiere geopolitico si aprono buchi neri, vuoti di potere in cui si istallano roccaforti di regressione, feudi di criminalità, basi logistiche per il terrorismo, la pirateria, i traffici illeciti di armi e droga, la tratta di persone. Gli Stati incustoditi non collaborano più alle reti internazionali per arginare inquinamento e pandemie, e alimentano il bollore di un caos che minaccia tutti gli altri Stati. La scarsità genera nuove strategie di lotta per il cibo tra Paesi importatori ed esportatori di cereali: gli Stati ricchi comprano terra negli Stati poveri per coltivarvi i propri cereali, una versione agricola dell’utero in affitto. Se la Libia offre all’Ucraina accesso ai suoi campi petroliferi in cambio di terreni coltivabili, l’insidia è chiara: nella scarsità di cibo, oltre che di energia, i conflitti tra gli Stati potrebbero trovare nuovo propellente. I casi di sequestro dei pescherecci siciliani che si spingono sempre più verso la Libia per la penuria di pesce nel Mediterraneo, per ora risolti in fretta con una pacca sulla spalla, sono trailer del gramo kolossal che si svolgerà quando il pesce sarà veramente insufficiente, una soglia molto vicina.

«La catastrofe è possibile», riassume Brown; «chi opera in campo ambientale rileva ormai da trent’anni tendenze di degrado ambientale, ma non ho ancora assistito a sforzi significativi per cercare di invertirne almeno una». Denaro e teorie sono ancora devoluti totalmente alla conservazione di banche e megaimprese, in modo da perpetuare gli stessi abusi e lo stesso illusionismo che ci hanno condotti fin qui. Egli propone alcune soluzioni nell’ultimo capitolo, sotto un titolo inequivocabile: L’unica alternativa. La strategia del Piano B prevede cinque provvedimenti da mettere all’opera senza indugi.

Primo e fondamentale: entro il 2020 tagliare le emissioni nette di CO2 dell’80% (rispetto ai valori del 2006, oggi di più) per minimizzare i futuri aumenti della temperatura e scongiurare il rischio di raggiungere il punto di non ritorno, oltre il quale né l’uomo né l’ambiente stesso potranno più compensare e tenere a bada la spirale del danno. Questo è un obiettivo condiviso tra chi si occupa dell’ambiente. I mezzi per ottenerlo sono diversi e paralleli. «Il maggior taglio alle emissioni arriverà dall’eliminazione progressiva dell’uso del carbone per generare elettricità, cosa che ridurrà anche gli attuali tre milioni di morti annui connessi all’inquinamento». Spostare il trasporto da gomma/petrolio a treni alimentati da elettricità verde. Poi «portare la deforestazione a zero entro il 2020. L’idea di mettere al bando il taglio degli alberi può sembrare un’utopia, ma in effetti un certo numero di Paesi ha già messo in atto divieti totali o parziali». La presenza di alberi va accresciuta per sequestrare biologicamente il carbonio della CO2 presente nell’atmosfera. Nell’ambito del riorientamento delle tasse, si propone una carbon tax, «tassa sul contenuto di carbonio delle diverse fonti fossili», di 240 dollari per tonnellata, da introdurre progressivamente da qui al 2020 e da compensare con la riduzione delle imposte sul reddito. «Una volta creato un meccanismo impositivo di questo tipo (con la parallela diminuzione della tassazione del lavoro), i nuovi prezzi potrebbero essere usati da tutti i decision makers economici per pianificare strategie più intelligenti». Il cap&trade è una seconda scelta per l’Istituto, a motivo della sua difficile comprensione da parte della gente. Naturalmente, si deve investire massicciamente in fonti rinnovabili, e aumentare l’efficienza energetica in tutti i settori. Infine, adottare stili di vita più sobri. Viaggiare di meno. Salire o come minimo scendere le scale a piedi. Non surriscaldare o surraffreddare gli ambienti con l’aria condizionata. Usare l’auto il meno possibile. Mangiare meno carne per consumare meno cereali, acqua e suolo, e anche per non pesare sulla sanità pubblica con le malattie che ne vengono.

Secondo e terzo obiettivo: cancellare la povertà e stabilizzare la popolazione. Vanno intesi come un tutto unico perché si condizionano reciprocamente, provvedendo l’istruzione primaria ai bambini e l’assistenza sanitaria di base a ogni comunità, in tutto il mondo. Il Brasile ha colto perfettamente il nesso povertà-istruzione-salute con la sua bolsa familia, una politica economica esemplare che offre aiuti monetari alle famiglie povere a patto che mandino i figli a scuola e li facciano vaccinare.

Il quarto obiettivo è il ripristino delle risorse e degli ambienti naturali danneggiati. Consumare meno acqua delle falde, rendendo più efficiente l’irrigazione, favorendo le colture meno assetate e riciclando l’acqua metodicamente. E difendere il suolo, il cui strato arabile si va disperdendo, con tecniche adeguate.

I quattro interventi sono tutti intrecciati. Non possono eseguirsi separatamente, in stile riduzionista, in quanto i loro effetti sono interdipendenti. «Gli aumenti di efficienza che riducono la dipendenza dal petrolio tagliano anche le emissioni di carbonio e l’inquinamento atmosferico. Le misure che sradicano la povertà aiutano a stabilizzare la popolazione. La riforestazione fissa il carbonio, contribuisce al ripristino degli acquiferi e riduce l’erosione del suolo». D’altro canto i benefici attesi sono cumulativi. «Una volta che avremo abbastanza fenomeni che puntano nella direzione giusta, questi si rinforzeranno l’un l’altro».

Non si può dimenticare di aggiungere un quinto obiettivo non meno importante: evitare il fallimento degli Stati. «Storicamente la principale minaccia alla stabilità internazionale e alla sicurezza dei singoli Paesi era la concentrazione del potere all’interno delle nazioni. Oggi la sicurezza è minacciata dalla perdita di potere delle nazioni e dal conseguente scivolamento nel caos e nell’anarchia». Di sostenere gli Stati in bilico si occupano al momento un gran numero di agenzie internazionali, ma nessuno garantisce con la propria responsabilità. Ci vorrebbe invece un coordinamento globale, un Department of Global Security da finanziare coi budget della difesa, coerentemente col fatto che in questa epoca la difesa è sempre meno quella dei confini nazionali e sempre più quella della stabilità mondiale. Al servizio di questa importantissima causa potrebbero mettersi utilmente i giovani del servizio civile e volontari esperti come sono i professionisti e i manager in pensione.

Le proposte del Piano B posseggono tre proprietà davvero notevoli.

  1. Un’economia così ristrutturata richiede molta più manodopera rispetto a quella necessaria al modello basato sui combustibili fossili, e quindi è vantaggiosa sotto il delicato profilo dell’occupazione. «In Germania, un Paese all’avanguardia nella transizione energetica, le filiere industriali delle energie rinnovabili impiegano già più lavoratori di quelle dei combustibili fossili e del nucleare insieme. In un mondo dove l’obiettivo auspicato da tutti è l’aumento dell’occupazione questa è davvero una buona notizia».
  2. I costi stimati per questo vero e proprio «salvataggio della civiltà» sono incredibilmente bassi. L’EOI fornisce tabelle dettagliate per singolo obiettivo, ma la somma si può tirare facilmente: «Gli obiettivi sociali e gli interventi di recupero degli ecosistemi terrestri previsti nel budget del Piano B comportano ogni anno una spesa planetaria di 190 miliardi di dollari, all’incirca un terzo dell’attuale bilancio della difesa degli Stati Uniti e un sesto di quello mondiale. In un certo senso è questo il nuovo budget della difesa, quello che affronta le più serie minacce alla sicurezza. Sfortunatamente gli Stati Uniti continuano a concentrarsi sul rinforzo delle forze armate, ignorando in gran misura le minacce poste dal deterioramento dell’ambiente, dalla crescita demografica e dalla povertà». Ancor più sfortunatamente i soldi pubblici vengono regalati a migliai di miliardi ai responsabili del disastro economico, aggravando il disastro. Dice Jeffrey Sachs: «La tragica ironia di questo momento è che i Paesi ricchi sono così ricchi e i poveri così poveri che basterebbe una frazione dell’un per cento del prodotto interno lordo dei più ricchi nel corso dei prossimi decenni a rendere possibile ciò che non è mai stato fatto in tutta la storia dell’umanità: assicurare che i bisogni fondamentali di salute e istruzione siano soddisfatti per tutti i bambini poveri del pianeta».
  3. Tutte le tecnologie necessarie per realizzare quei provvedimenti esistono già, e possono essere impiegate subito. Il che vuol dire che a sbarrare la strada non ci sono impedimenti tecnici, ma solo l’ignavia e gli interessi di politici e grandi imprenditori.

«Non riuscirò mai a sottolineare abbastanza l’urgenza della situazione», scrive lo scienziato sulle pagine di Le Scienze1, e ripete ovunque riesca a prendere la parola. Serve una mobilitazione rapida con una trasformazione del tessuto produttivo analogo a quelle che gli Stati Uniti scatenarono subito dopo Pearl Harbor per entrare in guerra contro l’Asse. Ci volle appena un mese perché il governo definisse i nuovi obiettivi di produzione militare e Roosevelt li comunicasse alla nazione. Erano numeri mai visti, ma tutti collaborarono. La produzione delle auto si interruppe per quasi tre anni, e l’industria meccanica civile venne riconvertita per decreto alla produzione di armamenti, raggiungendo risultati strabilianti. «Questa mobilitazione nell’arco di pochi mesi dimostra che un Paese, e in realtà il mondo intero, può ristrutturare rapidamente l’economia se è convinto della necessità di farlo. Molte persone, sebbene non la maggioranza, sono già convinte della necessità di una completa ristrutturazione economica». Ciò che l’uomo ha fatto, l’uomo può disfare e migliorare. «Lo scopo di questo libro è di convincere ancora più persone di questa necessità, contribuendo a far pendere la bilancia verso le forze del cambiamento e della speranza». Ciascuno di noi può fare la sua parte cambiando stile di vita e indirizzo politico, facendo pressione sui governi.

1N. 491, luglio 2009.