Un bene comune vale l’altro

(daily life, politica, pubblicità)

Tornando ogni anno al mare dove sono nato e cresciuto, quello del Circeo, ho seguito passo passo la sua triste trasformazione.

Ho visto tutta la zona, un tempo solitaria e silenziosa di cicale, popolarsi di villette prefabbricati roulotte che hanno saturato di gente ogni metro quadro. Ho visto la spiaggia con la duna di macchia e le poche famiglie di allora, coi loro radi parasole variegati sulla sabbia chiara, venire invasa di schiere affollate di sdraio e ombrelloni in pendant, un falso ordine cinto di piazzali recinzioni stabilimenti bar animatori e fanfare arrembanti. Ho visto i vasti terreni allora sconfinati dove scorrazzavamo allegramente con le bici da cross e i rovi dove ci appostavamo spianarsi e rinserrarsi dentro orrende palizzate, uno dopo l’altro. Ho visto il fiume, il nostro bel fiumicello, perdere la sua verginità, i suoi pesci saltatori, le sponde erbose coi pioppi e i canneti ronzanti d’estate, ad esclusivo beneficio dei diportisti a motore e funzione di una sequenza d’imbarcaderi organizzati con parcheggi e aiuole e pontili e casotti di poveri immigrati guardiani, a destra e a manca. Il traffico totale nei weekend, su strade e sull’acqua, è cresciuto follemente; durante la settimana invece in quella mezza urbe casuale regna come un calmo assedio, sporco e soffocato.

Quante volte ho pensato alla abbagliante bellezza di quei luoghi quando ero piccolissimo, e ho sognato lo splendore di prima ancora, quando ci misero piede i miei genitori per la prima volta, nel 1965. Beati loro, che paradiso doveva essere! E quanti paradisi del genere dovevano trovarsi in giro, a un tiro di schioppo, nell’epoca dei poveri ma belli. Bastava uscire un momento da Roma, e trovavi l’incanto. Non erano posti da ricchi: era un mondo intero da ricchi, d’un’altra ricchezza più autentica: erano sempre dietro l’angolo una meravigliosa natura e una pace che ora quasi ovunque non esiste più.

Dove tocca arrivare oggi per trovare un posto nelle condizioni in cui era questo quaranta anni fa? E anche se lo trovi, potrai mai trovarci una casetta in mezzo a un prato, sulla riva di un fiume, accanto al mare? E anche se fosse, potrai mai avere i soldi che servono con uno stipendio da dipendente pubblico come erano i miei all’epoca? E fosse pure concessa questa fantasia assurda, potresti mai trovare il tempo per arrivarci e farne tesoro? Quel mondo è andato. È perso per sempre. Da anni ho la sensazione di essere arrivato sulla terra troppo tardi, quando tutto quello che conta è stato già depredato e contaminato.

Mi tornava in mente tutto ciò pensando al lavoro del pubblicitario. Al pari dell’acqua, del verde e dell’aria, anche nel campo della cultura, della cognizione sociale, dei beni comuni simbolici, dove il creativo pesca le sue metafore per comunicare e persuadere, oggi sembra tutto colonizzato, tutto mangiato e stradigerito. Non c’è più un posto libero, come sulle coste intorno a Roma. I pubblicitari devono scarpinare in capo al mondo per trovare qualcosa di interessante, e così i loro prodotti diventano sempre più artificiosi e decadenti, fatti quasi solo di effetti senza contenuto.

Ma è colpa loro, e della politica ignara, se tutti i grandi e piccoli simboli sono stati usati e abusati fino alla consunzione, e sanno ormai di vuoto. Persino quelli che dovevano edfarestare liberi e puri per la nostra salute mentale e sociale. Un esempio tra peggiori nostrani è quello di Forza Italia: usare questo slogan popolare come nome del partito di un imprenditore è stato esattamente equivalente a requisire un parco pubblico per annetterlo a una villa privata. Ma il mio preferito è il famoso Gandhi di Telecom Italia e di Macintosh. Ora vedo che Gandhi è andato in malora proprio come il mio fiume: ne resta solo un’immagine manipolata, adatta a un certo target, e niente più.