Un sondaggio vi seppellirà

(miti d'oggi, politica, pseudoscienza)

Il piccante scontro sui sondaggi tra Berlusconi e Pagnoncelli a Ballarò è una di quelle faccende che rilette ed estruse dalla bidimensionalità della cronaca rivelano i peggiori punti deboli dell’intero nostro mondo.

Cosa è successo? Sappiamo che il presidente del Consiglio si è scomodato a un live telefonico in trasmissione solo per dire che si stavano spacciando falsità, che i dati sulla sua popolarità forniti dalla IPSOS di Pagnoncelli erano «fasulli», che quelli veri erano quelli di Euromedia che aveva lui in mano. Sappiamo anche che Euromedia Research è della Ghial Media, che la Ghial Media è di Alessandra Ghisleri ex allieva del Luigi Crespi che ha inventato il contratto con gli Italiani e ci ha scritto pure un libro, la quale ha rimpiazzato il maestro al servizio di Mediaset. Ma non è questo il dramma, queste sono debolezze note e molto comuni, se non altro sotto gli occhi di tutti,  pubblicamente criticabili e criticate. Alla lunga possono anche stancare e infastidire il popolo, se non qualche magistrato. Come la scortesia del presidente, che tutto sommato è la classica protervia da capitano d’industria che non può stare in cima a uno Stato, altra circostanza stranota.

La cosa più pericolosa è quella meno visibile. E qui la cosa meno visibile è la funzione basilare che hanno assunto i sondaggi al centro della vita post-democratica improntata in tutto e per tutto al marketing di prodotto.

Un ruolo di nuovo fondamento per i valori da tutti accreditato, fully bipartisan, per non dire universale. A Ballarò si litiga sui numeri, ma nessuno contesta la presenza di quei numeri, nessuno mette in discussione la pratica della statistica né si fa domande sul suo senso, e tutto quel tempo e quell’attenzione lì spesi sull’argomento ne sono i migliori testimoni. Altrimenti non si consulterebbero regolarmente i Pagnoncelli e i Mannheimer, versione pseudo-scientifica degli oracoli e degli aruspici di una volta, con le stessa capacità di pronostico. Eppure è proprio l’insostenibile leggerezza del sondaggio che va in scena a Ballarò, la sua insensatezza: due parti in litigio, ognuna “professionalmente” convinta dei propri dati “scientifici” e assai suscettibile sulla loro serietà, come in una commedia di Molière rendono perfettamente risibile l’argomento del contendere.

Che questa sconclusionata post-democrazia sia fondata sui sondaggi non è cosa da prendere alla leggera. E’ un grave problema pieno di conseguenze oscure che si proiettano molto in là nel futuro. In generale si tratta del tentativo di governare la complessità crescente del sistema socio-economico attraverso le redini sottilissime dell’uso sempre più presente della statistica. La statistica è comoda perché rappresenta una complicatissima massa di individui con pochi semplici indicatori. Purtroppo non solo il generico non dice niente sui singoli, ma è pluriprovato che quasi nessuno capisce davvero le statistiche. E questo è un bel guaio. E’ altresì provato che gli stessi studiosi prendono fischi per fiaschi, che applicano male i teoremi, che gli errori di interpretazione in buona o mala fede sono la regola. Ma allora, se le statistiche sono tanto fallaci e pilotabili, e se la nostra vita è regolamentata in base alle statistiche, che fine faremo? E’ bene chiederselo. Io direi che gli esiti sono del tutto imprevedibili, e le svariate difficoltà dei nostri giorni ce lo dicono chiaro e tondo. Nonostante ciò, tanto per capire chi sono gli statistici di professione, la IPSOS continua a sfoggiare un delizioso slogan che è tutto un programma: Nobody’s unpredictable. Beati voi onniscienti.

Comunque l’abuso delle statistiche è tema troppo importante per mollarlo qui. Per cui dedicheremo diverse prossime puntate a smascherare i trucchi con cui alle percentuali si può far dire qualsiasi cosa. Vai a La magia delle statistiche.