Stati di calamità artificiale

(conoscenza, economia)

Donde provenga, poi, la crisi che hanno pur oggi i mortali,
che fa crollare banche e imprese per tutto l’orbe
del mondo, e spinge a disertare in massa mercati e borse,
non è così difficile darne ragione con le parole.

Questa mia cover di Lucrezio è sorella dell’ironico cinismo zen con cui la parodia d’Economist qui accanto riassume la situazione dell’economia globale: un amen all’americana. E’ lo stupendo sberleffo con cui è uscita qualche giorno fa l’ultima newsletter di Adbusters, la rivista radicale di attivisti anti-pubblicità che mettono la creatività dei pubblicitari al servizio della causa opposta, promuovere una prassi di igiene del pensiero e degli spazi pubblici inviolabili che mi è sempre sembrata l’essenziale punto di partenza per un cambio di direzione e il necessario accesso politico a un umanesimo odierno.

Che sta succedendo? Per tanti anni mi sono intestardito a cercare di distinguere l’economia dalla finanza senza leggerlo sui libri. Volevo dedurlo dagli eventi, dalle cronache, riconoscerlo nella realtà dei fatti. Non ci sono mai riuscito fino in fondo; e siccome qui la realtà è unica e indivisa, checché le teorie si ostinino a sceverare, la cosa non stupisce, esattamente come non stupiscono i guai di questi mesi dove la separazione artificiale tra economia e finanza crolla insieme al resto. Sembra proprio la famosa legge universale per cui senza dolore non si capisce. Eppure, come avrebbe detto Lucrezio, con un po’ di distacco dalle teorie accademiche inveterate non era difficile capire cosa va succedendo da tempo. Cerco qui di sintetizzare la tesi principale del mio nuovo saggio ancora in attesa di pubblicazione, Vicolo cieco, cosa che ho fatto in altra veste in questa presentazione (in Inglese).

Il primo passo è capire cosa sia la conoscenza, in Occidente: come nasca, come sia costruita e amministrata, come divenga norma e istituzione. Questo perché la conoscenza canonica, indipendentemente dalla sua ragionevolezza o aderenza alla realtà, orienta le azioni su larghissima scala delle genti: ne fissa obiettivi, mezzi, criteri, ne addomestica le menti e ne riduce i corpi in schiavitù. Se la conoscenza di partenza è insufficiente o sbagliata, con i poderosi mezzi che abbiamo a disposizione è facile combinare un macello. Mandate un bimbo con un mitra carico in un centro commerciale affollato e capirete esattamente cosa voglio dire. Lo status dell’uomo occidentale è quasi alla lettera quella del moccioso armato: il suo mitra è la potentissima tecnologia avanzata, la sua ignoranza sulle conseguenze potenziali dell’applicazione di quella tecnologia è analoga al distacco infantile dalla fatale pressione del grilletto. La differenza – aggravante – è la presunzione di conoscenza e di progresso che ha il decisore adulto.

Dov’è il trucco? Com’è che gli occidentali credono di saperla così lunga e in realtà sanno poco o niente al punto che un bel giorno scoprono di stare in un mare di guai?

La chiave è l’astrazione. La storia della conoscenza occidentale è una sequenza di astrazioni progressive. Avviene un salto di astrazione, e un “progresso” nella conoscenza, ogni volta che qualcuno inventa una rappresentazione più maneggevole e generale di una precedente. Una idea che caccia un po’ d’ordine fuori dal caos e si diffonde. Diventa oggetto, usato da tutti come se fosse la realtà. Usato al suo posto. Uno dei primi salti del genere fu l’idea di rappresentare le pecore con sassolini che potevano stare in una mano. Siamo all’origine del calcolo, alle sorgenti della matematica. E proprio la matematica è stato lo strumento più versatile e potente dell’astrazione. Ma anche la separazione dell’intelletto/anima dal corpo è stato un salto di astrazione pieno di gravi conseguenze attualissime, come l’allontanamento dell’uomo dalla natura e appunto la misera ideologia che il pensiero umano coincida con la logica.

Il salto capitale di astrazione è avvenuto nell’epoca moderna con la matematizzazione della fisica. Qui c’è stato il passaggio dal mondo ingenuo delle osservazioni empiriche a quello delle formule e degli esperimenti protocollari tipici della fisica moderna. Con Bacone è diventata concetto; con Galilei metodo; con Newton moda travolgente. Il fascino dell’apparente esattezza e universalità delle formule newtoniane ha dato nuovo alimento e speranze all’utopia della conoscenza perfetta. Da lì, la matematica ha invaso tutto il sapere. Ogni studioso pensava: ci sarà anche nel mio campo qualche formula nascosta che spiega tutto come quella di sir Isaac, perché non dovrei scoprirla io? Così gli ultimi quattro secoli hanno visto una crescita vertiginosa dell’applicazione della matematica al sapere. Dalla sociologia alla storia dell’arte, dall’antropologia alla teoria del romanzo, sono spuntate formule matematiche dappertutto e l’astrazione non ha avuto alcun freno. Tuttavia il sapere resta una collezione di immagini e metafore intrecciate, tranne quella minima area della fisica dove si fanno previsioni attendibili. Il segreto di tutte le nostre crisi non è altro che questo meccanismo semplice, universale, moltiplicato all’infinito senza controllo. Due esempi pertinenti alla crisi odierna. 1) I derivati di credito al centro della crisi sono astrazioni del rischio di assicurazione dei mutui, venduti come titoli di valore reale. 2) I rating che dànno le stime di riferimento per la affidabilità delle imprese sono assegnati da agenzie specializzate e in base ad algoritmi: astrazioni della fiducia faccia a faccia che i banchieri d’affari come JP Morgan usavano un tempo per prestare soldi. Le differenze tra astrazione e realtà qui sono evidenti. Sono passati millenni dai calculi: il meccanismo è lo stesso, ma le implicazioni sono ora molto più vaste e profonde.

Qual è il primo problema del metodo di astrazione? Il problema è l’oblio degli errori. E’ questo che ne fa un vero generatore di errori e disastri. Ecco il percorso. Si parte da associazioni mentali determinate da motivi soggettivi di vario genere. A uno studioso viene in mente una immagine, una tesi, un movente. Su questo preconcetto si selezionano, nella infinita complessità del reale, dei dati di interesse. Da qui si fa una teoria che è un modellino formale, logico. Più ha l’aspetto matematico, meglio è: la matematica fa sembrare tutto serio, scientifico, indubitabile, quindi si vende facile. Dai teorifici istituzionali la teoria entra in circolo. Il suo successo nella nostra cultura non è legato alla sua plausibilità, come il successo di una canzone non è proporzionale allo spessore artistico. Se ha successo la teoria viene applicata alla realtà su larga scala e ci modella la vita. Ma tra la realtà di partenza a quella di arrivo c’è un abisso di ignoranza. A ogni passo del metodo si introducono sviste e illusioni. Si cassano particolari che non tornano (Galileo diceva «difalcare gl’impedimenti»), si gettano via dati ritenuti inutili, si prende solo quello che serve. Questo è il prezzo di un modello matematico, che è comicamente ingenuo rispetto a un mondo dove non c’è niente di lineare, dove tutto è sfumato e vivente, dove tutto è reti di fenomeni complessi in cui basta che cambi una inezia perché sia tutta un’altra storia. Si capisce perché Russell, che qualcosa ne capiva, disse che «il mondo ci appare matematico perché ne sappiamo così poco».

Il fatto grave è che non si sa che cosa si è nascosto e dimenticato. Nessuno lo sa, finché tutti quegli errori rimasti lì e accumulati arrivano inevitabilmente a un punto di rottura e scatenano effetti a catena con violenza imprevedibile, non calcolabile. Per questo la nostra è una cultura guidata dalla catastrofe. Si passa dalla naturale complessità iniziale a una complessità artificiale, indotta dall’azione miope dell’uomo sulla natura e sulla società. E le cose, invece di migliorare, si complicano maledettamente. Ad esempio a questo punto nessuno sa calcolare quanto è l’indebitamento reale complessivo dopo la moltiplicazione senza freni di titoli spazzatura. Nessuno sa che effetto hanno le sostanze sospette che ingeriamo e respiriamo mescolandosi nel nostro corpo. E così via. Più si usano esclusivamente modelli matematici per gestire la realtà, peggio andrà. Il loro fallimento nelle scienze sociali ed ambientali è cronaca di tutti i giorni. Non parliamo poi del software, che è matematica agente: siccome il software va ad incorporarsi ovunque – sistemi di controllo e sorveglianza, di relazione, di previsioni di ogni genere – oggi siamo nel pieno rischio di un totale abbandono alla semplificazione devastante.

Ahimé la lucida osservazione di Russell è ancora poco popolare. I più la pensano come Galileo quattro secoli fa: che l’universo sia un libro scritto in linguaggio matematico. È solo insicurezza, ormai, visto che è stato dimostrato dalla stessa matematica, dalla fisica, e ora anche dalle neuroscienze, che ci sono cose che mai potremo sapere, che la nostra conoscenza è limitata e condizionata dalla natura dei nostri corpi, che non esiste quell’“oggettività” su cui si fondava l’orgoglio del sapere occidentale e la sua pretesa d’assoluto in terra. Quando Brunetta a Porta a porta dice con sussiego che «tutto è misurabile» e intende risolvere tutti i problemi piazzando tornelli contatori a ogni portone, è un galileiano fuori tempo che ci consegna allegramente alla disfatta dell’ignoranza. Berlusconi e Veltroni e tutti gli altri che in coro ancora gridano alle piazze che il problema del mondo è la crescita del PIL, sono una minaccia mortale per il nostro futuro. È una minaccia tutta la politica che si aggrappa con disperazione ai modellini numerici e pensa di poter governare la complessità di questo mondo attraverso criteri puramente quantitativi di stampo economicista. Eppure l’economia capitalista ha dimostrato largamente la sua insufficienza, il suo danno, la sua capacità di distruggere il senso, l’umanità, il sacro, vendendosi tutto, pure l’anima. Guardare negli occhi la complessità è quello che un tempo si poteva dire avere timor di Dio: l’economia non ne ha. Ma è un’economia falsa che continua a scaricare i costi reali sulla società, come in queste nazionalizzazioni e sovvenzioni d’emergenza; e che ha sopravvalutato i suoi benefici non scontandoli degli effetti negativi che non sa calcolare. Difatti il PIL che adopera è una misura delirante che include malattie e disastri nella valutazione del benessere. Difatti tutte le economie che hanno dominato finora non hanno mai incluso nei loro modellini la finitezza della risorse naturali e la gestione dei rifiuti come parte dei processi produttivi, cioè termodinamica di base: un po’ come voler costruire un aereo senza considerare la forza di gravità. Insistere su questa strada è davvero stolto. Anzi, a questo punto è criminale.

Ma c’è un secondo pericolo nell’astrazione, che rinforza il primo. Come per magia, l’astrazione fa sparire le responsabilità degli uomini in carne ed ossa. La gente dice: è colpa delle banche, dei mercati, dei cicli di Kondratieff, della globalizzazione, della tecnologia, eccetera. E non si rende conto di parlare solo di concetti astratti. Il linguaggio è un mirabile e subdolo arnese di menzogna con cui si può accreditare qualsiasi cosa; più astrazione vuol dire per forza più bugie e più inganni in circolazione. Coi concetti si sposta l’attenzione lontano dagli uomini che sono responsabili per questo stato dei fatti. Quelli che hanno fatto le scelte sbagliate, quelli che non hanno fatto le leggi giuste o non le hanno fatte rispettare, i conniventi di ogni ordine e grado con la loro stupidità, arroganza, ingordigia. Quelli che devono pagare. L’esempio e modello qui è la società a responsabilità limitata, colonna portante dell’economia nostrana. Queste persone giuridiche sono astrazioni delle persone, ma a differenza di queste non hanno un corpo che possa patire sentimenti come vergogna e sofferenza, sostituiti con logotipi e messaggi registrati.

Siamo gestiti da troppe teorie e pratiche fatte per un mondo ideale, fatte per il mondo astratto descrivibile con la matematica. Quello non è il nostro mondo. Quelli non siamo noi. Ora forse qualcuno in più se ne accorgerà e si ribellerà: ecco la straordinaria opportunità di correzione che offre questo passaggio epocale.