Viola senza nome

(comunicazione, politica)

Ieri sera ho visto qui a Roma l’anteprima di Bandiera viola, il nuovo documentario di Claudio Lazzaro sul No Berlusconi Day del 5 dicembre 2009.

Il film sarà proiettato da stasera e per i prossimi giorni in varie città italiane, in preparazione del secondo NoBDay di sabato 2; poi sarà scaricabile a offerta libera dal sito bandieraviola.net. Denso e compatto il flusso sensoriale del racconto e delle testimonianze con il serrato montaggio di Roberto Missiroli e il soundtrack post-piovano di Antonio Iasevoli, integrato dai live di quella giornata.

Dell’evento che fu parlai qui in Nobel senza volto (per inciso, quel tremendo progetto del Nobel a Internet va avanti indisturbato). Ora non vorrei dire niente di più del film: va visto semplicemente perché è la cronaca ben fatta di un momento storico, giudicato «irripetibile» dagli stessi organizzatori, che ha piantato un seme di speranza autentica alternativa a un’inverosimile redenzione della politica standard. Ma la visione mi ha lasciato un cruciale desiderio irrisolto, e forse questa mancanza può dire qualcosa sulle lacune della scuola preziosa che quel momento ha saputo creare.

La filosofia dei viola è la gerarchia piatta e il rifiuto assoluto del personalismo. Nel rispetto di questa filosofia, nel film non c’è nemmeno una didascalia che dica chi sta parlando, chi sta suonando. Ecco un errore di comunicazione che applicato  sistematicamente è sufficiente a portare il movimento allo sbando.

L’Italia non ha una tradizione etica come quella nordeuropea, capace di identificarsi in soggetti astratti come lo Stato, trovando in essi i moventi per sforzarsi, agire, rinunciare al tornaconto privato. In Italia c’è bisogno di incontrare persone, di toccarle, conoscerle, innamorarsene, giocarci a scopetta. Io sono italiano e anche per me è così. Per me era importante sapere chi ha detto le cose che mi sono piaciute in quel film. Volevo il nome e cognome di quel ragazzo che riesaminando quattro mesi dopo gli esiti dell’avventura insieme agli altri organizzatori, ha detto con una sincerità commovente: «noi siamo persone molto comuni». Non è un dettaglio da poco sapere chi ringraziare, ammirare, imitare. Forse avrei voluto scrivergli un’email per dirgli che sono dalla sua parte, oppure cercarlo nei prossimi passi del movimento (o anche solo sulla Terra) come interlocutore certamente affidabile. Questa possibilità viene tolta a me e a tutti, e proprio nel momento topico in cui un documentario si impegna a diffondere le virtù essenziali del gruppo: nell’istante della stretta di mano si rinuncia a un gancio emotivo da cui è impossibile prescindere per coinvolgere gli altri.

E non è tutto. Così si è creata una discriminazione, seppure involontaria, tra le voci dei famosi e quelle degli sconosciuti. Abbiamo ascoltato Moni Ovadia, Dario Fo e Franca Rame, Salvatore Borsellino, Fiorella Mannoia, Pancho Pardi: costoro avranno sempre una prossima occasione per farsi ascoltare, i ragazzi senza nome probabilmente no. E non ne vedo buone ragioni. La disparità parte dallo stesso principale animatore del movimento, il noto Gianfranco Mascia che è anche consulente dell’IDV per la comunicazione. La sorpresa è che si fa per lui l’unica deroga all’egualitarismo ammessa nel film: una breve intervista sulla sua personalissima esperienza di vittima di violenza, che non a caso si distingue come l’unico brano del film davvero fuori luogo e un po’ infelice anche sotto il profilo tecnico (solo qui si sente la voce FC dell’intervistatore, e si sente male).

La pretesa intercambiabilità delle persone è un’ideologia che già ha mostrato la corda in altri esperimenti della storia. Un freno al protagonismo, nella videocrazia, è necessario; è sacrosanta la battaglia di Grillo per la stretta limitazione dei mandati in politica, che per la natura umana rischia sempre di scivolare alla lunga in un gioco di potere autoreferenziale. Ma da qui agli uomini senza nome ce ne corre. E i ragazzi viola che ho ascoltato nel film senza dubbio sono portatori di un nome onorabile, di una intelligenza e di una pulizia che di per sé sono garanzie molto più efficaci di qualsiasi regola monastica.

Staremo a vedere cosa succederà al prossimo imminente appuntamento col popolo.