Zap Crabe e il movimento antiplay

(lideologo, miti d'oggi)

Dal muro viene un chiasso di fondo abbastanza ordinato, un brusio: un congresso o qualcosa del genere. In primo piano si fa strada una voce petulante.

«Insomma, voi portate avanti questo rifiuto della tecnologia…»

Zap Crabe, the Great Advocate (più o meno “il Grande Difensore”) come è stato ribattezzato dalla stampa nazionale, rabbrividisce appena e si arresta con sguardo tagliente. Concede un breve silenzio per prendere fiato, sfilando gli occhiali e osservandone per un attimo la trasparenza delle lenti convesse: è la mossa sicura di sfida, famigerata, stracitata, che annuncia l’attacco.

«Ancora rifiuto? Gesù Cristo. Ma quale rifiuto. Non c’è nessun rifiuto. Rifiuto è quello di un bimbo che non vuole la pappa. Vi volete svegliare? Continuate a mettere le cose su un piano banale, sempre da quattro soldi. Cos’è, non ci arrivate o lo fate apposta? Non vi rendete conto che così fate un pessimo servizio alla società, proprio il contrario di quello che dovreste?»

«Allora ci spieghi, Mr. Crabe, faccia capire ai nostri ascoltatori…» mugola il giornalista, adulante.

«Ecco, facciamo capire agli ascoltatori… come ti chiami?»

«Io? Adams. Patrick.»

«Hai figli, Pat?» Crabe è noto per la sua abilità nel costruire la polemica su basi dirette, personali.

«Una femminuccia. Dieci mesi.»

«Congratulazioni, Pat. Ecco, vorrei far capire anche a te, Pat, così forse la smetti una volta per tutte, per il bene di tua figlia. Qui non c’entra il rifiuto. La questione sta completamente altrove. Noi semplicemente sappiamo di non aver bisogno dell’immondezza per cui oggi c’è questo fascino pressoché unanime, questa passione sintetica, passione che sa di falso, che puzza di derivati tossici. Sto parlando delle tecnologie di simulazione. Sto parlando dei giochi sociali di ultima generazione, dei play di realtà virtuale.»

«Un mercato in espansione eccezionale, leggo qui: superata la soglia del 200% nell’ultimo semestre, dati MediaStatVirtus.»

«Sempre con questo mercato, con queste percentuali, queste vostre soglie. Non sapete dire altro? Ascoltami bene Pat: dimentica il mercato. Il punto è un altro. Il punto è che non ci servono arnesi e supporti artificiali per simulare esperienze che possiamo fare benissimo nella realtà. E quando dico nella realtà voglio dire fisicamente. Virtuale è realissimo, per questo è un rischio concreto. Nessuna contraddizione. Virtuale non è l’opposto di reale, virtuale è l’opposto di fisico. Una passeggiata nei boschi, accarezzare un gatto, stare davanti al fuoco, farsi una bella pisciata, guardare un film insieme, baciarsi, toccarsi, strisciare bocconi. Abbiamo tutto. Qui invece – non so se ne sei al corrente, Pat, se non lo sei te lo dico io che se ne trovano a bizzeffe – qui ci sono persino play di serate a cena tra amici, di chiacchierate a tu per tu, di carezze, di confidenze. La normalità, capisci? Simulare la normalità… questo è atroce! È il segno che è stata superata la soglia della follia collettiva. Ecco una soglia che mi interessa. La follia collettiva è letale, ragazzo, è quella che trascina il mondo negli evi bui della catastrofe. Sai che ho visto l’altro giorno? Una seduta dal dentista. Sì, ti sembrerà strano ma ci sono dei tizi in questo momento che si stanno sparando sedute dal dentista virtuali! Assurdo, vero? Uno non vorrebbe andarci mai neanche in realtà, figuriamoci farsi torturare per divertimento. Eppure a qualcuno piace. Pensa a cosa potrebbero fare di te, della tua ragazza, della vostra vita persone del genere. Vedo che capisci, Pat. Capisci anche che tra il familiare e la più oscura perversione c’è un piccolo, piccolissimo passo. Oggi ci sono in commercio play con liturgie religiose immersive di qualsiasi confessione, con rito e sacramenti virtuali. Sacred play, le chiamano, come se fossimo nel ´500. I cattolici prima della messa interattiva possono confessarsi con un prete personalizzabile. Wow. E cosa ne è dell’autorità del sacramento se il prete è personalizzabile, manovrabile? Cosa ne è del sacro? Insomma, a che serve più la messa? A niente. Un guscio vuoto. Altre parola da buttare nel recycler. Per non parlare del sesso, naturalmente. Là si trova davvero di tutto. Questa è la parte più scontata, se vogliamo. Scontata ma non meno pericolosa. Un ragazzino di quattordici anni può scaricarsi senza problemi play con orge biomeccaniche miste, donne uomini e macchine insieme, roba barbarica, estremamente violenta, non so se rendo. Gli adolescenti adorano i play di amplessi sotto sneak, godono di più e si evitano un sacco di problemi di contatto. Se vuoi conosco uno che ti programma gli avatar erotici dei tuoi genitori, precisi in ogni dettaglio. Che ne dici, Patrick? Può andare per il tuo edipo?»

ON THE CROSSROADS AGAIN
Uno dei play più spaventosi in circolazione è quello che riproduce la famigerata Operazione Crossroads a Bikini. Nel luglio 1946 la marina statunitense sequestrò un intero atollo del Pacifico, allontanò gli indigeni, dispose là intorno 242 navi cariche di strumenti e cavie animali, e fece brillare un’atomica dal cielo e una dal mare per verificare quale fosse il metodo più efficace. Milioni di metri cubi di acqua e coralli furono vaporizzati e sollevati fino a 7 miglia d’altezza, devastando con l’impatto e i raggi gamma tutte le cose animate e inanimate per i decenni a seguire. Il play Crossroads, prodotto in Cina dalla QID con la consulenza di alcuni discendenti degli scampati all’esperimento da entrambe le parti, permette di vivere la terribile esperienza molto da vicino. Ad esempio è possibile mettersi nei panni di una delle povere pecorelle che erano esposte sul ponte della portaerei Arkansas, vedere come le radiazioni lentamente ti scuoiano, e trasformarti nell’agnello sacrificale.
Commento di Zap Crabe: «L’agnello virtuale non toglie i peccati del mondo, anzi li accresce.»

«Ma la nuova legge approvata un mese fa dall’Authority sui personal media…»

«L’Authority! Non mi far parlare dell’Authority. La legge non vale niente, è piena di falle. L’Authority non sa quello che fa. Non conosce davvero l’oggetto del proprio lavoro, e in più manca di cultura e di fantasia. Siamo nel 2012 e si legifera ancora su basi astratte o superstiziose. Checché ne dica l’Authority, la verità sotto gli occhi di tutti è che l’industria e la ricerca continuano decise, imperterrite, in una direzione fissa: creare sempre più simulazioni, e sempre più simili al vero. Nessuno si sogna più di metterla in discussione. Ormai sono decenni che va avanti così. Il mercato dei personal media si basa su questo, spinge la macchina a tutto gas, col volante bloccato e l’acceleratore inchiodato a tavoletta. Niente freni. Impossibile invertire la marcia. E sai perché si va sempre in quella direzione? Te lo sei mai chiesto? No, a te basta ascoltare loro che dicono che i play sono il fronte del progresso, e sei tutto felice. Il progresso, questa onnivora perturbazione che trasforma l’inconscio e i gesti. Se è innovazione, automaticamente è roba buona, giusto? E tu ci caschi, Pat. Ci caschi. Ti sembra ovvio e naturale, no? Sicuro, è sempre stato così, dicono. Sono le parole esatte che ti risponderà il consulente del garante, Deweeug, quel damerino laggiù che muove i fili da sopra le quinte e intanto fa milioni con questi bei sogni finti. È sempre stato così, dice. Si può essere più ipocriti, Dew? Di’ piuttosto che non ci ricordiamo più come è cominciata, e questo fa comodo a qualcuno, molto comodo, a cominciare da te. Se uno si pone la domanda sul serio, se ve la ponete tutti con un minimo di onestà, vedrete che non ci sono risposte a portata di mano. Bisogna pensarci più a fondo. Ma alla gente non va di pensare a fondo e appunto può evitare di farlo se ha tutti i play che vuole a disposizione, uno via l’altro.»

«Allora in poche parole qual è il suo messaggio ai nostri ascoltatori, Mr. Crabe?»

«Di’ loro che io mi sono posto la domanda sul serio, Pat. Ho pensato a quello che mi va di fare e perché mi va. Ho pensato alla mia libertà. E alla tua. E alla loro. E ho capito. Ho capito che non ho bisogno di queste cianfrusaglie, di questo futuro anteriore, questo futuro inverso. Quello che voglio è camminare nei boschi, spiare gli animali. Voglio fare l’amore con la mia donna, la donna che amo magari. Che me ne frega di farlo con sedici insieme? Può darsi che qualcosa di guasto dentro me mi faccia desiderare cose strane e terribili, ma sono fatti miei, so farmene una ragione. È quella la prima realtà virtuale, il mio io bacato. I play sono solo i suoi specchi. Per forza, con tutta questa merda frullata che ci fanno vedere da quando siamo nati, non è così strano che alla fine ci salti per la testa di voler essere Shiva violentato da un rinoceronte cyborg. No, ascoltatemi. C’è un limite. C’è un limite, ragazzi. Noi siamo fatti per questo, siamo fatti così: siamo costruiti intorno a limiti, a vincoli, come ogni essere, come ogni minima parte di questo mondo. Tutto è intrecciato nell’evoluzione, tutto si limita e si esalta a vicenda, in una stretta, complessa rete inseparabile.»

«Molti hanno bollato il suo discorso come… reazionario, antiquato, perfino oscurantista. Lei come risponde?»

«Lo so benissimo. Certo, quando papà ti promette la luna, quaggiù anche la cosa più bella è una delusione no? Ma state attenti alle apparenze. Non sono io il problema. Dimmi, ti sembrano retrive cose come massa, velocità, accelerazione di gravità? Ti sembra reazionario il parto di tua moglie, il balbettio della tua bambina? Magari ti sembrerà antiquato il pavimento sotto i tuoi piedi… Lo senti? Sta lì. Tu puoi volare quanto vuoi, e farti tutti i play del mondo, il pavimento resterà lì ad aspettarti, fino alla morte. E poi c’è la morte, è chiaro. Forse che la morte è una faccenda antiquata? Sarà antiquata, posso anche essere d’accordo con te. Eppure sta lì ad aspettarci, c’è poco da fare. Allora io voglio stare davanti al caminetto e mettere le patate sotto le braci e chiacchierare di piccole e grandi cose con i miei cari mentre aspetto che si cuociono, e scottarmi le mani perché l’attizzatoio è troppo corto, e andar fuori a prendere altra legna con la faccia che scotta nel buio, di corsa, un attimo a sbirciare quelle stelle lontanissime. Voglio farmi una lunga corsa sulla spiaggia, riempirmi i polmoni di aria salmastra, tuffarmi in acqua, sentirla che mi avvolge, amnios, amnios, sentire il sapore del sale, sentire sentire sentire. Sono reazionario? Sì, caro Pat, diglielo tu che sarò reazionario così come lo è la terra. E non basta. Non è solo un fatto di gusti. Vuoi un messaggio, Pat? Siccome posso fare a meno delle simulazioni, allora devo farne a meno. Capisci Patrick? Guardami. Devo farne a meno. Altrimenti non sono un essere umano. Altrimenti tanto vale dimenticare tutto e togliersi di mezzo. Che vuol dire essere un uomo? Per me, sono un uomo se so dove sono i miei e i tuoi confini, e li rispetto. Sentire è sempre sentire attraverso confini. Senza confini uguale senza più sensazioni. Morte termica. Questo io vedo, con estrema chiarezza. E non sono solo, con me ci sono sempre più persone. Abbiamo presentato più di cento emendamenti alla legge, stiamo raccogliendo un fiume di adesioni giù in strada per rifarla dalle fondamenta. Gli ultimi dati mi sono arrivati stamattina dal comitato. La gente è stufa di fingere. Smetti anche tu, Pat, vedrai come ti senti meglio. Dai retta a me. Datemi retta tutti quanti. Non mi fate dire ve lo avevo detto. Odio questo genere di stronzate.»

Originariamente pubblicato su Lideologo.