Semine e raccolti

(manifesto)

Rina Lazo, El sembrador (1955)

Per cambiare davvero qualcosa ci vuole tempo. Bisogna aspettare che nuove radici si formino e affondino nella terra: solo allora sarà difficile sradicare. Il cambiamento reale è sempre lento. Ci mette anni, decenni. Anche oggi che tutto va rapido. Non conta niente la scansione superficiale: le persone ci mettono gli anni a cambiare, quindi qualcosa in loro resisterà a questa velocità, e gli effetti di questo attrito sono sempre visibili.

Certo, si può dare una mano di vernice. Ci vuole poco. E quando hai a disposizione un’infinità di tinte e di effetti fra cui scegliere liberamente, come quella che abbiamo noi nel prontuario, quasi sembra di non poter desiderare altro. Non viene voglia di saggiare quanto è fradicio e ammuffito il muro sotto. Se per caso regga a stento.

Il seminatore per me è il simbolo fondamentale della costruzione di futuro. Piantare i semi giusti, avere la pazienza di aspettare che germoglino, accettare la possibilità di un’inclemenza del tempo, aderire ai cicli di natura. Si può fare con le parole e senza parole. Si può fare in una vasta conferenza piena di telecamere, in un concerto di piazza, in un sommesso faccia a faccia in macchina nel mezzo di una sera di nebbia. Si può fare in una rivista di carta o in un blog. Si può seminare ovunque. Si semina anche senza volerlo, in continuazione. Quindi bisogna pensare a quel che si fa. Il seme primario per me è l’attenzione: volta per volta riflettere e capire cosa succede, dare il meglio di sé, ridiscutere il noto, se è il caso ammettere umilmente l’insufficienza, ad occhi aperti. Sì, è faticoso riflettere, faticoso aspettare, faticoso ricominciare da capo. Ci si disabitua sempre più alle forme antiche. Ma nient’altro esiste nel futuro che quello che germoglia dal seme.

L’ideo(b)log nasce in questo spirito, che informa tutta la mia esistenza, per dare un compagno dialettico a lideologo.net, il mio aperiodico ormai di lungo corso. Lideologo non è un blog, è più simile a una rivista con articoli distanziati, ben meditati e scritti con attenzione alla sostanza e alla forma. Ma le cose da dire sono tante e serviva uno strumento più agile, svelto, bidirezionale, partecipativo, integrabile in social networks e con gli strumenti 2.0 che formano uno spazio attivo connesso, la cui frequenza di vibrazione cresce. Quindi d’ora in poi l’ideo(b)log e lideologo procederanno in tandem, occupandosi ciascuno di un metodo di comunicazione specifico. Buona lettura e buona discussione.