Sting by Disney

(daily life, miti d'oggi)

Finalmente, anche Sting c’è riuscito: ha composto il pezzo forte di un filmone Disney (Le follie dell’imperatore).

Questa nobile missione è la più alta onorificenza che il mondo del megashow possa tributare a un suo rappresentante. E’ una doverosa forma di riconoscimento per la riuscita assunzione fra i suoi ranghi di chi un tempo ne era fuori e si sforzava, come si conviene al vero artista, di salvare il progresso dalla mediocrità.

Risultato? Il classico: una cosa superbamente melensa.

Elton John, Phil Collins e Sting che fanno le canzoni per il film di Walt Disney. Quando la carriera sta per finire, un modo per risolverla è farla cascare nel pentolone straborghese Disney. Un po’ come ritrovarsi a cantare al Sistina: vuol dire che sei fatto.

Non voglio dire che ci sia solo il risucchio Disney-artista, causalmente sottrattivo. Magari non è scontato a priori, ci potrebbe essere anche il verso contrario in cui l’artista aggiunge qualcosa a Disney invece di diventare lui un personaggio Disney. Al momento però non me ne viene in mente un esempio. Sarà che è troppo facile diventare un personaggio Disney quando si ha una vita faticosa alle spalle e si è stati uomini molto a lungo. In più, ti pagano un sacco di soldi. Così gli storici teatri e la Disney funzionano da custodi dei nomi, dell’assenza, di ciò che fu e è scritto. Come le chiese sono custodi delle vite dei santi che non ci sono più.