Il senso profondo della protesta scolastica

(miti d'oggi, politica)

Il più caparbio rimprovero opposto alle proteste dei ragazzi in questi giorni è stato la superficialità. Molti li hanno accusati di manifestare contro una riforma che ancora non è stata fatta. Di mescolare inavvertitamente le carte, elementari con università, ausiliari con docenti, reazionari con rivoluzionari.

Vorrei riflettere su questo per far combaciare i ritagli sparsi dei giornali. Finito il tempo in cui possiamo permettere alla nostra attenzione di concentrarsi su particolari senza aspirare al disegno.

Il futuro entra di soppiatto in noi attraverso le parole.
Quando ho sentito le parole debito e credito calare dentro alle istituzioni scolastiche, anni fa, ho capito con amarezza che era crollato in silenzio un altro baluardo del bene comune. Una volta che per legge si impone di parlare di debiti e di crediti nell’ambito sacro dell’insegnamento, la china è segnata. Dopo un periodo di addestramento di neuroni e mascelle, si stabilirà con naturalezza una nuova perniciosa abitudine: guardare anche al sapere sotto una forma economica, quantitativa e omogenea, che ha la compravendita nel sangue. Una forma che ammette il corrispettivo universale in una moneta locale al sistema educativo. E poiché tutte le monete, vere o false, sono lingue con una parola soltanto, tra loro facilmente traducibili, il passo successivo era scontato: la contabilità della conoscenza e dell’ignoranza sarebbe entrata in un più ampio circuito economico. Gli esami da fare o da recuperare si sarebbero potuti scambiare con beni di natura completamente diversa, sotto il compiaciuto sguardo bipartisan che riconosce in questi commerci il progresso della civiltà.

Sull’albero dei desideri alla stazione Termini lessi un bigliettino a Babbo Natale: «Ti prego, fammi promuovere senza debiti!»  Di lì a poco spuntò fuori che il Ministero degli Interni aveva una convenzione per laurearsi in Scienze Politiche con lo sconto. A questo punto si scorgeva il profilo caratteristico della teoria priva di remore. Perché non includere crediti accademici anche nei contratti di fornitura privata, nelle fidelity card dei supermercati, nelle tessere di partito? Nel sistema che ha concepito crediti e debiti educativi, siffatte iniziative di co-marketing sono perfettamente legittime; anzi, sono prove di efficienza ulteriore, potenziali success cases da dimostrare alle convention, da raccontare ai consumatori in spot agiografici. La conversione del valore di una prova universitaria in N crediti, cancellando le infinite altre condizioni della formazione come dialogo di arricchimento fra esseri umani, appiattisce fatalmente il significato del sapere nel catalogo delle merci – un tentativo in atto per diversi altri beni comuni essenziali come l’acqua o il genoma. Per questo si usa il modulo ottico a risposta multipla: quel dialogo si deve ridurre a ciò che può essere rapidamente computato da una macchina. Sono tutti aspetti coerenti di un impoverimento radicale della cultura. Di più: dell’esperienza di essere uomini, direbbe Campbell. La conversione dell’università in azienda fornitrice del prodotto/cultura ai clienti/studenti nasce con quelle parole e si compie definitivamente con il passaggio alle fondazioni previste dalla 133, logico punto di arrivo del processo.

Quanto sono prevedibili le spoglie vie della enfatica razionalizzazione di stampo liberista! Con le sue parole povere. Con i suoi metodi di stretta misurabilità. Con la sua imperterrita fede nella perfezione dei mercati, le sue privatizzazioni che diventano il veicolo ideale per l’interesse privato in atto pubblico. Con il suo impassibile stilizzare la vita in modellini matematici che introducono errori sconosciuti. Con la sua pretesa di governare l’universo da un joystick, trascurandone i fattori più importanti, deformandolo con sussiego attraverso politiche e tecnologie che alla sua complessità naturale sostituiscono una nostra complessità artificiale, inconsulta, astratta dalla materia, finché gli effetti collaterali non calcolati non sono più domabili. Coi debiti e i crediti educativi, l’ingresso al mondo sin da età giovanissime viene forzato nelle strettoie mentali di tale linguaggio economico, il quale diventa un filtro cognitivo sempre più vincolante e inevitabile. Non resta via di scampo al pensiero, incapace di concepire altre soluzioni. Le prossime generazioni dovrebbero essere ancora più assuefatte a pensare anche l’immateriale in termini economici. E ancora più sorelle delle macchine, metallicamente attonite davanti agli spaventosi marosi di mercati in burrasca che nessuna previsione del tempo riesce più a precorrere. L’orizzonte di anticipazione si accorcia entro le 24 ore successive: e così non si possono fare più progetti. Così il futuro di ciascuno si dissolve.

Quel dialogo complesso interno alla società perde di importanza a vantaggio di un’oligarchia che in conformità alla ratio aziendale guida lo Stato per ordini di servizio, i decreti legge, riducendo al margine la discussione parlamentare: altro parametro di efficienza, va da sé, altro success case. La mia diffidenza verso le oligarchie nasce dal fatto che la loro capacità di comprensione, per via del numero ridotto di cervelli, è estremamente limitata. E quando i suoi modelli di sviluppo sono sempre quelli di crescita e di competizione di secoli fa, l’impiantito trema. Sarà per questo che la lettura del decreto legge 137 dà una strana sensazione di rarefazione. È un documento che stupisce per la sua semplicità: in circa 4 cartelle, comanda il ritorno dei voti in decimi, della condotta, delle divise, del maestro unico, e l’orario abbreviato a 24 ore settimanali. Per chi segue attentamente l’onda dell’evoluzione della società globale sul web di ultima generazione, con le sue nuove forme di genesi partecipativa della conoscenza e i suoi inediti modelli di business, per chi sa cosa sono microcontent e crowdsourcing, per chi osserva come stanno per cambiare radicalmente le rappresentazioni del mondo attraverso gli apporti di neuroscienze e genomica, per chi vede in quanti modi muti il mondo e si rivelino gli errori del passato, è difficile considerare questa piccola lista di assiomi una riforma in alcun senso. È arduo in alcun senso interpretarla. Vedo dei frammenti; ma qual è il disegno? Prendiamo il maestro unico: sì, sarebbe bene che gli scolari apprendessero il più tardi possibile la separazione fra le discipline, derivazioni artificiali e secondarie, per rimandare il vantaggio illusorio di quella specializzazione che ormai è controproducente in un mondo iperdenso dove quasi tutti fanno un lavoro diverso da ciò per cui si sono laureati. Tuttavia il maestro unico da sé non significa nulla se non è collocato in un contesto che guarda negli occhi la complessità attuale. E la riduzione di orario? A prima vista il bambino riconquista uno spazio non istituzionalizzato, principio di libertà; ma a che gli serve se fuori dalla scuola il piccolo trova una casa vuota, la famiglia obbligata al lavoro senza tregua da un sistema che sfrutta e orienta tutti i desideri verso massima produzione e consumo? La semplicità della Gelmini è irriflessa: scomposizione dei problemi in frammenti scollegati, riapplicazione di criteri inveterati, la solita massimizzazione locale del risparmio in cui tutti i fattori – sapere, alunni, insegnanti, tempo, lavoro – sono messi in conto alla pari, come commodities.

Se la democrazia e il capitalismo sono oggi alle corde è proprio perché questo genere arcaico di semplificazione non regge più il confronto con la realtà modificata. L’Occidente ha sviluppato nei secoli una cultura di grande presunzione di conoscenza a fronte di ridicole capacità di previsione, una cultura di schizofrenie diffuse, una cultura guidata dalla catastrofe. E’ questa cultura e questi metodi che quei ragazzi che protestano in piazza avvertono ormai istintivamente come un pericolo mortale per il loro domani. Vogliono dire che hanno mangiato la foglia, che non c’è bisogno di assistere al seguito delle riforme, di aggiungere altre prove al fallimento. Dicono che ne hanno abbastanza. Dovremmo incamminarci tutti con loro e rafforzarne la voce, renderla più vasta, più profonda, più incisiva. Col duemilaotto non c’entrano il settantasette, il sessantotto, il ventinove. Non è questione di sinistra o di destra: la protesta è novella, trasversale. I motivi che in questi giorni hanno fatto sfilare studenti, precari e professori sono in fondo gli stessi che hanno fatto trionfare Obama. È la mobilitazione contro le sfide anacronistiche e la mentalità consunta di una razza politica assoggettata ai numeri e al fondotinta, tanto a corto di spunti da essere ridotta all’esazione dell’ottimismo. Una razza che non è più capace di dare casa né speranza ai suoi figli.

Per questo i ragazzi hanno ragione: altro non serve.

Pubblicato su Caffè Europa il 10/11/2008.