Toby e l’amore disperso delle genti

(racconti)

Toby mi guarda sdraiato e sonnacchioso, il muso schiacciato a terra, mentre sonnacchioso anch’io faccio colazione con la tazza tiepida in mano, passeggiando sul terrazzo nella luce sparsa di un mattino velato. Dopo poco, spinto da una forte tentazione, si rizza si stiracchia si avvia verso di me senza fretta scodinzolando.

Eccolo qui davanti: mi guarda e socchiude gli occhi come se stesse facendo un grosso sforzo per capirmi. Inclina la testa in maniera che a me sembra chiaramente interrogativa ma forse non vuol dire niente. Mi dà un paio di lappate pigre alla mano. Strofina il nasone umido contro la mia gamba. Insomma, fa il possibile per instaurare un dialogo che per forza di cose dovrà essere fatto di sensi – tatto, vista, udito – e di nessuna parola.

A me sta bene. Conosco quel linguaggio. L’ho usato anch’io tante volte. O magari non così tante: abbastanza. Ma no, la verità è che ci ho provato di rado. Paura di essere guardato come un pazzo, di essere respinto. Quante di quelle volte, nauseato da tante parole inutili, ho sognato di potermi accucciare a dare musate, a strofinare annusare e leccare. Proprio così. Bravo Toby. Ma le persone sono chiuse, rigide, abbottonate da capo a piedi. Lo so perché sono ingessato io stesso più di loro, e vedo loro rispecchiarsi amaramente in me. Per questo il contatto dev’essere il più breve possibile. Tutto il nostro amore canino, così infinitamente semplice, elementare, bello, rinchiuso nella prigione delle fantasie. Sotto chiave, ben guardato. Solo a notte fonda il secondino si assenta. Se no tocca stordirlo con qualche veleno.

Perciò credo di conoscere bene non solo il linguaggio ma anche la frustrazione di Toby. Accrocco d’ossa anche tu. Con questa lingua rosa che srotoli smisurata agli sbadigli, col taglio ancora fresco di spina su una zampa che ogni tanto con quella ti adagi a impomatare. E la tua anonima volontà che ti porta di qua e di là. Può darsi che la coscienza di Toby stia alla nostra come le vignette coi puntini da collegare stanno a un Caravaggio; comunque la volontà c’è, nessun dubbio. Più che sufficiente a farmi immaginare sue possibili condotte alternative. Invece di tastarmi delicatamente col tartufo, Toby potrebbe ignorarmi, guardando con ostinazione da un’altra parte. La natura qui intorno è piena di distrazioni perfette: raggi di colore, refoli di aroma, insetti saettanti. Potrebbe sgranchirsi le zampe correndo dietro a una lucertola e fregarsene di quest’uomo seduto. Potrebbe prendersela a male per qualche sua oscura ragione, ringhiarmi contro. Potrebbe perfino azzannarmi, e sconciare come uno strofinaccio il polpaccio sorpreso. Resterebbe un affare tra me e lui, come se non esistesse altro, né manuali, né effemeridi. Invece se ne sta qui a tentare una conversazione con me. Come non ricambiarlo? Vorrei dargli più considerazione. Voglio fare qualcosa per te, Toby. Che posso fare, accidenti? Devo finire colazione, poi ho un sacco di cose da sbrigare, e poi ho il solito tarlo che rode sempre: scrivere, ora che ho un minimo di quella indispensabile e rara spezia a disposizione, la solitudine. Però, accidenti. Mi dispiace. Vorrei approfittare a fondo di questa dolcezza, di questa passioncella che Toby mi dedica: in fondo, devo riconoscerlo, fra tutte le cose possibili è un gran bel regalo. Vorrei godermela appieno, assaporarla, assorbirla attraverso la pelle fino nei miei organi interni, e qui convertirla in energia che mi aiuti ad affrontare il resto più crudo, domani. Devi andare, hai da fare, mi dicono i piedi. Ma ho la sgradevole sensazione che qualcosa di importante si stia perdendo nel vento. Vento che batte invano su girandole arruginite. Latte versato. Farmaco in discarica. Cena preparata con cura e dimenticata sul tavolo, poi freddata e finita nella pattumiera.

Sottili fili d’amore. Sono questi fili legati l’uno all’altro a fare perle delle cose e a tenere insieme il verso prezioso del tempo. Loro fanno della vita qualcosa di incomparabilmente migliore di un ameno o volgare trastullo. Anche se ciascun filo è breve, esiguo. Anche se le sue piccole faville da sole non riescono ad accendere il grande fuoco che attendi. Anche se no, non assomiglia affatto a quel famoso immenso sogno romantico che coltivi immutabile da quando avevi quindici anni. Anche se viene da un animale e non da una persona. Anche se – ora lo dico – anche se non viene da quella persona, la persona di cui sei inutilmente innamorato. Ecco fatto, l’ho detto, e ci siamo liberati di questo peso. E invece neanche li vediamo quei fili, quei barlumi d’amore, sono troppo in basso per i nostri occhi fissi al cielo in preghiera. Ci passano sotto il naso e bye bye, ce li perdiamo. Amore bruciato lontano. Amore sprecato. Quanto amore sprecato. Dolce calore impastato da mani tremanti che non scalderà nessuno. Mi fa pensare allo zucchero di troppo nella bustina al bar, gettato via con la carta: zucchero che non addolcirà mai più niente, zucchero di cui nessuna papilla mai si gioverà. Lo spettacolo quotidiano mi tormenta.

Il mondo è pieno d’amore negli interstizi dei tempi stretti e del gran daffare. Stando su quest’isola con Toby, mi appare madornale che con tutto il bisogno d’amore che grida in tutti noi ci si permetta il lusso di restare indifferente a tanto pullulare. Sarà che il grido è troppo forte per ascoltare i sussurri, fatto sta che intanto questo amore si sciupa e si dirada, si raffredda, finché è degradato, spento, non più convertibile in passione e in speranza. Proprio come il calore liberato dall’attrito degli ingranaggi, che dissipa energia prodotta a caro prezzo. Anche l’amore ha il suo effetto joule: ebbene, quale industria è interessata a escogitare tecniche per contenerne la dispersione? Mi chiedo come sia possibile raccoglierlo, accumularlo, riutilizzarlo, trasformarlo in cose tangibili e durevoli. Schegge di legno e segatura vengono rimpastate e diventano tavole di compensato, ripiani solidi su cui posare libri e tovaglie e mangiare insieme attorno una zuppa calda nelle sere d’inverno. Dai fumi di scarico si condensa qualche goccia di carburante che raccolta torna da capo a sbattere i cilindri. La plastica delle bottiglie e delle taniche sporche, la latta delle scatolette unte, il vetro infranto, tutto questo si ricicla. E il nostro amore marginale? C’è un modo per trasformare la fuggevole tenerezza di Toby, che presto svanirà in mezzo all’aria d’estate, nell’impronta indelebile di una gioia, nel principio movente un congegno che moltiplicando le ruote porti a voler dare amore a propria volta, con la grandiosità di cui si è capaci? Potessero farlo almeno un po’ queste mie parole, un aquilone di carta lanciato verso anime future, avrebbero la loro piena giustificazione.

L’interrogativo corre verso l’orizzonte invisibile, vibrante dei vapori marini. Il latte nella tazza ormai è finito e Toby fa una di quelle cose incredibili che fanno i cani: mi porge in tralice la zampa, fissandomi negli occhi. Vorrei tenergliela stretta, quella mano preistorica, parlandogli in confidenza: sai Toby, ti capisco, non sai quanto. Ti voglio tanto bene. Vorrei fare qualcosa cosa per te. Vorrei proporti per il Nobel dei cani buoni. Vorrei vivere con te in una grande fattoria piena di altri cani buoni come te. E scusami se non ho altro da darti che un mucchietto di stupide parole. Mi consola che per tua fortuna campi d’altro. Come dici? È mezzogiorno? Uh, quant’è tardi! Di corsa, devo scappare. Mi è rimasto solo il tempo per due carezze. Ecco qua, una e due. Toby le apprezza, vedo. Lui sa godersi ogni momento. Mica è scemo. Io invece dovrò accettare quest’altro piccolo dolore.

Rientro in casa, sciacquo tazza piatto e cucchiaio con una goccia di detersivo, li poso ad asciugare sulla rastrelliera di legno. Le sorti dell’amore sperperato mi spingono a spiare Toby un attimo ancora: indugia per qualche secondo verso la portafinestra in cui sono sparito, poi fa un sospirone e torna ad accucciarsi sul terriccio polveroso. Di lì a secondi dorme di nuovo. Per me è ora di vestirsi e andare.

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