Staminali e concetti sostenibili

(daily life, scienza)

Il dibattito che precede e segue l´approvazione dell´impiego delle cellule staminali da parte della commissione Dulbecco (29/12/00) misura efficacemente il polso dell´interfaccia tra scienza e società, offrendo delle indicazioni generali che vale la pena commentare.

Gli esperti di orientamento cattolico facenti parte della commissione sostengono che

«l´embrione è essere umano con potenzialità di sviluppo (non un essere umano potenziale), pertanto, come ogni altro essere umano, ha diritto alla vita».

Gran belle parole.

Però una sentenza manifestamente assurda. Un sillogismo marcio alla radice. Mentre considera esseri umani dei microscopici mucchietti di cellule congelate avanzate, sembra trascurare completamente gli esseri umani veri che affollano la Terra e i vantaggi che a questi possono venire.

Esiste una opposizione razionale a questo punto di vista, che coinvolga anche emotivamente?

Primo: la definizione di <essere umano>. L´espressione appartiene a quel gruppo di parole-chiave il cui significato, si diceva in un post precedente, va rinegoziato ufficialmente, in pubblico.
Studiare la storia dell´evoluzione del concetto di <essere umano> dovrebbe portare qualche beneficio. L´idea è che mostrando la relatività del concetto nella nostra stessa cultura, ne deriva che essa è invalida come termine di riferimento ultimo e apodittico. Abbiamo necessità di riconsiderare il concetto di <essere umano> in modo che diventi un concetto sostenibile, cioè esercitante una influenza normativa in equilibrio con i vantaggi plausibili offerti da quelle pratiche scientifiche che sembrano oggi violarlo. Un concetto, qualsiasi concetto, sia pure <essere umano>, può comportare rinunce cruciali? Può avere una portata tale da impedire che la medicina possa migliorare la vita di milioni o miliardi di persone? Se lo fa, probabilmente è un concetto non sostenibile. Ce ne sono tantissimi oggi di concetti non più sostenibili, come ad esempio il divide et impera, o l’economia della crescita perpetua. Concetti d’abitudine che passano inosservati mentre mettono radici e le loro conseguenze si moltiplicano come virus letali.

Questo ci porta al secondo passo, la questione essenziale: il dolore e la sofferenza.
Tutto, assolutamente tutto ciò che ho visto nella vita mi dice che se c´è un principio di riferimento superiore, un termine ultimo di concretezza per le scelte personali quanto per quelle pubbliche, non può essere che l´attenuazione o la soluzione della sofferenza. Il resto è solo fiato, fiatone a forza di girarci intorno. La sofferenza è la pietra di raffronto più che vera. Persino più della morte, che non va oltre il concetto, perché come dato è ormai fuori dal dominio dei viventi. La sofferenza è la pietra di paragone universale. Miracolosamente, si può prescindere dal fatto che la sofferenza sia sempre soggettiva nella qualità: la persona che soffre si riconosce al volo. Abbiamo un corpo molto simile, e le espressioni elementari sono le stesse per tutti gli uomini.

Per valutare le questioni sollevate dai progressi della scienza medica, cos’altro se non l´attenuazione della sofferenza può far scegliere tra soluzioni eticamente contrastanti? Non saprei proprio. Qualsiasi altra soluzione mi appare irreale, insopportabilmente astratta.

Proviamo ad applicare al caso delle staminali. Le seguenti due circostanze mi sembrano decisive:
a) Un embrione non può provare sofferenza, non possedendo un sistema nervoso;
b) Un embrione può generare sofferenza in altri, e ciò per la ovvia ragione che esso non è ancora un agente sociale, non ha dei caratteri visibili che interagiscano con altre personalità, non occupa luoghi affettivi nella psicologia di persone reali intorno, non condivide memoria collettiva con alcuno (parlo di embrioni congelati o costruiti appositamente per generare cellule staminali, non di quelli biologici). L’unica sofferenza che può generare un embrione, diciamo la verità, è quella dei bioetici suddetti che potrebbero patire nel vedere la propria teoria sugli embrioni scavalcata, e loro stessi privati di autorità.

Fra la soppressione di uno di questi embrioni che non soffrono e non causano sofferenza, e la liberazione di un essere vivente dalla sua sofferenza reale e tangibile, la scelta per la seconda ipotesi diminuisce il bilancio della sofferenza totale netta del mondo, ed è quindi senza alcun dubbio la soluzione che ci piace di più. Sembra semplice, ma in realtà non lo è perché la competizione fra le diverse sofferenze soggettive per assicurarsi una cura non è un problema da poco, e in più la cura stessa può essere oscura. Resta però il principio e la sua utilità per l’orientamento.

Proseguendo sul raggio di quest’ottica pragmatica della sofferenza, mi rendo conto che perde di importanza discutere su cosa possa essere definito un essere umano e cosa no. L’inchiesta si spegne. Quello che ci preme è la sofferenza. Di fronte ad essa, l´appello a insolubili definizioni astratte, opinabili all´infinito, è un inutile impaccio, se non un lusso egocentrico con cui alcuni fra i sani tentano di conservare il proprio potere.